“L’editoria è un mestiere un po’ segreto”

Illustrazione di Monica Ramos

“E che tale deve essere”. Roberto Calasso ha freddato così un ammiratore che gli chiedeva indirettamente se avrebbe mai scritto un'autobiografia. Succedeva sabato, all'incontro con Teresa Cremisi per i 50 anni di Adelphi. Ma questa rubrica, seguita da cinquanta persone in tutta Italia (contando me e il mio gatto), è nata per raccontare i retroscena di quel mestiere segreto, che rimane ammantato di "misterioso dandismo" proprio perché nessuno ha troppa voglia di raccontare con quanta poca grazia si sbronzano gli editoriali (contando me, ma non Calasso, e di certo non il mio gatto).

Le danze si aprono venerdì sera all'Hiroshima (la festa degli editori indipendenti nel locale cubano non conta, sorry). Fandango divorzia mondanamente da Scuola Holden creando un cortocircuito nell'agenda del Salone: Holden festeggerà il sabato, stesso giorno di minimum fax. Può mai essere? C'è un dio che lo consente? L'inquietudine serpeggia sulle bacheche degli editoriali con un mese di anticipo. Alla fine qualcuno trova persino la soluzione. Andare a tutte e due.

Intanto, il venerdì all'Hiroshima si assiste al dj-set più improbabile della storia delle feste dell'editoria da Flaubert in poi. Anima il party la vocalist Andrea Delogu, fresca di pubblicazione con Fandango: musica tunz-tunz che chiunque frequenti i libri pensava ormai dimenticata, esclamazioni al microfono come alle giostre durante una festa di paese. Indifferenti al tormento acustico, ballano tutti, forse perché è il primo party del Salone (di nuovo, Indipendenti, scusate ma il vostro quest'anno non conta), e non vedono l'ora di bersi tre gin tonic uno dietro l'altro, e alla fine è questo l'effetto che fanno tre gin-tonic. Vip in quantità prevista, e persino qualche signora abbastanza in là con gli anni da pensare di poter mostrare tranquillamente le ascelle non depilate. Mentre sulla pista si perde la dignità come la verginità una quattordicenne svedese, qualcuno, tra i fumi dell'alcol, si ricorda di questa scena: Michele Mari che, al Salone, viene assediato da un ometto in sedia a rotelle, inviato da un'anziana senza scrupoli per vendere un incomprensibile libercolo. Lo comprerà, non lo comprerà? Suspance. Mari è un signore e sgancia la moneta. Altra scena. Allo stand Bur, una commessa chiede al suo capo: “Qui cercano i libri di Prost”. “Vuoi dire Proust”. “Ah.”

Tutte queste visioni scompaiono il sabato sera, rimpiazzate da un primo accenno di vera stanchezza. Stavolta per perdere coscienza ne basteranno due, di gin tonic. Qualcuno va prima alla festa della Holden. Qualcuno punta dritto al circolo Esperia per minimum fax. C'è il solito dj-set da festa universitaria, il che è quasi rassicurante: non ci si chiede più il perché della scelta. Per una volta, la folla non è troppa, ed è bello riuscire a parlare a bordo Po. Se solo non fosse l'attività che ci ha consumato per tutta la giornata. Parlare. Con autori, colleghi, amici, sconosciuti. Ma almeno c'è la brezza e Torino e l'alcol (che pure non è mancato al Salone, al padiglione 3 ci hanno pensato Utet e 66thand2nd) e domenica è l'ultimo giorno di fiera per molti e poi chissà quando ci si rivedrà. Si lascia la festa tardi, e l'indomani si può riconoscere dalle occhiaie chi c'è stato e chi no. Al Circolo dei lettori, oasi degli espositori, si consumano più cialde del solito. Davanti alla macchinetta del caffè risuonano i "Ti ho visto ieri da minimum, ma poi sei scomparso e non ho potuto salutarti". A proposito, fermi tutti. Se qualcuno ha fatto degli incontri da stravolgergli il battito cardiaco e poi ha perso l'occasione, lo scriva nei commenti. Si può metter su una cosa tipo Missed Connections, oggi, che per un attimo mi sento buona.

 

Francesca Mastruzzo

Non vive a Milano, non lavora nell’editoria, non sposerebbe il Signor Bonaventura, i suoi eroi non sono Anton Cechov e Sailor Moon, non ha un Tumblr.

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