Il fascino del portiere

Chi è il portiere? Non prendetela come una domanda retorica. Siamo d’accordo che sia uno di quei ventidue personaggi che occupano un campo da calcio e il suo ruolo è quello di difendere la porta della squadra per cui gioca. Fin qui tutto semplice.

Ma qual è il significato filosofico del ruolo di portiere? Beh qui ci facciamo aiutare da un esponente di lusso del ruolo, Albert Camus già premio Nobel ma, quello che interessa a noi, portiere che rotolò nella polvere poco esistenzialista dei campi d’Algeria, il quale sintetizzò la figura, epica e tragica allo stesso tempo, del numero uno: «Sono un combattente solitario. Dopo di me non c’è più nulla. Sono l’ultimo uomo, ne sono consapevole, nessuno può far nulla per me…».

 

Ma Camus è in buona compagnia visto che anche Vladimir Nabokov coltivò in età giovanile la passione per il football e anche lui fu portiere nella squadra universitaria di Cambridge.

 

Il portiere è il ruolo che sul prato verde riveste senza dubbio il più alto tasso di fascino romanzesco. Provare per credere.

 

Vi inviterei ad un semplice esercizio statistico, prendere i romanzi che abbiano a che fare con un pallone a spicchi che rotoli su un campo verde e vedere quanti di questi abbiano un portiere al centro della narrazione.

 

Sono tanti, fidatevi.

 

Potremo partire da Peter Handke e dal suo Prima del calcio di rigore, dove un portiere ormai caduto in disgrazia, dopo un'espulsione, vaga per una Vienna spettrale senza una direzione. [SPOILER ALERT] Incontrerà una cassiera con la quale passerà la notte, e che la mattina strangolerà senza una spiegazione logica. Il suo periplo lo porterà alla fine su un campo da calcio vuoto e solitario.

 

Ora se qualcuno ha letto sia il romanzo di Handke sia Lo straniero, il libro forse più noto di Camus noterà qualche punto di contatto. In entrambi assistiamo all’assurda e alienante esistenza di due uomini sull’orlo dell’abisso. Meursault e Josef Bloch sono individui soli, vagano in spazi urbani alieni senza un fine e compiono entrambi un delitto insensato. Qui torniamo al discorso con cui abbiamo iniziato. Camus è stato un portiere di belle speranze, addirittura c’è chi dice che abbia fatto parte della nazionale algerina, mentre il protagonista del romanzo di Handke è, guarda un po’, un portiere. Non vogliamo forzare troppo la mano quindi lasciamo ai lettori ogni chiave di lettura.

 

Quello che si vuole sottolineare è come il portiere sia probabilmente l’unico ruolo nel calcio che possieda tratti romanzeschi unici. Se volessimo costruire una Morfologia del calcio, sulla falsariga di quella dedicata alla fiaba da Vladimir Propp, il portiere, il gardien du but, il goalkeeper, farebbe le veci dell’eroe, assumerebbe un ruolo centrale nella costruzione mitopoietica di una partita. Forse solo l’attaccante, il numero nove potrebbe sfidarlo in una gara di valenza simbolica.

 

Il portiere è il ruolo della personalità eccessiva, della follia che viene ingabbiata nell’area di rigore. Ogni portiere che si rispetti ha avuto un elemento distintivo, una fisima particolare che ce lo rende leggendario ed indimenticabile. Pensate a René Higuita e al suo volo dello scorpione, pensate alla marmorea presenza scenica di uno Zoff, alla tragica dipartita di Robert Enke e l’elenco di questi eroi solitari potrebbe continuare.

 

Ma ci sono anche portieri che si sono ribellati alla staticità del ruolo, all’inflessibile disciplina che il portiere doveva mantenere, baluardo estremo della propria metàcampo. Hugo Orlando Gatti dimostrò già dal soprannome affibbiatogli, El loco, che lui di rimanere fermo fra i pali non ne voleva sapere. Un aneddoto vale più di mille esempi. Ai Mondiali del ’66 invece di indossare la maglia numero uno, come era prassi, si prese la numero tre e tanti saluti all’etichetta.

 

O che dire di Thomas N’Kono, portiere camerunense, accusato di pratiche al limite della stregoneria per vincere le partite?

 

Anche l’Italia calcistica ha partorito validi rappresentanti del ruolo, divisi fra eccentricità, gloria e rapida caduta.

 

Uno è protagonista di un libro uscito lo scorso anno da ISBN edizioni, La vita disperata del portiere Moro. Il libro racconta la vita di Giuseppe Moro, mestiere portiere, definito da Gianni Brera «… estrosissimo…in grado di compiere autentici prodigi». Moro si presentò nell’autunno nel 1965 alla redazione del Corriere dello Sport, emarginato, un cane sciolto del sistema calcio, un anarchico ingenuo che aveva scontato un talento cristallino con tanti, troppi errori. Antonio Ghirelli lo presentò ad un giovane cronista, Mario Pennacchia, che in una serie di articoli raccolse il racconto della tragica carriera di Moro. Talento e disgrazia si dividono in parte uguali la vita di Moro. Capace di parare in carriera un rigore con una mano e nello stesso tempo acchiappare il suo cappellino che gli cadeva, ma anche di vendere partite e rovinarsi al poker.

 

Genio e sregolatezza non sono mai stati epiteti più azzeccati. Tipico dei portieri.

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