L’orizzonte degli esiti possibili

La foto viene da qui.

Io credo negli universi paralleli. Credo, anzi, in un multiverso. Formato da tanti universi, in cui il tempo scorre esattamente uguale, ma in ognuno di questi universi c’è una Terra, come quella dove ora state leggendo questo. Ma con qualche differenza, su alcune di queste Terre i nazisti hanno vinto, su altre non sono mai esistiti.

Ci credo perché mi piace pensare che ognuna di quelle Terre rappresenti una delle infinite possibilità che noi perdiamo ogni giorno. In una Terra non so dove, ci deve essere un’Italia in cui la manifestazione di sabato è andata per il verso giusto. Sembra tanto distante quel pianeta, no?

Non parlo di errori, di infiltrazioni e non farò certo apologia del black bloc. Parlo di risposte. È lo stesso ragionamento che si fa con l’alcolismo: se l’alcolismo, all’alcolista, pare la soluzione, allora dobbiamo ricercare il motivo che lo porta alla bottiglia. È inutile dirgli “non fa bene, sbagli!” Oppure è utile, non sono un esperto, ma lascio che lo dicano pure gli altri.

A ben vedere avrebbe potuto essere una grandiosa manifestazione pacifica di dissenso, nei confronti di questo sistema economico, di questi leader inetti e anche di questa classe politica inadatta al momento storico. Ma nel corteo si è infilata la violenza. Com’era prevedibile, anzi, com’era stato previsto. Qui il primo dei miei punti: se è prevedibile e nessuno si preoccupa di arginarla, beh, è un grave problema. Scrive Zucconi:

Un governo che non sa garantire l’ordine e la sicurezza di una manifestazione autorizzata e pacifica nella propria capitale, […] dovrebbe dimettersi, invece di tentare di strumentalizzare le operazioni di questi spacca vetrine.

Beh, un governo così non dovrebbe nemmeno esistere, a mio avviso. Tuttavia questo discorso, tirato agli estremi, porta alla conclusione che la polizia se l’è meritato. Ecco, no. Come nessuno si merita la violenza. Nemmeno chi viene manganellato. Tuttavia, la polizia è stata inefficiente: altrimenti non si spiega perché 500-800 incappucciati (stando all’intervista su Repubblica) siano riusciti a rovinare la piazza ad altre 300mila persone. Il punto è un altro. Il punto è cercare il perché.

E il perché va ricercato nella distanza che si crea tra le necessità dei singoli e l’orizzonte degli esiti possibili (su questo pianeta, non su un altro).  È inutile che Draghi dica di essere d’accordo con le ragioni della protesta, è una dichiarazione vuota e priva di senso. Priva di senso finché ci sono delle persone, che hanno come unico modo di accesso al dibattito pubblico l’incendiare un’automobile. La violenza è la risposta alla richiesta di un futuro migliore? Paradossalmente sì. Come per l’alcolista il bere è la risoluzione di un problema. 

In queste ore ci si domanda se scendere in piazza possa essere ancora una risposta adatta ai tempi. Un'unica manifestazione nazionale o tante, più piccole e locali? Domande… Vi lascio con le parole di Brecht, A chi esita.

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.
 
E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può più mentire.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d'ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha travolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.
 
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto ? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
 
O contare sulla buona sorte?
 
Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.
 
La manifestazione avrebbe dovuto essere tranquilla, ma così non è stato. Non dobbiamo stare a lamentarci su quello che avremmo voluto che fosse e di come non sarebbe dovuta essere, non troveremo nessuno a consolarci. Ma non dobbiamo arrenderci. Buona settimana.

Andrea H. Sesta

Andrea Sesta

Vi parlo del mio mondo perfetto: una biblioteca grande come una casa, una donna adorabile al mio fianco, del cibo delizioso e storie di pirati fino a morire. Mi piace leggere, e quando ho tempo faccio anche il resto.

10 Commenti
  1. Qualcuno diceva che le parole si usurano. Qualcun’altro diceva che le parole sono delle puttane. Io, a forza di vedere girare dappertutto, la parola ‘violenza’, non la riconosco più. Davvero. Non è una provocazione ma mi chiedo: davvero spaccare una vetrina, incendiare una macchina, rompere un oggetto sono ‘violenza’ come manganellare una ragazza, bombardare un bambino, imprigionare un uomo. Davvero è legittimo manganellare un uomo o imprigionare un uomo perchè ha rotto un oggetto? Quando vedo i giornali commentare la foto di uno che rompe una vetrina dicendo “ecco! atti di violenza! dovrebbero manganellarli, rinchiuderli e buttare via la chiave, quei violenti!” ho paura. Per me la violenza è solo violenza contro le persone non contro oggetti inanimati, e giustificare gravi violenze contro le persone perchè queste avevano rotto degli oggetti, fossero anche preziose macchine, sembra soltanto l’ennesima prova della mostruosa inversione dei valori nella nostra società tardo-feticista. Peace&Love, vado a manganellare la faccia di mio fratello, un pericoloso black bloc terrorista, che (con violenza) mentre scrivevo questo commento mi ha rotto l’ultima mina della matita.

  2. Hai ragione, ma in parte. Esiste una violenza fisica, che è la prima da fermare, evitare e condannare. Ma dietro alle macchine e alle vetrine ci sono delle persone, che sono i proprietari di quelli oggetti. Senza volere cadere nella retorica, credo che si debba essere contrai alle violenze, in ogni loro forma. Perché abbiamo il diritto di pretendere una società *civile e non-violenta* ma dobbiamo anche essere i primi a comportarci così.

    Come nella poesia di Brecht, proprio le ultime righe: “Non aspettarti /nessuna risposta /oltre la tua.”

    Non tollero le manganellate della polizia e i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo (tra l’altro scaduti, ma vabbé) e non tollero nemmeno le manganellate intellettuali, che sono pure più violente, secondo me. Quelle di cui parlava Nanni Moretti “Emilio Fede non è un personaggio comico, è un personaggio violento, come c’erano gli squadristi, negli anni 50, 60 che picchiavano in testa, letteralmente, così lui, metaforicamente, picchia in testa che guardano le televisioni…” http://youtu.be/hsYRccl4bFI

    Ma non ha senso rispondere alla violenza (anche a quella economica) con altra violenza, altrimenti avrebbe ragione gente come Bush. Non trovi?

  3. È vero, rompere una vetrina non è come rompere la faccia a una persona, ma dimentichi che una vetrina può essere l’appendice lavorativa di una persona. Ci sono oggetti che sono meri status symbol e oggetti che sono strumenti di lavoro: c’è gente che ancora stava pagando l’auto che ora è una carcassa bianco scoreggia, ed è gente che la usava per lavorare e che pagava la crisi come tutti gli altri poveri cristi. E non credere che la banca non chieda loro le ultime rate. Un blocco di pietra in mezzo al deserto dei Gobi e una Panda sono oggetti inanimati, è vero, ma sono oggetti inanimati molto diversi tra loro. Se entri nella sfera di una persona e distruggi qualcosa di sua proprietà (*), compi una violenza contro la persona stessa, non contro l’oggetto (il quale, è ovvio, non può subire violenza nel senso che intendiamo).

    Per me la violenza è violenza. La distinzione che fai è molto riduttiva. Nella manifestazione di ieri sono da condannare *tutti* coloro che hanno prodotto violenza, sia da una parte che dall’altra; sia chi era in campo e pestava i sanpietrini, sia chi stava più in alto.

    (*) puoi dire che la proprietà è furto, che il sistema è sbagliato e tutto il resto. Questo è un altro discorso. Lo stato attuale a cui bisogna raffrontarsi è questo, non uno ipotetico/utopico; ora come ora distruggere la proprietà di qualcuno *è* una violenza contro quel qualcuno. Se ignori ciò, sei il primo a commettere la violenza di non considerare la sofferenza reale di una persona.
    [discorso non applicabile nel caso l’atto stravolga il sistema]

  4. La violenza è violenza, certo. Ma cos’è la violenza? Mio fratello che come dicevo mi ha appena rotto l’ultima mina della matita può aver certo compiuto un atto ingiusto, deprivante, ma non certo violento. Non appoggio il suo atto, come ritengo stupido e odioso spaccare la vetrina di un piccolo negoziante. Ma perchè mai vorrei definire la distruzione di un oggetto inanimato una “violenza”? C’è solo una ragione: perchè in questo modo mi sto segretamente giustificando a reagire violentemente, a picchiarlo. Potrò sempre dire, come infatti si sta facendo, sì certo, manganellare e rinchiudere in gabbia è una cosa molto violenta, ma la nostra è stata solo una sacrosanta reazione alla loro violenza. Se non si mantiene una distinzione di base tra cose e persone le conseguenze sono mostruose. Se si giustifica la violenza – che si vorrebbe reattiva – della polizia contro chi ha rotto una vetrina dovremmo anche giustificare atti di violenza contro chi inquina, contro quei banchieri che hanno bruciato non una macchina ma milioni di euro dei risparmiatori. Io dico di no. Voglio ancora pensare che nemmeno bruciare milioni di quella che rimane carta(moneta) come hanno fatto i nostri politici e banchieri giustifichi alcuna violenza contro di loro. Come dice Nanni: “Le parole sono importanti”.

    PS: E’ vero che in un regime di proprietà privata gli oggetti sono talmente attaccati agli oggetti e gli oggetti alle persone che distinguerli diventa spesso complicato, forse impossibile. Su questo sono d’accordo con te Jacopo. Marx lo chiamava feticismo della merce. E’ la realtà che abbiamo, mostruosa ma è così. Ma è una mostruosità che il pensiero dovrebbe cercare di resistere, non di abbracciare elidendo qualsiasi distinzione tra uomo e oggetto. Soprattutto quando questa elisione mi sembra una forzatura retorica volta a precisi, e preoccupanti, scopi politici: disseminare il terrore e giustificare un’altra svolta autoritaria e securitaria.

  5. Guarda, Amedeo, io sono d’accordo al 100% su ciò che dici, ma sul piano teorico. La realtà reale che abbiamo è più forte della realtà trascendente che “sentiamo”, è davvero “mostruosa”. Nella pratica le cose sono più complesse e non funzionano più come in un sistema isolato, entrano in ballo tante nuove variabili e interferenze che il sistema precedente era corretto solo in cartolina. Per dire, secondo te è giusto far soffrire una persona per aver la possibilità (non la certezza, ma solo la possibilità) di non farne soffrire altre cento in un futuro? Per me no, non lo è.

    Questo, però, non significa che io voglia vedere alla gogna tutti i black block di Roma, né che io li voglia vedere manganellati o altro. Chi dice che vanno rinchiusi in gabbia e manganellati ha appena rotto una vetrina ben più grossa di quelle andate in frantumi ieri, ma non deve essere una gara a chi si è mostrato più violento. «Il dolore degli altri è dolore a metà» e lo sarà sempre fino a quando metteremo la violenza su un piano quantitativo o su un piano qualitativo. Ha un qualcosa di terribilmente parmenideo, la violenza, e non la puoi sradicare giustificandola o contrastandola con altra violenza. Condanno fermamente chi ha usato il manganello per attaccare, ma condanno con altrettanta fermezza chi ha reso violenta qualcosa che non doveva esserlo.

    P.S.
    Per certe cose siamo assolutamente sulla stessa lunghezza d’onda, soprattutto quando parli di carta moneta. Forse conosci già questo sito: http://sites.google.com/site/livingwithoutmoney/

  6. La posizione di Amedeo altro non è che un ribaltamento di prospettiva sullo stesso problema: c’è chi guarda la vetrina rotta, e chi guarda la banca che pignora il titolare di quel negozio con la vetrina rotta. Zizek ne parla benissimo nel suo libro sulla violenza ( http://www.ibs.it/code/9788817019538/zizek-slavoj/violenza-invisibile.html ): c’è una violenza simbolica (che i media amplificano ad arte) e una sistemica ben più nociva.

    L’appunto sulle parole è importante, soprattutto quando queste vengono usate per descrivere fenomeni così diversi: cos’ha in comune la violenza che causa vicende come questa

    http://www.youtube.com/watch?v=YVYIBikzwmk

    con le vetrine rotte e le macchine bruciate? E’ evidente che il problema è linguistico, cioè che ci troviamo privi della stessa lingua per articolare il nostro disagio. E’ un problema, allora, del rapporto tra verità e potere.

    (sono troppo foucaultiano? 😉

  7. ìÈ vero che le parole sono importanti, ma è anche vero che le parole significano quello che vogliamo che significhino: quindi ad un certo punto perde di utilità stare a domandarsi cosa sia e cosa non sia violenza, se questa domanda è tesa – in realtà- a creare una gerarchia di comportamenti giusti o meno.
    Se faccio del male a qualcuno, anche indirettamente, sto sbagliando. Possiamo chiamarla “violenza” ma possiamo anche chiamarlo “geigeicerbiatto”, non importa. I comportamenti che sbagliati vanno evitati.

    Ovviamente le parole contanto, presuppongono e implicano frame cognitivi e narrazioni. Ma anche una potente metanarrazione non può niente, quando uno va e si riprende la sua casa, come nel video di Moore. Ovvero, le parole contano fino ad un punto, ma prima, e oltre, ci sono gli atteggiamenti, le credenze e quindi i comportamenti.

  8. Andrea
    tagli la testa al toro troppo rapidamente, con un determinismo etico non condivisibile. Se ti stupro la gatta (per non dire altro) non ti viene voglia di massacrarmi di botte? Se avessi avuto per le mani Hitler nel 1932, non gli avresti piantato (allegramente) una pallottola in fronte? La tua violenza, in questi casi-limite, è sempre sbagliata? Non credo. Il problema esiste, e non è di facile soluzione. Le parole servono *esattamente* a distinguere cosa è giusto da cosa è sbagliato: ai bambini piccoli, per evitare che raccolgano rifiuti o oggetti nocivi, non diciamo forse “Questa è cacca!”? Ecco una parola che designa un giudizio di valore. Ma nel caso di “violenza” la faccenda si fa più complicata. E lo è a prescindere dalle opinioni personali, è proprio un problema epistemologico, euristico.
    (Nel video di Moore la gente toglie i sigilli alla cosa gridando “community power!”: non è forse una narrazione anche quella?)

  9. eFFe,
    capisco il tuo punto. Ma io dico che Hitler non sarebbe mai dovuto esistere (ovvero le sue idee e il terreno che l’ha prodotto e sui chi le sue idee hanno attecchito) e pure tu non dovresti uccidermi la gatta. Così come ero contrario all’uccisione di Saddam Hussein, per dire.

    Poi hai anche ragione quando mi dici che “community power” è un’altra forma di narrazione. Così come, sul piano del “testo” sono narrazioni anche i negazionismi sulla shoa. Ma finché non metterano mano ai libri di testo, allora credo che la loro sfera di influenza sia molto limitata. Deleteria e criminale, ma limitata.

    Marxianamente parlando: è la praxis che fa la differenza. Quindi, ok, stiamo attenti alle parole, ma non dimentichiamoci di cose come la libertà di scelta, e la responsabilità, del singolo.

  10. La socialdemocrazia
    Claudio Lolli

    Il nemico, marcia, sempre, alla tua testa.
    Ma la testa del nemico dove è,
    che marcia alla tua testa.
    Ma la testa del nemico dove è,
    che marcia alla tua testa.
    Ma che nebbia, ma che confusione,
    che aria di tempesta,
    la socialdemocrazia è
    un mostro senza testa.

    Il nemico, marcia, sempre, alla tua testa.
    Ma una testa oggi che cos’è?
    E che cos’è un nemico?
    E una marcia oggi che cos’è?
    E che cos’è una guerra?
    Si marcia già in questa santa pace
    con la divisa della festa.
    Senza nemici né scarponi e
    soprattutto senza testa!

    La socialdemocrazia non va
    a caccia di farfalle.
    Il nemico marcia in testa a te
    ma anche alle tue spalle.
    Il nemico marcia con i piedi
    nelle tue stesse scarpe.
    Quindi anche se le tracce non le vedi
    è sempre dalla tua parte.

    La socialdemocrazia è
    un mostro senza testa.
    La socialdemocrazia è
    un gallo senza cresta.
    Ma che nebbia, ma che confusione
    che vento di tempesta.
    La socialdemocrazia è
    quel nano che ti arresta.

    Pertinente?Era il 1977