Libri Banditi: Giorgio Agamben

Immagine di Viviana Lisanti

Libri Banditi / Giorgio Agamben

Parte oggi una nuova rubrica che speriamo di chiudere molto presto: Libri Banditi, la rubrica pompiere che getta secchiate di cultura su chi vuole accendere roghi di libri. Poiché nessuno, per nessun motivo e con nessun pretesto, può proibirci di leggere qualsiasi cosa e di discuterne, abbiamo  pensato che il modo migliore per fermare i piromani di libri sia quello di parlare di quegli stessi testi (e dei loro autori) che essi vogliono bruciare. Se non sapete di cosa stiamo parlando, guardate qui e qui!

Nemo propheta in patria. E quanto è vero nel caso di Giorgio Agamben! Forse la più potente macchina di pensiero italiana dei nostri giorni, il filosofo è non dico ignorato, ma davvero poco considerato nello stivale. Mentre in Usa, in America Latina, in Francia, in Spagna e persino tra le montagne svizzere è una vera e propria star del pensiero, tradotto, pubblicato, invitato, premiato, quasi conteso, amico di gente del calibro di Alain Badiou, Slavoj Zizek, Judith Butler, Jacques Rancière…

E infatti, le sue frequentazioni sono sempre state di spessore elevatissimo: come quando nel 1966 frequentò un seminario con Martin Heidegger in Provenza; o come quando, due anni prima, partecipò in qualità di comparsa a Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini; o, ancora, come quando nel 1970 scambiò una corrispondenza con Hannah Arendt. Oppure come nel 1974, seduto in un caffè del Marais, a Parigi, quando programmava una rivista di letteratura e filosofia con Italo Calvino. Solo per fare qualche esempio.

Con una bibliografia lunghissima, potremmo passare ore a parlare dei suoi libri, i quali hanno, tutti, una dote unica: un'attenzione alla lingua impareggiabile. Perché, secondo Agamben, filosofia e filologia sono due facce della stessa medaglia: «I filosofi e i filologi peccano non tanto di eccessivo specialismo, quanto per cecità rispetto alla propria stessa disciplina: cattivi filologi, perché non amano abbastanza la parola da esaudirne il significato; filosofi pessimi, che amano così poco la verità da lasciare ad altri la cura della sua dimora nella lingua». Capita di rado di leggere un filosofo che tratti di temi complessi e profondi eppure dotato di una scrittura appassionante, coinvolgente.

E per rendersene conto, lasciamo stare per un momento i suoi capolavori di estetica e di filosofia politica (dal bellissimo Stanze alla trilogia fondamentale di Homo Sacer, che fornisce le categorie politiche per comprendere la contemporaneità) e concentriamoci sul suo Idea della prosa, un oggetto-libro di grande fascino. Si tratta di trentatré piccoli trattati di filosofia, di pochissime pagine l'uno, intervallati da delle illustrazioni ad hoc, che riguardano concetti e fenomeni i più disparati: la materia, la verità, lo studio, il potere, la giustizia, la vergogna, il silenzio e così via. Ma una, delle trentatré idee, rende con grazia la profondità e la bellezza del pensiero di Giorgio Agamben, ed è l'idea del linguaggio: «Solo la parola ci mette in contatto con le cose mute. Mentre la natura e gli animali sono sempre già presi in una lingua e, pur tacendo, incessantemente parlano e rispondono a segni, solo l'uomo riesce a interrompere, nella parola, la lingua infinita della natura e a porsi per un attimo di fronte alle mute cose. Solo per l'uomo esiste la rosa indelibata, l'idea della rosa». 

Leggetene quanto più potete di Agamben, non solo vi aprirà frontiere di riflessione inaspettate, ma vi accorgerete che esser detti filosofi non è un insulto, ma un sinonimo di poeti.

eFFe

eFFe

eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

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