I labirinti della mente

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Secondo capitolo della celeberrima e monumentale quadrilogia di Los Angeles, The Big Nowhere di James Ellroy è il motivo per cui, quando un autore è grande, lo rimane vendendo una copia oppure un miliardo.
Ellroy – in un’ambientazione ai limiti della perfezione, dove le pozzanghere riflettono solo vite guaste – ti spinge in un quadro nero pece, che nella violenza, nel segreto, nella vergogna ripercorre la vita di uomini finiti, troppo compromessi anche solo per dormire un po’: l’insistenza mascherata di Danny Upshaw contro un killer in cui si specchia disgustato, la svuotata lotta politica di Buzz Meeks e Mal Considine, figlia di un grande nulla – appunto – da cui non si può ricavare che una manciata d’aria, come da una scatola aperta ai due lati.

L’intrecciarsi delle vicende dei protagonisti è una corsa nella Los Angeles anni ’50, dove la follia è una salvezza, il tradimento una virtù e la disperazione un modello esistenziale. Sullo sfondo, il razzismo e Hollywood, gli amori (sempre e solo impossibili) ed il jazz.

Jazz da cui ripartire per avere una perfetta colonna sonora di questo libro, ma se in Ellroy la simmetria formale è calibrata e il pessimismo il richiamo più autentico, per il sottofondo scegliamo un contrasto, dove jazz e blues si fondono con la psichedelia, dove lo spettro cosmico si alimenta di materia impro, insomma, mettiamo sul piatto del giradischi Alice Coltrane.

Moglie del più grande di tutti, induista e fondatrice di un Centro Vedanta nella stessa California di Ellroy (il crash totale), artista di punta della gloriosa Impulse! Records, compagna di palco, tra gli altri, di Pharoah Sanders, ha suonato pianoforte, arpa e hammond in album strepitosi come Universal Consiousness, World Galaxy e Journey in Satchidananda: pietre miliari di un modo di intendere il jazz libero da interpretazioni, intriso di un spiritualismo che nulla a che fare con quello da supermercato che tanto piace ai deboli, oltre che sviluppo contemporaneo – è inevitabile un influenza vicendevole – e successivo – il capolavoro Journey… esce tre anni dopo la morte di John – della lezione del divino consorte.

Dato che il dualismo è un po’ la strada che ognuno di noi è costretto a percorrere, questo corto circuito risulta quantomeno stimolante. Almeno per me, e almeno fino allo scontro.

Stefano Fanti

Stefano Fanti è fuggito da Milano e ora vive nella bucolica provincia alessandrina. Scribacchino per varie testate online e non, si occupa principalmente di musica e letteratura. Soffre di una grave dipendenza da serie tv che lo porta a confondere Randy Hickey con Randy Marsh. Ama, tra le altre cose, fantascienza, horror e la psichedelia in ogni sua veste.

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