Passaggio in India con ebook

Photocredit: Vidyanand Kamat 

Alle 10 del mattino nell’open-space risuona un urlo. Un redattore perplesso si pulisce lo sbaffo di cioccolata sul mento. Dalla scrivania di fronte, una collega gli lancia uno sguardo interrogativo, che non si capisce se è riferito alla cioccolata o all'urlo. Si mettono d'accordo sull'emergenza sonora e si affacciano nella sala delle videoconferenze. Lì, sul maxischermo, ci sono una decina di indiani. A quattro ore e mezza di fuso orario di distanza, ma in un ufficio molto simile a questo, gridano «We can do it, we can do it!» con l'entusiasmo di un candidato americano alle presidenziali. La riunione si chiude così. 

Ma che c’entrano gli indiani con l’editoria italiana?

Si comincia con alcuni e-reader regalati per le feste di laurea – per caso, per timidezza, per amore del gadget – e si finisce con il lancio del Kindle di Amazon sul mercato italiano. L'ebook all'improvviso non è più un argomento di speculazione filosofico-olfattiva sugli inserti dell'acculturamento da weekend, ma un prodotto che tutti si aspettano di trovare online. Eppure, chi crede che ogni libro abbia il suo bel file già pronto si è perso vent'anni di rivoluzione multimediale: archivi creati per serendipità ed ereditati senza istruzioni, dipendenti allergici al cambiamento che presidiano il ficus accanto alla scrivania e, soprattutto, lastre conservate in tipografia per ristampare i libri all'occorrenza, fino a che i caratteri a piombo si smussano e spariscono, lasciando un imbarazzante vuoto bianco nel bel mezzo di una pagina. Insomma, le grandi case editrici si ritrovano centinaia di volumi cartacei di cui non esiste una versione digitale. E qui l'India, come ha fatto col sitar per la musica degli anni '60, accorre in aiuto.

Oltre che per i call center, la cucina, la spiritualità e Darjeling Limited di Wes Anderson, l’India è famosa per i servizi informatici a basso costo. A Bangalore un libro arriva di carta ed esce pronto per essere convertito in qualsiasi formato. Per realizzare tutto questo servono telefonate, videoconferenze, contratti che arrivano sempre con una firma in meno del necessario, carte mille miglia e incontri live a cui nessun indiano si presenta a mani vuote.

L’ultima volta il boss dell’azienda di Bangalore ha portato delle mozzarelle dolci che hanno spedito più di un dipendente in bagno (la corsa avveniva nel modo meno offensivo per l'ospite, con la nonchalance di chi non ha altro da fare se non andare a lavarsi le mani). Ora la sua assistente, una donna che lo teme come si teme un capo, appare su Skype. Telefona. L'italiana accetta la videochiamata. Il boss troneggia alle sue spalle, si vedono solo i polsini spiegazzati della camicia e un incipit di pancia, segno che la ciccia ha la meglio sulla classe media anche in India. L'indiana si china verso la webcam, i baffi del capo la seguono. Parla inglese con quell'accento agrodolce che hanno gli indiani, sembra Raji di The Big Bang Theory, ci ricorda qualcosa che ci sembra di conoscere ma è ancora immensamente lontano.  Chiede cosa può portare in regalo al prossimo incontro. «Mi piace la cucina indiana» risponde l’italiana che ha già dimenticato l'episodio delle mozzarelle. Poi si corregge: «Delle spezie, magari, grazie». L’indiana è soddisfatta. Il capo non è più alle sue spalle. L'indiana e l'italiana si guardano un attimo sullo schermo prima di chiudere. Si vedono ogni giorno, si scrivono bugie sui loro progressi, si scambiano complimenti vaghi. Non si incontreranno mai. A pranzo, una collega commenta: «Spezie? Ma non potevi farti portare un sari?».

Francesca Mastruzzo

Non vive a Milano, non lavora nell’editoria, non sposerebbe il Signor Bonaventura, i suoi eroi non sono Anton Cechov e Sailor Moon, non ha un Tumblr.

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