5 scrittori da Nobel che ormai hanno smesso di sperarci

image credit: Philip Roth rosica

Perché qui in redazione ci si era preparati a tutto, ma proprio a tuttoalle croniste bielorusse, ai poeti coreani, alle saggiste algerine, ai drammaturghi kenioti eppure nessuno (nessuno) si è trovato pronto a reagire al colossale "bboh!?" che ha scosso le trame del cosmo quando dall'accademia svedese è spuntato il nome di Patrick Modiano. E mentre la pagina di wikipedia della Modiano azienda cartotecnica subiva all'improvviso migliaia di visite inspiegate e i quotidiani italiani facevano a gara a sottolineare che a dirla tutta Patrick Modiano aveva anche origini italiane e quindi c'era da andarne un po' fieri anche noi di traverso, qui in redazione piovevano angeli in forma di blasfeme imprecazioni di fronte all'apparente assurdità all'imprevedibilità di una scelta del genere.

Sì, è vero è vero, forse è anche questa la funzione del Nobel per la letteratura, ovvero lo spostare i riflettori, per una volta, da chi vi è già costantemente illuminato (ovvero i vari Murakami, Roth, DeLillo, Eco), a chi, pur meritando luce, si ritrova sempre all'ombra. E infatti ben venga quest'anno il Nobel a Modiano com'era benvenuto nel 2011 quello a Tomas Transtömer, perché io pur gongolando privatamente nel fregiarmi conoscitore di cose letterarie non conoscevo Modiano così come non conoscevo Transtömer, ed evidentemente questi autori meritavano invece di essere conosciuti, se sono riusciti ad arrivare in cima al premio letterario più prestigioso del mondo passando sotto ai radar anche dei lettori più attenti.

Ma insomma rimane il fatto che il giovedì della premiazione tutti noi si faceva il tifo per i nostri personali beniamini, gli eterni candidati in quell'immutabile lista dei Nobel papabili che ogni anno compare identica ed ogni anno rimane tale. Si tratta di quegli scrittori e quelle scrittrici che ad ogni autunno fanno fremere le case editrici già pronte a sfornare strenne in edizioni eleganti e fascetta rossa del tipo "Come alla televisione!" sopra alla copertina. E io me li immagino seduti nel loro studio, questi, con una radiolina a transistör tirata fuori per l'occasione e messa sopra al tavolo vicino al portacenere colmo di mozziconi, troppo scafati e disillusi per attendere davanti al telefono la chiamata dalla Svezia, ma piuttosto già pronti a scoprire chi l'ha preso al posto loro, questa volta, questo premio maledetto.

O forse a questi personaggi il riconoscimento del Nobel non fa ormai né caldo né freddo (ne hanno veramente bisogno in fin dei conti?).  A me però piace immaginarli così. E allora ecco una top 5 sui cinque scrittori-Leonardo di Caprio (ringrazio Sara d'Agostino per la felice espressione), quelli che non vincono mai, a prescindere da quanto possano essere bravi, o da quale capolavoro possano sfornare.

5) Bob Dylan, menestrello di Duluth

Bob_Dylan

Del Nobel a Bob Dylan si parla da parecchio, e a ragione. Non c'è dubbio sul fatto che l'«ispirazione idealista» che detta secondo la giuria svedese l'assegnazione del Nobel si possa applicare alla lettera all'opera di Bob Dylan. A partire dagli esordi folk del Greenwich Village fino agli album più recenti, Dylan ha sempre mantenuto la linea piuttosto chiara di un'idealismo che ha il pregio e il difetto insieme di non volersi sporcare di politica, ma di voler cantare di idee nobili e personaggi martoriati dal vivere. Ed è difficile alla fine non leggere della poesia in classici come "Sad Eyed Lady of the Lowlands" e "Desolation Row", o ancore nella sperimentazione beat dei subterranean homesick blues di Blonde on Blonde, Bringing It All Back Home e Highway 61 Revisited.

Ascolto consigliato: qualsiasi cosa Dylan abbia fatto fra 1964 e 1966.

4) Don DeLillo, sciamano postmoderno

Don DeLillo

Di Don DeLillo abbiamo parlato più volte qui a Finzioni. DeLillo, "il grande sciamano della scuola paranoide della letteratura americana", è un grande escluso fra i grandi della letteratura mondiale. Il che mi sembra personalmente assurdo, poiché — fatta eccezioni per alcune opere meno ispirate — l'intera opera di DeLillo rivela una voce pressoché unica nel panorama letterario mondiale, una voce che è riuscita a catturare al meglio il rumore bianco, "white noise" e "total noise", che caratterizza  la nostra società fuor di sesto e postmoderna. Dei suoi libri è stato detto che "mettono a disagio il lettore", ma secondo DeLillo "questo lettore di cui stiamo parlando si sente già a disagio. È molto a disagio. E forse ciò di cui ha bisogno è un libro che gli faccia capire che non è solo".

Lettura consigliata: Rumore Bianco e Underworld

3) Umberto Eco, semiotico erudito e un po' spocchioso

TotoNobel - Umberto-Eco

Eco non nasce romanziere, ma condensa nelle sue opere di narrativa il penchant erudito, borgesiano e totalizzante che caratterizza la sua personalità di studioso. Medievalista, bibliofilo, esperto di semiotica, traduttore e traduttologo, Eco esordisce nella narrativa con Il nome della rosa, romanzo postmoderno in foggia italiana di cui si è parlato così tanto, a partire dalla sua pubblicazione nel 1980, che Eco stesso ha detto ormai di odiare: "Ho scritto sei romanzi, eppure tutti parlano sempre del Nome della Rosa, che io odio perché è una sorta di maledizione. Anche quando escono i libri successivi aumentano le vendite del Nome della Rosa".

Lettura consigliata: non lo so, non ho mai letto l'Eco romanziere. D'istinto mi verrebbe da dire La misteriosa fiamma della regina Loana, ma solo per gli evidenti rimandi paratestuali del titolo al porno italiano anni '80.

2) Philip Roth, "Great Male Narcissist" (cit.)

Philip-Roth

Oh Philip Roth, buon vecchio Philip Roth: per quanto mi riguarda, Pastorale americana vale da solo magari non il Nobel, ma quasi. Insieme a DeLillo e Thomas Pynchon, Roth è nella triade degli scrittori americani (non cantautori) che si giocano il favore dei bookmaker letterari ogni anno. Roth è lo scrittore della piccola borghesia della provincia americana non rurale, dei ritratti di Nathan Zuckerman e di Alexander Portnoy, delle comunità ebraiche della East Coast già narrate dalle voci di Saul Bellow, Henry Roth, E. L. Doctorow, Bernard Malamud e Paul Auster. Philip Roth è anche quello scrittore che non vi farà guardare più allo stesso modo le mele e le bistecche.

Lettura consigliata: ovviamente Pastorale americana, romanzo di un Philip Roth maturo che racconta la storia di Seymour Levov lo Svedese.

1) Haruki Murakami, giapponese che non è giapponese

Murakami Haruki

In tutta sincerità e qui mi attirerò l'odio di molti davvero non riesco a capire perché Murakami debba meritarsi il riconoscimento di un Nobel prima e più di altri. Sia ben chiaro: quel che ho letto di Murakami (Norwegian Wood e L'uccello che girava le viti del mondo) mi è piaciuto davvero molto, eppure non riesco a togliermi dalla testa quell'immagine che Murakami sembra sempre cerchi dare di sé, quasi fosse egli stesso un personaggio dei propri romanzi, al tempo stesso carismatico e insopportabile. Non c'è dubbio che Murakami scriva con maestria, eppure mi sembra la sua una maestria ricercata e autoreferente, quella di un Murakami che fa il verso a Murakami, se ha senso scrivere una cosa del genere.

Lettura consigliata: Norwegian Wood, un romanzo entry level e piuttosto atipico rispetto al resto della produzione dell'autore, ma indicativo della sua persona letteraria.

 

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

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