La commedia di Al Saadi

Uomo politico, presidente della federazione libica di calcio, calciatore professionista, uomo d’affari, rifugiato. Queste sono solo alcune delle etichette che potrebbero trovarsi sotto una foto di Al Saadi Gheddafi.

Ma la domanda che rimbalza nella mia testa da qualche giorno è un’altra. Che calciatore è stato il terzo figlio del dittatore libico? E seconda domanda a ruota di ambito finzionesco, quale libro/i potrebbero essere esemplicativi della sua vicenda?

Smarcamenti di questa settimana si occupa della vita calcistica del plenipotenziario figlio del colonnello caduto in disgrazia e già sepolto nella memoria collettiva, protagonista di peripezie calcistiche (poche) e idiozie (tante).

Rispondere alle questione di sopra trasforma la risposta in una sciarada fatta di petroldollari, calcio e terrore, doping e panzane all’ennesima potenza, ma calcio giocato poco o nulla. E libri.

Al Saadi rifugiato

Ma partiamo dalla fine. Qualche giornale mesi fa aveva dato la notizia che il Al Saadi fosse morto, ucciso dai ribelli libici o perso sotto le macerie di qualche bunker segreto di Tripoli.

Invece a settembre 2012 un agenzia batte la notizia: Gheddafi figlio, uno dei tanti, è accolto per “motivi umanistici” a Niamey, capitale del Niger. Scampato dalla furia di trent’anni di terrore di milioni di suoi compatrioti Saadi riesce a trovare riparo sotto l’ala protettrice del presidente nigeriano Issoufou.

Il calciatore

Ma è interessante concentrarci su cosa Al Saadi ha rappresentato per il mondo calcistico italiano, e non solo, di qualche anno fa.

Al Saadi è il classico figlio di dittatore. Tanto petrolio significano tanti soldi, che messi nelle mani di un figlio aspirante calciatore possono trasformarsi in un giocattolo rischioso. Soprattutto per avversari e oppositori.

Al Saadi non si fa pregare. Diventa presidente di uno dei due principali club libici, fa radere al suolo lo stadio e la sede dell’altro rivale, diventa presidente della federazione calcistica del suo paese e capitano della nazionale. Difficile capire se il peso del padre padrone abbia influenzato.

Minaccia di mettere in catene i giornalisti che osino citare i nomi dei giocatori migliori di lui, spadroneggia come assoluto rais, anche lui, del calcio libico.

Ma l’ingegnere si sente stretti i panni autoimposti di prima stella del movimento calcistico della Libia e decide che è arrivato il momento di dare la scalata a quello che allora era ancora considerato un traguardo per un calciatore, la serie A.

I primi passi Saadi non li muove su un prato ma nelle stanze del potere che hanno in mano la Juventus. Leggi sotto il nome Tamoil. Quindi anche qui petrolio, soldi e ancora petrolio. Gheddafi jr. diventa socio della gloriosa società torinese grazie ad una cordata libica.

Ma i legami che si vengono a intrecciare fra la famiglia Gheddafi e la Juve meriterebbero abbondante spazio.

Ma il fantasista delle piramidi non si ferma qui. Il colpo di scena è dietro la porta nella persona di Luciano Gaucci da Perugia.

Nell’estate del 2003 Lucianone dopo aver tentato inutilmente di ingaggiare una calciatrice svedese decide che il “talento” libico” è il giocatore giusto. Giusto per riempire pagine di giornali. A riguardo non si conosce la reazione che all’epoca ebbe Serse Cosmi allenatore degli umbri.

Nonostante evidenti limiti atletici e tecnici, Gheddafi nella stagione 2003/2004 riesce comunque a scendere in campo e guarda caso entra nella partita casalinga contro la Juventus. Una manciata di minuti.

Gheddafi jr. però non è tipo da rimanere tranquillo e così, nonostante la fugace apparizione in campo, riesce anche a beccarsi una squalifica per doping. Nandrolone per gonfiarsi i muscoli e aumentare la resistenza.

L’avventura italiana però non si ferma. L’anno successivo lo ritroviamo nell’Udinese. Anche qui mette insieme 10’ minuti in una partita.

 L’ultima stagione italiana di Gheddafi è un triste sipario. Passato alla Sampdoria non scenderà in campo neanche per una passerella davanti ai propri tifosi. Anche qui le congetture su legami fra Erg e petrolio-soldi-libia si sprecano.

Al Saadi Guascone

Su Al Saadi sono tanti gli aneddoti che si potrebbero raccontare. Dal mostruoso suv parcheggiato per cinque anni nel piazzale di un prestigioso hotel di Rapallo, al conto di 320.000 euro dovuti allo stesso, all’intenzione di corteggiare Nicole Kidman alla memorabile sostituzione durante un amichevole fra Libia e Canada o ancora all’idea di creare un Hong Kong libica nel deserto.

Sipario

il-generale-nel-suo-labirintoAl Saadi può essere considerato come un paladino dell’utopia realizzata, utopie distorte si intende, del potere che i soldi possono avere nell’aiutarti a realizzare i propri sogni. Il risvolto è che spesso averne oltremisura può farti perdere leggermente di vista quali possono essere i limiti. Quello che si definiva con cristallina modestia “calciatore per vocazione divina", può essere preso come metafora di un calcio italiano lanciato a mille all’ora sull’orlo dell’abisso, quel abisso che verrà toccato negli scandali continui degli ultimi anni, il calcio dalle finanze dopate e delle scommesse clandestine, dei farmaci e delle urla. La storia di Gheddafi, al di là della vicenda personale, ci dice molto sul potere esponenziale dei soldi nel calcio italiano e sulla corruzione intrinseca del sistema. Il povero Al Saadi forse voleva soltanto giocare a calcio, fare dei gol come gli succedeva nei campi sabbiosi del suo paese, ma nessuno gli ha mai dato una pacca sulle spalle e dirgli che fare l’ingegnere era più utile.

I libri che potrebbero appiccicarsi sulla bella faccia di Gheddafi jr potrebbero essere diversi. Così a caldo gli accosterei Il generale nel suo labirinto di Garcia Marquez. Nel romanzo del premio Nobel si narravano le vicende del generale Bolivar, Gheddafi non ha certo la statura del condottiero sudamericano, però le sue peripezie possono essere viste come un ribaltamento etico rispetto a Bolivar.

Per rimanere in America Latina Gheddafi si potrebbe riconoscere in altri romanzi che trattano di dittatori e assurdi comandanti come Io, il supremo del paraguayano Augusto Roa Bastos o Il ricorso del metodo del cubano Carpentier.

Invece per rimanere nella terra d’origine del piccolo Gheddafi troviamo Chaka, romanzo scritto nel 1846 da Thomas Mofolo, in cui si narra l’ascesa e la prevedibile caduta del capo tribù Chaka che si trasformerà nelle pagine in un sanguinario e totalmente folle tiranno delle tribù sudafricane. Speriamo non sia il caso del calciatore per caso Gheddafi.

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