Nantes, oh Nantes!

Le grandi cadute nel calcio assomigliano a quei romanzi ottocenteschi costruiti sull’ambizione di un protagonista, giovane di belle speranze, ancor meglio se giunto dalla provincia in una grande città, dove fra difficoltà, amori, tradimenti riuscirà a farsi strada.
A questo punto, inevitabile, il successo dello sfrontato giovanotto va in crisi, lui si corrompe e con lui i suoi sogni di gloria.

La caduta è tanto meschina e dolorosa quanto l’ascesa è stata rapida e scintillante. Il calcio, che non ha niente da invidiare ai romanzi, pullula di storie del genere. Attaccanti pescati da qualche lungimirante dirigente a tirar calci su campi spelacchiati e portati a fare meraviglie su platee memorabili, squadre che hanno risalito serie e classifiche ad una velocità che avrebbe fatto venire un embolia anche a Messner, storie di gloria e fango, allori e vergogna. Dalle stelle alle stalle come insegna la saggezza del popolo. La storia che voglio raccontarvi è la storia di una gloriosa, oggi decaduta, squadra francese. Il Nantes. O meglio, Football club de Nantes.

L’ultimo scudetto risale al 2001, da lì una caduta vertiginosa che ha portato la squadra a languire in una posizione di anonimato nella serie B francese (dove per la cronaca attualmente condivide il primo posto con il Monaco, altra nobile decaduta) e farsi eliminare in Coppa di Francia da una squadra dilettantistica. Ma a noi interessa un altro momento della storia recente della squadra di Nantes, quel campionato 94/95 che vide la squadra allenata da Claude Suaudeau infrangere diversi record della Ligue 1, tuttora imbattuti. Quella squadra si impose talmente tanto che portò a coniare, come un tiki taka ante litteram, la definizione di jeu à la nantaise.
La squadra era così composta: Casagrande in porta, linea di difesa formata da Pignol, Decroix, Karembeu e Le Dizet, mediana con Makelele e Ferri, sulle fasce Pedros e N’Doram, punte Loko e Ouedec.

Nomi che ai più diranno poco o probabilmente nulla ma che nel mezzo degli anni 90 portarono dirigenti a esibire blocchetti degli assegni per accaparrarsi qualcuno di quei campioni, giornalisti varcare una immaginaria linea Maginot calcistica e fiondarsi sui campi francesi per ammirare quella perfetta macchina calcistica. Mirabolanti costruzioni pallonare, illuminanti cattedrali di gioco. Questo era quel Nantes.

L’epopea della squadra normanna mi ha sempre ricordato molto da vicino il ciclo della Comédie Humaine di Balzac miniaturizzata alle ridotte dimensioni di una stagione calcistica. Come nei romanzi balzachiani si respira un’aria fertile di provincia francese, i sogni di gloria di una squadra giovane e rampante, i successi insperati dovuti a talento e opportunità ben calibrate, le grandi platee
della capitale e le acclamazioni generali, i destini incrociati e il caso malefico, le rovinose cadute dei protagonisti (i calciatori) e le invettive popolari. Tutto questo e forse qualcosa in più fu quella maledetta stagione fra 1994 e 1995.

Una versione calciofila di un Lucien de Rubempré dove tutti i diversi giocatori compongono un quadro trionfante e grottesco allo stesso tempo. Questa squadra è stata una splendida araba fenice nel calcio europeo e non solo, la più retorica delle meteore esplosa fra castelli placidamente adagiati nella verde Normandia. E che dire dei suoi altrettanto fulgidi attori. Nessuno o quasi si salvò da quello splendido naufragio. Soltanto Cristian Karembeu e Claude Makelele avranno una carriera di tutto rispetto negli anni successivi. Gli altri diventeranno comparse di altri romanzi senza gloria, protagonisti di storie minori, altri disgraziati attori di cadute rovinose.

Fuori luogo come le divise che indossavano, a righe gialle e verdi, una indigesta combinazione di colori, i componenti di quella spedizione maledetta si divisero, come i samurai di un signore morto si disperdono negli angoli del regno, si misero al servizio di qualche altro signorotto interessato ai loro servigi. Ma poco o nulla venne dopo. Gli undici samurai del Nantes si dispersero e di loro più nulla si seppe.

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