Cinque storie tristi

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Certe persone – e io sono di quelle – odiano il lieto fine. Ci sentiamo frodati. Il dolore è la norma. Vladimir Nabokov

Qualche anno fa Sad Books Make Me Happy ha cominciato a dirci che un libro triste poteva essere la migliore cura alla tristezza. E se non la cura, comunque un balsamo per chi, come Nabokov, non vuole essere frodato dalla letteratura. Per chi nella descrizione del dolore trova conforto, rassicurazione e la sensazione liberatoria di essere compreso. Un libro triste al momento giusto è una coperta di Linus, un tè caldo una sera d'inverno, una gita al mare anche se è nuvolo (e altri luoghi comuni). Ecco cinque deprimenti titoli di cui non potete fare a meno se vi piace crogiolarvi nel dolore come novelli camillisbarbari o se, semplicemente, vi va bene che la vita, e la letteratura, siano una tragedia.

Le particelle elementari, Michel Houellebecq. Chi si è limitato a vedere la (apprezzabile) trasposizione cinematografica di Oskar Roehler non sa cosa si perde. La scrittura esatta di Houellebecq, perfida e pulita come i cadaveri fatti a pezzi da Dexter, la ricerca di qualcosa di irraggiungibile, che in fondo non si vuole raggiungere (ricordiamoci che Houellebecq reclama il suo diritto all'infelicità), il meschino, squallido infognarsi senza mai riemergere, e il finale impietoso, nero, nerissimo. Ah, grazie, Michel, per avercelo ricordato. Cosa? Tutto.

Felici i felici, Yasmina Reza. Lodato, amato, consigliato, strarecensito. I tanti personaggi (tipici bobos francesi, siete avvertiti) che si avvicendano e si intrecciano nel romanzo di Yasmina Reza (già autrice de Il dio del massacro, portato al cinema da Roman Polanski con Carnage) sono tutti infelici per conto proprio. Attrici bellissime, donne in carriera, uomini politici, vecchie signore in pelliccia, giovani di belle speranze, sono tutti imprigionati in uno sfaccendio vuoto, circolare, dove la comunicazione è impossibile e l'amore, in fondo, non vale la pena. Dove bellezza e giovinezza sono solo una truffa. Rimane, a libro chiuso, la rassicurante sensazione che non ci sia scampo. E va bene così.

Un'esperienza personale, Kenzaburo Oe. Discesa agli inferi totale, alcolica, paragonabile forse solo a Mosca-Petuški (o Mosca sulla vodka) di Viktor Erofeev per la dimensione narrativa magmatica e trascinante. Tori-bird, protagonista in cui è adombrato lo stesso Kenzaburo Oe, uomo immaturo, abituato a prendere il volo di fronte alle responsabilità, si ritrova con un figlio nato con una grave malformazione cerebrale. Indeciso tra la fuga e l'accettazione, Tori-bird medita, si ubriaca, fa telefonate, si perde per le strade, i negozi e le bettole di Tokyo. E con lui ci perdiamo noi, stupiti di ritrovare in quest'uomo apparentemente senza scampo, nel suo egoismo, nelle sue paure e nella sua tragedia, tanta parte di noi. Le circostanze passano in secondo piano. Quella che vive il protagonista è sì una storia personale, ma è la storia di tutti.  

The Silent HistoryYing Horowitz e Quinn LLC. È un libro e non è un libro. È un'app. È una storia a puntate con contenuti multimediali (video, mappe, extra geolocalizzati) uscita nel 2012, curata da Ying Horowitz che, tra le altre cose, è stato editor di McSweeney's. Adesso, per chi volesse, si possono scaricare tutti i "capitoli" e fruire la storia tutta d'un fiato (punti deboli: è in inglese ed è disponibile solo su Apple Store). In America, e poi in tutto il mondo, cominciano a nascere bambini privi dell'uso della parola. Ma non hanno bisogno di un logopedista né mancano loro le corde vocali: sono sprovvisti della capacità di comunicare. Gesti, sguardi non significano nulla per loro. Gli strani bambini sono temuti oppure al contrario accolti come misteriosi segni del divino, nascono scuole speciali per loro, ma anche quartieri-ghetto. Nel frattempo l'epidemia si diffonde. La storia globale, che attraversa parecchi decenni di un futuro molto prossimo, è raccontata dal punto di vista di chi ha a che fare, più o meno da vicino, con questi bambini. Genitori frustrati, genitori che pensano di aver trovato la panacea, vicini di casa insospettiti, medici, santoni, insegnanti, giornalisti. Su tutto regna la consapevolezza che la capacità di comunicare (più o meno efficacemente) è ciò che manda avanti gli esseri umani. Siamo animali sociali. E loro, i bambini "muti", cosa sono?  

Blankets, Craig Thompson. Dopo Maus di Art Spiegelman, Blankets è stato il secondo caso di graphic novel preso seriamente in considerazione come opera paragonabile al romanzo (d'altra parte, il romanzo, alla sua apparizione, era considerato solo un vile passatempo per sartine). La storia autobiografica di Craig, di suo fratello Phil (un ragazzo "speciale", si direbbe oggi) e di Raina è uno splendido Bildungsroman su cosa significa crescere in una città di provincia dove la religione permea ogni azione e pensiero, ma soprattutto su cosa sia per un adolescente amare e perdere (spoiler?) l'amore.

E ci sarebbero mille altre storie, lo so, ma sono troppo depressa per elencarle.

Francesca Mastruzzo

Non vive a Milano, non lavora nell’editoria, non sposerebbe il Signor Bonaventura, i suoi eroi non sono Anton Cechov e Sailor Moon, non ha un Tumblr.

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