“La traduzione mi dà soddisfazioni inimmaginabili”

Illustrazione di Alessio Sabbadini

Chi sono i lavoratori dell'editoria? Perché hanno scelto di fare questo lavoro e cosa si augurano per il futuro del libro? Cosa amano fare e, soprattutto, quante ciambelle mangiano al giorno? Sottocopertine inaugura l'Anti Questionario di Proust: ogni settimana gli editoriali rispondono alle stesse domande su libri, ebook, passioni. Redattori, grafici, illustratori, traduttori, uffici stampa, marketing. Giovani, entusiasti, delusi. Tutti diranno la loro. Si comincia col traduttore Michele Piumini che ci racconta gioie e dolori del mestiere più affascinante dell'editoria.

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Nome: Michele Piumini

Età: 37

Lavoro: traduttore letterario (e saltuariamente redattore) per le più importanti case editrici italiane (tra cui Feltrinelli, Salani, Mondadori, Sonzogno, ISBN, Minimum Fax, il Saggiatore); docente di traduzione letteraria dall’inglese all’italiano.

Sito: www.michelepiumini.it

Come sei finito a fare quello che fai?

È un sogno nel cassetto che già nutrivo ai tempi del liceo. Ho cominciato a metà degli studi universitari, e non mi sono più fermato. Ricordo il mio pensiero ricorrente mentre, ormai esausto, affrontavo gli ultimi esami: perché devo pagare per studiare cose che mi interessano poco o nulla quando potrei essere pagato per dedicarmi a tempo pieno a una delle mie più grandi passioni? Da ciò si può intuire il senso di sollievo e liberazione dopo la laurea.

Fare questo mestiere è «sempre meglio che lavorare»?

Domanda a doppio taglio. Da un lato, amo la traduzione (che mi ha dato e continua a darmi soddisfazioni enormi, a volte inimmaginabili) a tal punto che a volte fatico a considerarla un lavoro. Dall’altro, questo nulla toglie alla mia consapevolezza di come la traduzione, specie in Italia, sia ben lungi dall’ottenere il riconoscimento professionale che merita.

Vuoi più bene a Proust o a Joyce?

Da britannofilo incallito, a Joyce.

L'ultimo libro che hai letto?

Che ho letto, il Pasticciaccio di Gadda. Che sto leggendo, The Bachelors di Muriel Spark.

E invece da adolescente cosa leggevi?

Non molto, oltre alle letture che ci propinavano al liceo classico (del quale ho ricordi non entusiasmanti). Ma una sorpresa il liceo me l’ha riservata: I Buddenbrook, tradizionalmente odiato dagli studenti, del quale invece mi sono innamorato.

Cocktail preferito?

L’acid jazz del Blue Note a Milano. (Analcolico, purtroppo sono un inguaribile astemio.)

Vorresti aver scritto tu Cinquanta sfumature di grigio?

Non so rispondere, ho sentito nominare il titolo e nulla più.

Jonathan Franzen vuole diventare tuo amico: gli offri un aperitivo?

Confesso di non avere letto nulla di suo, ma non escludo di farlo.

Hai un lettore ebook?

No.

Sai distinguere il Simoncini dall'Helvetica?

Non credo, ma l’Helvetica mi è vagamente familiare.

Il futuro dell'editoria è il digitale, il social o le ciambelle fritte?

La carta, direi, quanto meno ancora per un pezzo.

Dove compri i tuoi libri?

Ostinatamente in libreria.

Le serie tv sono meglio dei romanzi o ci vanno molto vicino?

Le serie tv inglesi sono eccezionali, almeno quanto i romanzi. Su quelle italiane stendiamo un velo pietoso.

Ultimo viaggio fatto?

Otranto, quest’estate.

Quante lingue e dialetti parli?

Inglese, spagnolo (poco), vaghe reminiscenze di latino e greco.

Il libro del futuro è senza pagine e si naviga con lo sguardo?

Il libro di carta non morirà mai. O almeno spero.

Chi vorresti essere nella tua prossima vita?

Preferisco avere la sorpresa.

Cosa fai oltre a lavorare nell'editoria?

Leggo, suono vari strumenti ma soprattutto, da quattordici mesi, mi occupo del piccolo Pietro.

Grazie!

Prego!

Francesca Mastruzzo

Non vive a Milano, non lavora nell’editoria, non sposerebbe il Signor Bonaventura, i suoi eroi non sono Anton Cechov e Sailor Moon, non ha un Tumblr.

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