5 motivi per cui non possiamo scordarci di Pier Paolo Pasolini

1.

Pasolini, nel 1968 scrive su il Tempo: «Il borghese… è un vampiro, che non sta in pace finché non morde sul collo la sua vittima per il puro, semplice e naturale gusto di vederla diventar pallida, triste, brutta, devitalizzata, contorta, corrotta, inquieta, piena di senso di colpa, calcolatrice, aggressiva, terroristica, come lui». Il 1968 è anche l'anno in cui George Romero illustra la sua visione apocalittica del capitalismo ne La notte dei morti viventi. Sembra esagerato accostare la raffinatezza dell'intellettuale italiano alla violenza splatter degli zombie – soprattutto se il film in questione non vi è piaciuto e, nel caso, non ditelo – ma non è una coincidenza assolutamente geniale? Se Pier Paolo fosse stato solo un filino più pop non se li sarebbe lasciati sfuggire i morti viventi e ne avrebbe creato un best seller. Altro che Stephen King.

 

2.

Nel 1975 la troupe di Novecento, capitanata da Bernardo Bertolucci, sfida e batte quella di Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Pasolini, lo scrittore, l'intellettuale che nel 1974 sul Corriere della Sera pubblicava l'articolo: Cos'è questo golpe? Io so, facendo tremare i vertici politici italiani e mostrando il fango da cui era coperto il nostro paese, si arrabbia. Se la prende. E sono sicura, conservando la sua naturale eleganza, lancia anche qualche invettiva tipicamente romana ai danni dell'avversario. Perché Pasolini al calcio ci teneva. Giocava dovunque, in strada, sul set e la domenica era in prima fila allo stadio di Bologna. Lo vedo oggi, con la sciarpa al collo, in mezzo ai nuovi ragazzi di strada urlare slogan e sperare che l'arbitro non sia cornuto.

 

3.

Nel 1972 Pasolini comincia il suo ultimo grande romanzo, Petrolio, che non riuscirà mai a concludere e che verrà pubblicato postumo da Einaudi nel 1992. Si tratta di un'opera che si pone, in un certo senso, come un non-romanzo, nonostante ne conservi la struttura. Pasolini dà una grandissima dimostrazione di cosa siano la meta-narrazione e l'anti-narrazione creando un romanzo che è scritto con un linguaggio non appartenente al genere e cercando di portare la sperimentazione linguistica fino al limite, con le pagine illeggibili in greco o giapponese. Pasolini parla della propria opera come di «un'edizione critica di un testo inedito». Finzione resa terribilmente reale a causa della sua morte improvvisa.

 

4.

Pasolini, oggi, avrebbe un profilo Instagram cliccatissimo. Mai scrittore è stato tanto fotografato come lui. La sua presenza fisica è un dato importante nell'immaginario collettivo e, sicuramente, è stata funzionale nel dare forza a ciò che scriveva. Non era l'intellettuale distante ma anzi, ancor di più, era vicino alla gente comune entrando nella loro memoria non solo per le sue parole, ma anche per la quantità di selfie involontari di cui era protagonista.

 

5.

Ancora adesso leggere Pasolini non è innocuo.

E basterebbe questo motivo per ricordarlo.

Generalmente ne si è fortemente attratti o terribilmente respinti perché se si è in cerca di ragionamenti lucidi e il più possibilmente oggettivi bisognerebbe cercare altrove. La sua forza stava e sta nell'invettiva sanguigna, nella passionalità, nel narcisismo esasperato e nella disperazione privata.

Era il 2 novembre 1975 e Pier Paolo Pasolini veniva assassinato all'idroscalo.

Pasolini era tutto. Intellettuale, giornalista, regista del cinema. Era lo scandalo, l'omosessualità senza tabù, la scrittura, la lucidità e la passione. Era l'appassionato di calcio, l'uomo raffinato e il pugile dilettante. Era il rapporto tra il potere e la poesia. La vittima di Macbeth e Amleto. Era forte e debole. Era, prima di tutto, un uomo.

 

Bonus track.

Nel 1972 Pasolini scrive una raccolta di saggi intitolata Empirismo Eretico. Trentasette anni dopo, nel 2009, una band di Mantova, gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro, gli dedica un omaggio appassionato, violento, rabbioso e feroce che vuole ricordarci che non dobbiamo mai dimenticare. Non tanto l'artista, quanto più l'intellettuale-uomo vittima di se stesso, degli altri uomini, degli eventi, del mondo.

Empirismo Eretico

Ostia, la foce del Tevere, la spianata del litorale.
Una strada lunga, in terra battuta, che porta fino a Fiumicino.
Abitazioni abusive, recinzioni, campetti per il pallone, dune salmastre.
La polvere vecchia; vecchia come il lavoro, vecchia come la religiosità pagana, contadina, vecchia come l’amore per Cristo.
Il volto è soffocato in quella terra popolare.
La tempia sinistra, la guancia sinistra che affonda, la maglia sollevata dal dorso, una camicia di lana, calzoni abbottonati alla cintola.
Massacrato.
Ecchimosi sulla testa, sulle spalle: è coperto di sangue.
Ecchimosi sul dorso, ecchimosi sull’addome.
Il naso fratturato verso sinistra, schiacciato verso sinistra.
Le costole spezzate, dieci costole spezzate.
Il braccio destro scostato dal corpo, la mano sinistra deforme, fratturata, in più parti.

Cambiamenti e contraddizioni.
Più la sua analisi diveniva lucida, più diveniva aggressiva.
E più diveniva feroce e più diveniva aderente.

Valle Giulia, l’ecchimosi sulla testa.
La violenza stragista come forma di governo, la mano sinistra fratturata.
L’economia del potere, l’addome lacerato.
Il mancato sviluppo morale della sua Italia, le dieci costole spezzate dalle bastonate.
Il neo-fascismo, la democrazia cristiana e le irresponsabilità del partito comunista, il naso fratturato, schiacciato, informe verso un lato del volto.

Cambiamenti e contraddizioni.

Cambiamenti e contraddizioni.
Più la sua analisi diveniva lucida, più diveniva aggressiva.
E più diveniva feroce e più diveniva aderente.

Il 1962, l’uccisione di Enrico Mattei.
L’ombra nera di Eugenio Cefis che trova radici nei lampi sull’ENI.
La nascita della Montedison.
Il 1971, le speculazioni finanziarie, i fondi neri.
Il controllo dell’informazione con Il Messaggero.
Le stragi dal '69 all’'80, la strage di Bologna, piazza fontana e la banca dell’agricoltura.
Le indagini viziate da attribuzioni anarchiche neo-fasciste.
Il palazzo del potere, Calabresi e l’uccisione di Pinelli.
Sono questi i lineamenti che rimangono del suo viso.
Arsi e divorati dal sangue, raggrumato denso nel fango, irriconoscibili, massacrati, straziati.
“Il PCI ai giovani!!” negli Scritti Corsari.
Il petrolio nelle cenere di Gramsci, nella famiglia dei Troia, nel suo pensiero nella sua scelta.
Questo è urlato, è urlato, è urlato come si urla una bestemmia e come se questa bestemmia fosse la bestemmia d’Italia.
Tra decenni di storia di un potere politico fondato sullo stragismo italiano, fascista e di stato.
Ripeteva: “Io so ma non ho le prove”.
“Io so ma non ho le prove.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe.
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano.
Io so tutti i fatti, io so tutti gli attentati alle istituzioni, io so le stragi di cui si sono resi colpevoli.
Io so ma non ho le prove. Io so ma non ho le prove. Io so ma non ho le prove”.

“Io so ma non ho le prove”, ripeteva.

Quando è stato assassinato all’idroscalo, non pensava alla sua Italia.
Non pensava ai nemici, non pensava al costato di Cristo.
Tanto meno pensava ai suoi assassini: già li aveva redenti.
Pensava a sua madre, pensava a Susanna.

Agonizzante, dilaniato…

Lo vedo salire sulla sua Giulietta 2000.
Raddrizzare lo specchietto retrovisore, guardarsi in volto, togliersi la camicia e con quella tamponarsi le ferite.
Per rendersi presentabile, almeno in viso, asciugandosi il sangue con le mani, con quella mano sinistra fratturata, con quella sua destra già morente.
Lo vedo cercare di rendersi presentabile a sua madre; di rendersi presentabile a sua madre prima di morire.

Aveva detto: “Non ho più speranze: aspetto.
E l’aspettare più invecchio più è cosa dolce, perché meno rimane alla mia esistenza per soffrire, per lasciarsi aggiogare dalle illusioni del cambiamento.
Ma l’odore della pelliccia di mia madre è e rimane l’odore della mia vita.”

Forse, Pier Paolo Pasolini non è stato ammazzato per ciò che è stato detto fino ad ora, ma la sua morte, ha avuto lo stesso effetto.

Mareva Zoli

Pretende di essere sopra la media delle persone ma, in realtà, è una cialtrona. Parla poco. Scrive molto. Legge ovunque. Fa cose e non vede gente.

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