Il nascondino

(Photo credit: click)

Black Hole di Charles Burns, (dodici volumi usciti tra il 1995 ed il 2005, raccolti poi in un unico libro pubblicato in Italia da Coconino Press) ovvero l’incubo della giovinezza, l’inadeguatezza dello sviluppo, le psicosi della non responsabilità. Tipico esempio di fumettista conosciuto da chi non legge i fumetti (e quindi nome caricato di decine di citazioni a sproposito), Burns è, volendo scegliere la parola più brutta e banale possibile, un visionario: le ferite e le mutazioni di Black Hole sono passaggi dimensionali, visibili esternamente – anche se talvolta nascosti ad occhio vergine – ma profondi come l’infinito, in una sorta di tunnel sensoriale in cui inevitabilmente ci si perde (l’età adulta).

Nel bianco e nero dell’autore americano c’è la dimenticatissima – soprattutto in Italia e nell’Eurozona tutta, dove non si riesce più a guardare oltre il proprio monitor, salvo rari casi in odore di miracolo – sospensione di incredulità, non perché i mondi raccontati siano lontani o diversi, ma anzi, proprio perché parlano di noi guardando dentro e non fuori, scavando nei tormenti senza esserne ostaggio.

Il fumetto post moderno per eccellenza, intriso di pop culture virata al nero, ma senza l’innaturale patina superficiale di finta critica occidentale, ricco invece di pulsioni meditative che ne ampliano il respiro.

E per sonorizzare questa realtà sospesa, dimenticando per un attimo i lavori di Burns con la Sub Pop dei primordi, ideale raccordo del suo immaginario giovanile, scegliamo il lavoro di Tim Hecker, musicista canadese dedito a costruzioni sonore di ambient drone solido ma irraggiungibile, fluttuante – come i personaggi di Burns – nella alienazione cosmica più astratta, superlativa nel suo incedere atmosferico verso un luogo indefinito. Musica dell’allontanamento insomma, che prende per mano la realtà, e la porta a spasso.

E così, tra musiche eteree e teen ager mutanti, si ragiona sulla vera forma delle cose, spesso distante da quello che gli occhi vedono, ma presente, solo nascosta, un po’ come la storia che ha voluto raccontare Nolan con la trilogia del Cavaliere Oscuro (ma anche con Inception), prendendo il Batman milleriano come pretesto per raccontare altro, qualcosa di molto più complesso, e, fortunatamente, non – solo – in termini politici. Ritorna il tema del non visibile – o meglio, non visto – come simbolo dell’oggi, un oggi che si nasconde e che punta tutto sulla distrazione.

Stefano Fanti

Stefano Fanti è fuggito da Milano e ora vive nella bucolica provincia alessandrina. Scribacchino per varie testate online e non, si occupa principalmente di musica e letteratura. Soffre di una grave dipendenza da serie tv che lo porta a confondere Randy Hickey con Randy Marsh. Ama, tra le altre cose, fantascienza, horror e la psichedelia in ogni sua veste.

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