Piccolo gnomo

(l’immagine di David Gnomo è per sdrammatizzare. In realtà il monologo è un po’ più serio)

Pazienza per l’odore dei treni. 10 episodi di nessuna importanza / Piccolo gnomo

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Freddo. Liscio. E blu.

È uno spazio gravido di idee, il senso puro e sfilato della loro traccia, quel che rimane – dopo tutto – quando le tue troie parole si congedano. Allora forse, davvero, ci intendiamo. Ma non è più un capirsi, piccolo gnomo. È una trazione lacerante e meccanica, cose che la cinetica dispensa da qualunque assillo morale, dalle lezioni dei padri e dal fetido mercatino della volontà. Non è più il tuo buffo cappello, di cui ridere davanti a una graziosa fettina di lime incastonata in 8 euro di long drink. È lo spazio freddo, liscio, blu. È quanto non ti calza, è dove lo dimentichi, è il suo modo ingrato di cadere verso destra. Ci intendiamo, piccolo gnomo, con o senza cappello. Ma non è un incontro. Fissi la sedia su cui non sono seduto, così come io guardo la porta da cui non entri. Vorrei poter aggiungere che abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Davvero lo vorrei, e lo vorresti anche tu, che la faccenda fosse meno fredda, meno liscia, e meno blu.

C’è una piccola nota fastidiosa nel rendersi conto che i numeri più vivi sono quelli delle cose che spariscono. In linea di massima siamo disposti e predisposti a contare quel che non c’è, ma è strano. E freddo. E liscio. E blu.
Allora ecco, mi viene da pensare: che succede alla sedia su cui non sono seduto, se appena appena ne fletto le variazioni, i colori, lungo tappe impossibili? Il blu con le sue case. Le case blu, le case del blu, dove vive chi non ci vive. Dove si scivola come pesci nel bidet, e si è subito più sterili.

Cosa fanno le tue nocche fredde su questa pompa di benzina? Cosa fanno le tue nocche mentre la banconota non entra, cosa fanno le tue nocche mentre dietro suonano, e i vetri scuri di troppe astronavi nascondo l’uomo all’uomo? Cosa fanno le tue nocche di merda, le tue mani di merda, i tuoi pomeriggi sciolti, cosa fanno le tue nocche di merda quando toccano i fondi freddi, lisci, e blu. Il piccolo gnomo si alza malvolentieri dal water. Le sue chiappe viola sono incollate a questo cesso gelato. Legge qualcosa, il piccolo gnomo. Gli piacciono l’arredamento, i divani, le lampade, i corridoi bianchi e sfumati sospesi nella panna opaca di ville divine, lontane, nascoste più lontano della più lontana fogna che là sotto ristagna.

C’è questo, in definitiva, che ci aiuta. Ed è che già lo sapevamo, che nessuno ci racconta niente di nuovo, che dopo tutto – piccolo gnomo – sappiamo come e quando rottamarci, dove pescare un discreto finanziamento per la vita eterna. A rate, piccolo gnomo, si può comprare ogni violino.
Allora forse, ci intendiamo, sì. Ma non è più un accordo, un’opinione comune. Il silenzio è subito corrotto da questo basso che leva le tende e galleggia dall’alto, bypassando le tue remore e i miei vizi, attingendo a una vita vera – che non ci riguarda – dominio della chimica – che è vera perché… perché non è qui. Il problema non sono i cinque minuti che ti servono per prendere fiato. Prenditeli, piccolo gnomo. Fai con calma. La parola fine non ha nessuna fretta, perché sa che tanto, dopo, comanda lei. E allora falle diventare ancora un po’ più viola, le tue chiappe di gnomo. Falle aderire al freddo della tazza, premile contro e lasciaci lo stampo di un pomeriggio di seghe e cattivi odori, con le braghe calate che si bagnano di acquette inconfessabili e raccolgono gli schizzi che non puoi educare. Facciamo dieci, piccolo gnomo. Dieci minuti. Come vuoi. Noi siamo lì, piccolo gnomo. Fai un fischio, infilati in gola le tue nocche di merda, fai un fischio, un fischio come si deve, e se tutto va bene verremo a salvarti.

E intanto sento freddo.
Nel silenzio liscio.
Di una mente blu.
Le droghe hanno prezzi noiosi, né alti, né bassi.
Quella mente blu che pensa per errore, che arriva all’idea senza averne alcuna cura.
In memoria del piccolo gnomo.

Edoardo Lucatti

Myspace Fersina Zoo

Contatti per performance live: edo_luc@yahoo.it

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