All’inizio comparve un quadro.

All’inizio comparve un quadro. Stavo facendo colazione seduto al tavolo della cucina e lo vidi sul muro davanti a me, in alto, sopra il frigorifero. Fermai la mandibola che masticava il biscotto e mi domandai che diavolo ci faceva lì un quadro, chi l’aveva messo? Forse la donna delle pulizie aveva pensato di sfruttare quel vecchio chiodo, anche se era da molto che non la vedevo. Dentro la sottile cornice rossa c’era un foglio su cui era disegnata la caricatura di un uomo, un uomo che mi somigliava. Sorrisi scuotendo la testa e riattivai la mandibola.

La mattina seguente entrai in cucina fischiettando ma fermai subito il diaframma: non potevo credere ai miei occhi. Nell’angolo tra il lavello e il muro c’era una lavastoviglie, una lavastoviglie che non avevo mai visto prima. La aprii: era piena di piatti sporchi. Corsi a controllare la porta d’ingresso, le finestre, il condotto d’areazione in cui persino i topi passavano a stento. Era tutto chiuso. Porta blindata con tutte le mandate, tapparelle abbassate, e avevo sempre preteso che non ci fossero copie delle chiavi in giro. Arrivai a pensare che qualcuno si fosse intrufolato durante il giorno, con una lavastoviglie in tasca, e avesse aspettato le tenebre per giocarmi quel tiro. Aprii tutti gli armadi della casa, cercai telecamere per quella che poteva essere una candid camera. Niente.

Il terzo giorno mi alzai presto e cercai di lavarmi i denti con disinvoltura, ma guardandomi allo specchio capii che avevo paura di scendere al piano di sotto. Dopo una notte intera chiuso a chiave in camera da letto non mi sentivo sicuro.
Mi feci coraggio e presi le scale per raggiungere la cucina, ma sugli ultimi scalini fermai le gambe: questa volta la sopresa arrivò in anticipo. Al centro della sala, dove prima c’era solo un tappeto, qualcuno aveva piazzato un divano a tre posti. Davanti al divano, su un mobiletto, un televisore enorme. Iniziò a girarmi la testa e fui costretto a sedermi sulle scale. Per quanto potesse sembrare assurdo, qualcuno stava arredando la casa contro la mia volontà.

Corsi giù in pigiama per fare al portiere una domanda che avrebbe animato i pettegolezzi di un anno almeno: “Ha visto entrare qualcuno con un divano? E un televisore.” Lui scosse la testa e disse: “No no, nessuno.” Mi confermò che non esistevano altre chiavi di casa mia. “Un divano delle dimensioni che lei racconta non entrerebbe dalla porta” aggiunse. “Di solito li facciamo entrare con un montacarichi dal balcone e le assicuro che un montacarichi non passerebbe inosservato.” Studiai il suo volto mentre parlava, poteva essere un complice in tutta questa faccenda o addirittura l’ideatore. Mi sembrò sincero.

Tornai in casa ed esplorai il nuovo arredamento. Sembrava usato, da parecchio anche. Il divano aveva delle enormi macchie, peggiorate da qualcuno che aveva cercato di toglierle con un detergente aggressivo. Sollevai i cuscini alla ricerca di un indizio. Trovai una penna, tantissime briciole e l’involucro di una merendina.

Mi concentrai a lungo per arrivare a una spiegazione. Non riuscii a trovare nulla di convincente. Pensai che sarebbe stato meglio passare la notte successiva da qualche parente, ma presto mi resi conto di non avere nessuno in città. Provai a prenotare una camera d’albergo e dopo aver composto il numero di telefono cambiai idea: non avrei dormito fuori mentre qualcuno violentava il mio libero arbitrio riverniciando le pareti.

Quel mistero era durato fin troppo. Raggiunsi con l’automobile un centro commerciale specializzato in bricolage e comprai un kit di videosorveglianza con microtelecamere e una centrale di registrazione. Trascorsi tutto il giorno a installarlo nelle stanze del piano terra preoccupandomi di occultare per bene ogni cavo. A fine serata, stanco per il lavoro e il continuo rimuginare, sprofondai nel letto.
Non potevo ancora saperlo, ma quello che era successo era niente in confronto a quello che avrei trovato la mattina seguente.

Mi svegliai e fermai subito i muscoli delle palpebre: sentivo che c’era qualcosa di diverso nella camera. Aprii gli occhi: qualcuno aveva sostituito il letto mentre dormivo. Sentii un profumo insolito e mi voltai di scatto. Scoprii che ero su un letto a due piazze. E che nell’altra piazza dormiva una sconosciuta.
Frenai l’impulso di urlare e cercai di sincronizzare il mio respiro con il suo mentre ne studiavo i lineamenti. Una donna sui trentacinque anni, carina ma niente di speciale. Uno di quei volti che ti sembrano familiari solo perché li hai visti migliaia di volte in migliaia di persone. Indossava un pigiama orribile.
“Ehi” sussurrai.
Ripetei più forte “Ehi.”
La donna aprì gli occhi, si guardò intorno, realizzò di essersi appena svegliata e tornò a guardarmi.
“Chi sei?” chiesi.
“In che senso?” disse lei con la voce impastata dal sonno.
“Da dove vieni? Cosa ci fai in camera mia?”
Mi fissò a lungo. Sembrava non capire la domanda. Poi disse: “Sono tua moglie.”

Schizzai fuori dalle coperte, afferrai scarpe e vestiti, feci di corsa le scale e mi precipitai fuori dal palazzo. Che diavolo stava succedendo? Se non era uno scherzo, allora stavo impazzendo. Va bene qualche mobile, avrei tollerato persino un animale domestico e un nuovo taglio di capelli, ma questo giochino della moglie era inquietante. In piedi sul lato opposto della strada cercai le finestre del mio appartamento. La tendina della camera da letto era scostata e dall’interno quella donna mi stava osservando.

Alla centrale di polizia chiesero più volte cosa fosse accaduto. Quando l’uomo a cui parlavo finì il suo turno e mi chiese di raccontare tutto dal principio al tizio che lo sostituiva capii che non mi avrebbero aiutato. Dissi che sarei tornato il giorno seguente con altri dettagli, vagai per la città e alle prime luci dell’alba tornai a casa.
Aprii la porta d’ingresso lentamente per non fare rumore. Tutti i nuovi oggetti erano ancora al loro posto. Salii al piano di sopra ma non ebbi il coraggio di entrare nella mia stanza. Mi chiusi a chiave nella camera degli ospiti: dovevo pensare, e per pensare dovevo recuperare il sonno perso negli ultimi giorni.

Ventitrè e dodici. Credo di aver dormito per tutto il giorno. Devo andare in bagno. Ascolto la casa per cogliere anche il rumore più piccolo. Mi faccio coraggio ed esco dalla stanza. Sembra tutto tranquillo. Cammino piano, poi vedo qualcosa e blocco all’istante tutti i muscoli del corpo. Mio dio. In fondo al corridoio c’è una porta. Una porta che prima non c’era.
All’improvviso divento tranquillo. Una nuova porta è il limite oltre il quale la paura diventa smarrimento e lo smarrimento diventa accettazione. La osservo da vicino, guardo il punto in cui gli stipiti si incontrano col muro: non è possibile che l’abbiano installata durante la notte. Abbasso la maniglia. È chiusa a chiave. Magari la porta è solo incollata al muro. Spio dal buco della serratura e mi sembra di intravedere una scrivania.

Vado a fare la pipì, poi entro nella mia camera da letto. C’è ancora quella donna, in piedi vicino allo specchio. Si sta struccando.
“Phil” dice.
Sa come mi chiamo.
“Cosa c’è nella camera in fondo al corridoio?” chiedo.
La donna si siede sul bordo del letto, come se le gambe non reggessero il suo peso. Appoggia le mani in grembo e guarda un punto nel vuoto. Poi solleva la testa e dice: “Perché mi fai questo?”
Alzo la voce: “Rispondi, cosa c’è in fondo al corridoio?”
Lei fa un lungo respiro e dice: “È la camera di nostro figlio.”
La camera di nostro figlio. “Se è la camera di nostro figlio, perché è chiusa a chiave? E dov’è lui adesso?”
La donna chiude gli occhi e dice: “È morto, Phil. È morto. Cristo, non possiamo andare avanti così.”
Sono stato padre per quindici secondi, penso. Se non fosse tutto così assurdo, lo troverei persino divertente.
“E come sarebbe successo?” dico. “Quanti anni aveva? Come è morto?”
La donna lascia cadere sul pavimento quello che ha in mano e si ficca sotto le coperte dandomi le spalle. Per un po’ restiamo in silenzio, poi lei parla lentamente: “Si è arrampicato sul frigorifero per appendere un quadro con il suo disegno, voleva farti una sorpresa. È scivolato, ha urtato la testa con violenza e si è trascinato fino alla sala. L’hai ritrovato tu. Aveva sette anni.”

Riflettei a lungo. Il quadro.

Mi sedetti dalla mia parte del letto. “Ha sbattuto la testa sulla lavastoviglie?” chiesi.
“Sì.”
“Dove l’ho ritrovato di preciso?”
“Sul divano.”
Sul divano. “La tv era accesa?”
“Sì, era accesa. Quindi te lo ricordi?”
“No, non ricordo niente” risposi. “E quando sarebbe successo?”
“Quarantadue giorni fa.” Sentii che piangeva.
Mi ficcai sotto le coperte, dando le mie spalle alle sue. “Mi stai mentendo, vero?” dissi. “Non può essere successo. Se mio figlio fosse morto me lo ricorderei.”
Spensi la lampada sul comodino. Mi apparve per un attimo il volto di un bambino.
Poi, mentre eravamo immersi nel buio, Lorraine disse: “Stai tranquillo, vedrai che domani ricorderai tutto.”

Leonardo De Luca

Che poi sono quello che scrive su librimaiscritti.it e lifehacks.it e non c'è molto altro da dire se non che a volte la vita mi sembra molto lunga e a volte troppo corta, così ho deciso che le dimensioni non contano e quello che conta è scrivere un profilo che ti faccia amare dalla gente. Ma non so fare nemmanco quello.

3 Commenti
  1. Visto che i racconti leggeri e divertenti sono molto apprezzati e commentati (forse perchè ormai è un’abitudine venire a cercare qualche momento di allegria in questo blog), penso sia giusto darti un riscontro positivo anche per brani come questo.

    Tra l’altro, trovo il tuo modo di raccontare le cose molto affine al mio, cosa alquanto insolita ed interessante per me.