“Rileggo ogni anno Lessico famigliare e voglio una famiglia come quella dei Levi”

Illustrazione di Alessio Sabbadini

 

Entrate, mettetevi comodi, prendete un tè? Latte e zucchero? Se preferite va bene anche un caffè, ma la nostra ospite è anglofila, quindi sfigurereste. Tè, allora? Benissimo. Vi presento Francesca Pellas, piemontese con quel sapore di buona vecchia Europa e Ottocento, allevata con tutti i crismi da signorina per bene: scorpacciate di Natalia Ginzburg, delle sorelle Brontë, di Jane Austen. Ah, e poi conoscete l'altra, che è sempre Francesca Pellas, che va matta per le storie dei vip (e ne scrive anche), soprattutto, manco a dirlo, se british. Credo che sia la stessa che a Torino ha dato il suo nome a un cocktail. Tutte e due, Francesca e Pellas, lavorano in una casa editrice, e si occupano di comunicazione, perché di scrivere scrivono da sempre e hanno un dono per la parola, soprattutto per la parola declinata in maniera simpatica, confidenziale, come se la vostra migliore amica venisse da voi un pomeriggio domenicale e vi raccontasse le sue ultime peripezie. Allora, volete conoscerla?

 

Nome: Francesca Pellas

Età: 27

Lavoro: assistente ufficio stampa e web content editor a Codice Edizioni

Blog/Twitter: Chasing the Queen e @franpellas

 

Come sei finito/a a fare quello che fai? 

Ci si è messo di mezzo il fato, come un po' in tutte le cose. Avevo da poco finito uno stage come copy (e capito che nelle mie vene non scorreva assolutamente il sangue del copy), quando la mia amica Gaia, che da quel momento ho sempre considerato il mio angelo custode, un giorno mi scrisse: «Ho saputo che a Codice Edizioni cercano uno stagista! Manda il curriculum!». Dopo un paio di settimane feci un colloquio. Ricordo ancora molto bene la telefonata in cui mi dicevano che tra tutti i candidati avevano scelto me: ero in treno, fu un momento fantastico. Finito lo stage, mi proposero un contratto, ed entrai ufficialmente in squadra. Ricordo benissimo anche quel momento lì, quando me lo dissero: mi sembrava di volare. Un'amica, vedendomi un paio di giorni dopo, mi chiese: «Hai gli occhi che brillano tantissimo, che cosa mi devi dire? Ti sei innamorata?».
A parte tutto, il mio libro preferito di sempre è Lessico famigliare della Ginzburg. Al liceo lo leggevo una volta all'anno; sono cresciuta con il culto della casa editrice Einaudi, e con due convinzioni: che la famiglia Levi era esattamente come quella che un giorno avrei voluto costruire, e che anch'io, prima o poi, avrei lavorato in una casa editrice, almeno per un periodo della mia vita. Ritrovarmi oggi proprio in quella fondata da Vittorio Bo è una coincidenza curiosa: non so se può farmi scomodare la parola destino, ma sicuramente è una di quelle cose che ti fanno dire che la vita è bella, che la vita la sa lunga.

Fare questo mestiere è «sempre meglio che lavorare»?

Non so voi, ma io prima di arrivare a questo mestiere ho fatto le cose più diverse: sono stata guida in una fortezza sabauda; signorina informazioni nell'ufficio turistico di una località sciistica; ho seguito per due anni le vicende della famiglia reale britannica per il sito di Vanity Fair; ho gestito il sito di un'associazione teatrale; ho lavorato in un call center; ho fatto appunto la copywriter junior in un ufficio pieno di spifferi e con la moquette lurida; ho collaborato con la redazione di Donna Moderna durante la Milan Fashion Week; e, soprattutto, per più di un anno ho fatto la cameriera in un pub, lavorando dalle 7 di sera alle 3 di notte, spaccandomi la schiena e le mani (letteralmente: a volte mi si accavallavano i tendini e rimanevano così per giorni, e io mi chiedevo se alla fine di tutto avrei ancora avuto in dotazione il pollice opponibile). Lavorare in quel pub comunque è stato meglio di un master: ho imparato la pazienza, l'umiltà, il costante esercizio della gentilezza, la resistenza fisica e l'amore per il lavoro ben fatto, qualunque esso sia. In fondo non invidio la gente della mia età che ha sempre e solo lavorato in ambito culturale (la casa editrice, il giornale, il magazine figo, la galleria d'arte): il mondo non è solo quello. Avere la possibilità di starci dentro è meraviglioso, certo, ma se io mi sveglio la mattina felice di andare in ufficio è anche perché so di essere fortunata. Forse, se questa fosse stata da subito la mia realtà, non la apprezzerei allo stesso modo. Ciò detto, non è che nell'editoria non ci siano fatiche, anzi: molto spesso non ci sono orari, per dire. Faccio un paio di esempi: mi è capitato di scrivere mail di lavoro all'una di notte con l'iPhone da una festa di compleanno, e di aggiornare Twitter e Facebook da un pranzo di nozze (perché era appena morta Margherita Hack e un nostro autore le aveva dedicato un articolo, che giustamente doveva andare online quel giorno, non l'indomani). Durante il Salone del Libro, poi, non ho mangiato per due giorni (e chi mi conosce sa che è una roba da fantascienza): avevo troppe cose da fare, troppi posti in cui correre, troppa adrenalina in corpo. Dico spesso che fare questo mestiere è un po' come essere in viaggio di nozze con me stessa: lavoro in mezzo ai libri e con il web, due delle mie più grandi passioni, e sono felice, felice, felice. Poi certo, l'abitudine e la routine s'insinuano dappertutto: ci si abitua a tutto, anche alle felicità più cristalline. Ciononostante, non c'è giorno in cui non mi ritrovi a dire, almeno una volta, «Santo cielo, amo il mio lavoro».

Vuoi più bene a Proust o a Joyce? 

Come direbbe Lorelai Gilmore: «Non ho mai letto Proust. Avrei sempre voluto. Infatti, spesso mi assale un grande desiderio di dire qualcosa come l'avrebbe detta Proust, ma non ho idea di che cosa abbia detto, quindi lascio perdere». Mi limito a citare a sproposito la cosa delle madeleines, che è l'unica che conosco, anche perché la conoscono tutti. Su Joyce invece sono più preparata: la mia professoressa d'inglese del liceo aveva una passione per Joyce, quindi, pur senza averli letti, so disquisire con una certa boria sia sull'Ulisse, sia sul Finnegans Wake. Non dimentico mai di dire «Buon Bloomsday» il 16 giugno, eccetera. A breve, però, intendo porre rimedio alla mia cieca ignoranza: ho bramato moltissimo la nuova edizione dell'Ulisse tradotta da Celati per Einaudi, e un'anima gentile me l'ha regalato, guadagnandosi la mia gratitudine eterna.

L'ultimo libro che hai letto?

A novembre andrò per la prima volta a New Yorke sono così emozionata che sto facendo solo letture a tema: Auster, Safran Foer, McInerney, Lethem e compagnia bella. Ho appena finito New York è una finestra senza tende di Paolo Cognetti (Laterza). Mi è piaciuto molto.

E invece da adolescente cosa leggevi?

Di tutto. Al di là della passione enorme per Lessico famigliare, di cui ho già parlato, e di quella ovvia per Harry Potter, avevo la casa al mare zeppa delle sorelle Brontë della mia nonna materna: a tredici anni in spiaggia leggevo Jane Eyre, cosa questa che evidentemente mi ha lasciato turbe irrimediabili. Poi c'era la mia zia paterna, che per ogni compleanno mi faceva arrivare per posta da Genova un pacco pieno di meraviglie, tutte rigorosamente con testo originale a fronte: Conrad, Jane Austen, perfino Shakespeare. Grazie a lei, a sedici anni ho letto l'Amleto e Romeo e Giulietta, e scoperto Elizabeth Bennet: in effetti è un grazie molto grande, quello che le devo dire. Ah, poi leggevo un sacco di chick lit. Un botto di chick lit. Avevo un'idolatria per Helen Fielding: Il diario di Bridget Jones l'ho riletto mille volte. Rileggevo molto spesso anche quelli che erano stati i miei libri preferiti da ragazzina: Vacanze all'isola dei gabbiani di Astrid Lindgren, Boy di Roald Dahl, e un giallo junior della Mondadori, Il mistero del metrò, ambientato nella metropolitana di Londra. Leggevo tutto quello che trovavo sulla mitologia greca – che è una delle mie grandi passioni -, e in terza media facevo un gran traffico di Piccoli Brividi della Mondadori con il mio compagno di banco. Al liceo, poi, amai talmente tanto La schiuma dei giorni di Vian e L'antologia di Spoon River che riuscii a ficcarli persino nella tesina di maturità. Ma comunque sono sempre stata una lettrice estremamente onnivora: ho letto di tutto, anche Tre metri sopra il cielo di Moccia.

Cocktail preferito?

Dipende. Bellini come aperitivo. Dopo cena invece non so mai cosa ordinare, quindi finisce sempre che prenda Coca e rum, o Vodka lemon, o Gin lemon, o Vodka tonic: uno di questi quattro a caso. Anche perché non sono un'esperta: per me i cocktail si dividono in due categorie, cioè buono e non buono. Non posso però rispondere a questa domanda senza far sapere all'intera nazione che allo Sbarco, un locale a San Salvario (un quartiere di Torino) hanno chiamato un cocktail col mio nome. A dirla così sembra che io sia una tipina giusta che conosce tutti i posti e i tipini giusti, cosa che non è; in realtà è capitato che una sera chiedessi un succo alla pesca con aggiunta di amaretto Disaronno: il barista non aveva mai sentito nominare una roba simile, ed era basito. Io, che lo bevo dal liceo, ero più basita di lui. È finita che me l'ha preparato, e poi se n'è preparato uno per sé, trovandolo buonissimo e chiedendomi di battezzarlo. E visto che, come ho già detto, non ho l'anima del copywriter, ho risposto: «Bah, non mi viene in mente niente. Se proprio dobbiamo dargli un nome, chiamiamolo come me: Pellas». Lui ha passato il resto della serata a offire Pellas a destra e a manca, e io a vantarmene moltissimo. Lo so, non è esattamente un cocktail, ma pazienza. Uh, poi mi piace molto la Sambuca. Ma nemmeno la Sambuca è un cocktail, quindi niente.

Vorresti aver scritto tu Cinquanta sfumature di grigio

Di sicuro vorrei avere il conto in banca che si è fatta E.L. James.

Jonathan Franzen vuole diventare tuo amico: gli offri un aperitivo?

No, gli offro un Pellas. A patto che ne dica solo meraviglie.

Hai un lettore ebook? 

No. Questo fa di me una reietta, me ne rendo conto. Intendo però rimediare, perciò grido ai mondi e alle galassie che ne desidero assolutamente uno: parenti, amici, prendetene pure nota, grazie! Dopotutto il mio compleanno e Natale si avvicinano. Entrambi.

Sai distinguere il Simoncini dall'Helvetica?

Venezia è bella ma non so se ci vivrei.

(Comunque sì, dai).

Il futuro dell'editoria è il digitale, il social o le ciambelle fritte? 

Il futuro dell’editoria è e sarà sempre la lettura, non importa in quale forma. Anzi, ben vengano modi sempre nuovi di leggere.

Dove compri i tuoi libri?

Nelle mie librerie preferite e su Amazon. C'è poi la mia famosa "lista dei libri che chiederei in regalo", che faccio girare tra i parenti poco prima di Natale. Il bello di lavorare nell'editoria, però, è che si inizia anche a conoscere gente che lavora in altre case editrici e che così, per simpatia, ti porta libri in dono. Quando succede non so gli altri, che magari ci son più abituati, ma io mi sento benedetta dagli dèi.

Le serie tv sono meglio dei romanzi o ci vanno molto vicino?

Sono due forme diverse di narrazione. Entrambe godibilissime. Ed entrambe danno dipendenza.

Ultimo viaggio fatto?

Ad agosto io e la mia coinquilina siamo andate a Roma a trovare l'altra nostra coinquilina, che ha vissuto lì tre mesi per uno stage. Roma è la città in cui vorrei abitare, e ci vado ogni volta che posso. Appena prima di ripartire per tornare a casa mi metto a piangere ovunque, anche dal panettiere.

Quante lingue e dialetti parli?

Posso dire che mi fanno tanto ridere quelli che a questa domanda rispondono includendo anche il latino e il greco? Davvero se – puta caso – si aprisse una breccia nel continuum spazio-temporale e foste catapultati nel Peloponneso nel, che so, 427 a.C., mentre là infuriava una guerra terrificante, sapreste cavarvi d'impiccio se rapiti, o malmenati, o ridotti in schiavitù? Non credo proprio. Anch'io ho fatto il classico e ne vado fierissima, ma ci sono modi meno ridicoli di farlo sapere al resto del mondo. Detto questo: oltre alla mia lingua madre, parlo bene l'inglese (perché per l'inglese ho sempre nutrito una passione enorme, fin da ragazzina). Ho studiato il francese per otto anni e lo sapevo molto bene; purtroppo, però, è vero che se una lingua la si pratica poco la si perde, non c'è niente da fare. Oggi lo so quindi abbastanza bene, ma non come un tempo, e non come so l'inglese. Per quanto riguarda i dialetti: sono nata e cresciuta in Piemonte e mio papà è genovese. Il risultato è molto bizzarro: il piemontese lo capisco tutto (o almeno, visto che varia moltissimo da zona a zona, capisco quello di Cuneo città e dintorni), ma non sono in grado di parlarlo senza far ridere chi mi ascolta. In genovese purtroppo non so quasi nulla, tranne i vezzeggiativi (perché giustamente è con quelli che da piccola venivo chiamata).

Il libro del futuro è senza pagine e si naviga con lo sguardo?

Sarebbe bello se il libro del futuro potesse offrire un'esperienza sensoriale a tutto campo, ovvero se ci si potesse entrare dentro e veder accadere le cose, sentendo la voce dell'autore che spiega e racconta e ci svela segreti, e vedendo i personaggi in azione. O almeno sarebbe bello che al lettore venisse offerta quest'opzione, e che stesse a lui la scelta: lettura normale o lettura potenziata?

Chi vorresti essere nella tua prossima vita?

Ammettendo la possibilità che il tempo sia ciclico, e che quindi un eterno ritorno di epoche già passate sia ipotizzabile, vorrei essere una principessa guerriera, senza ombra di dubbio. Vorrei vivere in Scozia in pieno Medioevo, avere i capelli rossi, essere burbera, scassacazzi, e campionessa di tiro con l'arco. Vorrei avere qualche potere magico, o almeno essere amica di una strega o di un mago. In effetti quando l'anno scorso è uscito Brave della Pixar ho pensato: accipicchia, ma questa sono io.
E uh, vorrei avere un destino pazzesco: vivere un amore tragico con un eroe nazionale, o essere io stessa – meglio ancora – un'eroina nazionale che venga ricordata nei secoli dei secoli. Ma è molto importante la cosa dei capelli rossi: voglio avere i capelli rossi.

Cosa fai oltre a lavorare nell'editoria?

Prima di tutto passo quasi la metà delle mie giornate a rispondere a quelli che mi chiedono se il mio cognome sia sardo (cioè quasi tutti) spiegando che no, non è sardo, ma greco. Poi vado molto al cinema. Moltissimo al cinema: da un minimo di una volta a settimana (quando butta malissimo) a un massimo di non dico tutti i giorni, ma quasi. Tengo una rubrica settimanale sul sito di Cosmopolitan, in cui parlo degli amori dei divi (quelli veri, cioè Hollywood e dintorni: we don't do Belèn Rodriguez). Scrivo sul mio blog. Cerco di vedere i miei amici il più possibile. Cerco di scoprire sempre nuovi posticini in cui si mangi bene. Parlo, parlo, parlo sempre (come si evince anche da quest'intervista). Guardo parecchia tv. Compro cazzatine da Tiger. Leggo molto, ma sempre meno di quanto vorrei. Cazzeggio sui social. Ascolto molta musica. Bevo molto caffè. Spero di laurearmi presto (studio Storia medievale: prima o poi, appunto, spero anche di finire). Come tutti, sto scrivendo un romanzo. E a breve, dopo anni vissuti con coinquilini, vado a vivere da sola. Se tutto va bene, a fine mese avrò un nuovo passaporto, la mia prima carta di credito, e un bilocale senza bidet. Tutto sommato, pensavo che diventare adulti fosse meno difficile.

Francesca Mastruzzo

Non vive a Milano, non lavora nell’editoria, non sposerebbe il Signor Bonaventura, i suoi eroi non sono Anton Cechov e Sailor Moon, non ha un Tumblr.

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