Sulla sponda del Po mi sono seduta e ho chiamato un taxi

Illustrazione di Alessio Sabbadini 

Ebbene sì, abbiamo ingaggiato uno 007 che ci racconterà cosa si cela dietro le copertine dei libri, ovvero, cosa si nasconde dietro i meccanismi infernali dell'editoria italia… Oggi è il giorno di Sottocopertine, la nuovissima rubrica che svela tutti i segreti delle case editrici!

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Ovvero le feste del Salone del libro di Torino

Davanti al circolo dei canottieri i taxi sfilano. Sono così tanti che non sai qual è quello che hai chiamato tu. Lo scrittore vip, camicia semiaperta e pancia ballonzolante, corre allegro verso un taxi da cinque e lo ruba a una comitiva. Succede all’uscita della festa di minimum fax. Se sai che esiste, vuol dire che sei nel giro. Se ti arriva l’invito è fatta. Se non ce l’hai, puoi chiederlo al loro stand. Perché Minimum Fax è per la politica dell’inclusione, e ci ha sempre tenuto a coinvolgere i lettori. Il venerdì è il suo turno, il sabato c’è la festa di Fandango-Scuola Holden, che al contrario è blindatissima. Ogni anno si discute su quale sia riuscita meglio. C’è chi ha una preferita di sempre, in ogni caso si presenzia religiosamente a entrambe. 

I party arrivano dopo ore di vasche per la fiera, gole secche a furia di parlare coi colleghi negli stand, sonnellini rubati su una poltroncina a fondo sala durante una presentazione. In tre giorni totalizzi a malapena tre ore di sonno.

Le occhiaie girano per il locale, ammiccano sotto abbondanti strati di eyeliner, dietro occhiali da intellettuale anni ’70 che al buio fanno sembrare tutti giovani Bill Gates. Le tue colleghe si mettono le lenti a contatto e si tolgono quell'aria impantofolata da ufficio. Così leggere, bicchiere in mano e gonna senza calze, neanche le riconosci.  

La stanza in cui si balla è regale, il terrazzo e il giardino danno sul lungofiume. Subito appaiono su Instagram sfocati scatti del Po col filtro Walden. Ottenere da bere è impossibile: lo scontrino si fa dentro, il drink lo servono a 150 gomitate di distanza nella folla. Chi è arrivato presto ha fatto scontrini per dieci cocktail. La selezione musicale è schizofrenica, ma c’è l’immancabile revival anni ’90: al party Minimum Fax l’hanno sempre fatto, forse per celebrare quel periodo stregato in cui la casa editrice è nata ed esplosa dal nulla. Gli scrittori – affermati, esordienti o lì lì per esordire – sono tutti indistintamente allegri, sarà perché vengono celebrati, sarà perché il loro ufficio stampa gli ha procurato da bere a sufficienza. Mentre ballano a suon di Nirvana sono umani. Sudano. Si ubriacano. Si abbracciano di continuo. 

Quando la pista diventa troppo affollata, si esce a guardare il Po. La piazza sull’altra sponda luccica di Novecento. Ti prende una specie di spleen.

Il sabato all’Hiroshima Mon Amour c’è meno ressa, la selezione all’ingresso si fa con una lista. Il re di Fandango-Holden è avvistato contemporaneamente in tre punti diversi. Registi e addetti del cinema compaiono – e si mimetizzano – tra gli editori. 

Incontri la compagna di università che ha cambiato città per lavorare nella sua casa editrice preferita, il redattore che ha fatto carriera nel marketing, l’amico che ha lasciato l’editoria ed è felice così. Una rimpatriata del genere non riusciresti a organizzarla neanche se volessi. 

Nella sala Majakovskij si balla bene, bene davvero, malgrado i visual che scoraggerebbero dalla danza anche il più ubriaco (sfilano la copertina del Giovane Holden, quella di un’improbabile Sudoku Fandango e alcune foto scattate agli autori sudati alla conferenza della mattina). 

Persone a cui davi del lei, a cui scrivevi email iniziando con “Gentile…”, persone che immaginavi oltre i cinquanta all’improvviso hanno trent’anni e volteggiano sulla pista con mosse da animatore di villaggio turistico. Se le incontri in bagno, unico posto in cui si torna alla realtà, si scusano: «Ti assicuro che di solito non sono così!». Ma c’è un patto implicito: quello che succede a Torino resta a Torino

Si passano gli ultimi minuti della festa sulle sedie sdraio sparse per il cortile dell’Hiroshima. All’alba è tutto un baciarsi e abbracciarsi. Chi ha bevuto troppo ed è caduto nella fase sentimentalista, chi è riuscito ad abbordare, chi non si vedeva da una vita.

E poi il rientro. A casa degli amici si allineano i sacchi a pelo in soggiorno. Oppure si va in ostello. Gli ostelli sono sempre belli e lontani oppure vicini e sudici. Le porte del bagno non si chiudono, si fa la guardia a turno con le amiche come al liceo. Ci si sente in gita, scomodi ma contenti. Sono pochi quelli che hanno l’alloggio pagato dalla casa editrice: imprescindibili addetti ufficio stampa, altolocati editor, la coorte dell’ufficio marketing. Tutti gli altri iniziano la ricerca di un posto letto con due mesi di anticipo. Email agli amici torinesi, speranzosi click su torinohostels.com, sms agli amici non-torinesi («A To prendiamo ostello insieme?»). A volte un pensiero sacrilego ti sfiora: «Quest’anno sto a casa. Potrò finalmente potare il mio bambù e finire di leggere la Recherche». 

Ma poi ogni anno ti ritrovi lì, ubriaca, a cercare di comporre sul cellulare il numero del servizio taxi mentre lo scrittore da migliaia di copie si apre la camicia.

 

Francesca Mastruzzo

Non vive a Milano, non lavora nell’editoria, non sposerebbe il Signor Bonaventura, i suoi eroi non sono Anton Cechov e Sailor Moon, non ha un Tumblr.

3 Commenti
  1. La Recherche vale la pena di finirla, non per le qualità che le mancano, ma perché Proust fu uno di quelli che collezionò motivati rifiuti da editori che poi si strapparono gli occhi per non esser stati in grado di riconoscere la validità editoriale di uno scrivere, quello di Proust appunto, privo di altre significative valenze.
    L’universo degli scrittori, tondo come il vaso dove finirà il pesce rosso da luna-park, non si finisce mai di percorrerlo in lungo, in largo anche se non in elevazione, ma lo scrittore, diversamente dal pesce, se ne lamenta in silenzio…