Le 5 migliori attese del nulla

Porto molto rispetto per gli incapaci, perché notare le incapacità e accettarle è un modo come un altro per fare del bene e sentirsi meno soli al mondo. Sia come sia, l’incapacità a cui io mi riferisco è una roba seria, qualcosa che ha a che fare con la vita di tutti, e che in qualche modo porta le persone o a fare errori su errori, oppure porta all’inazione, ovvero all’attesa. Parlare di errori è troppo difficile, quindi ecco qui i cinque libri che nella mia testa rappresentano il lato spiacevole dell’esistenza, ovvero l’impossibilità di agire, di prendere interamente in mano il mio destino, lasciandomi come un viaggiatore sfigato che attende il treno su un binario morto.

La montagna incantata, T. Mann.

È il mio personale paradigma per capire quando ci ho preso gusto nell’attendere. Il medico ti prescrive sei mesi di sanatorio, tu ci stai sette, interminabili anni. A fare cosa? A parlare, a istruirti, a formarti grazie alla chiacchiera di persone a cui è rimasto solo un vaniloquio completamente staccato dalla realtà. Perché l’attesa è anche questo: tu e il mondo avete preso direzioni diverse e non vi trovate più.  Succede che poi te ne rendi conto, e li è pure peggio, perché sono cose a cui non si può rimediare, e ogni agire è vano, oppure tragico.

Il deserto dei tartari, D. Buzzati

Qui l’attesa è meno densa di significato rispetto a La montagna incantata, ma se si vuole è anche più drammatica. Giovanni Drogo aspetta l’attacco, lo sogna, lo desidera, ma piano piano l’attesa diventa senza un fine specifico, annacquata in tanti piccoli rituali giornalieri che scandiscono il tempo.  E la vita vola via che viene quasi da piangere. La morte arriva e ti coglie di sorpresa. Ma come, di già? Eppure non mi sento di fargliene una colpa, a Giovanni. La sua miseria non è personale, ma umana.

Aspettando Godot, S. Beckett.

La conferma che il miglior modo per aspettare qualcosa è ciarlare. Godot non esiste, anche se la chiacchiera gode proprio dell’ignoranza di questo fatto.

Il castello, F. Kafka.

K. vive all’estremo le condizioni sopra menzionate. Lui di colpe non ne ha nemmeno una. Si adopera con tutti i suoi mezzi per sapere per quale motivo è stato chiamato in quel villaggio in qualità di agrimensore, qual è il suo scopo, ma finché si aspetta la risposta da uno che di cognome fa Klamm (che in tedesco, con una m di meno, vuol dire illusione), può stare fresco. La sua è un’attesa forzata, frustrante e totalizzante. A differenza delle altre costringe ad agire, ma per niente.

La coscienza di Zeno, Italo Svevo.

Il suo inserimento in questa classifica può apparire forzato, specie se si pensa a  quanti altri libri sul tema ci sono, ma ne parlo perché a mio avviso Zeno supera l’impasse. Lui è uno che non fa altro che aspettare, perché a fare le cose non è capace. Né pratiche, né teoriche. Agisce solo se necessario, ma lo fa come se non lo fosse, ovvero con una tale leggerezza e superficialità che poi viene sommerso dai sensi di colpa. Ma spaccarsi la testa su questo non ha senso. La soluzione è semplice: farsene una ragione.

Insomma, la smania di prendere in mano il proprio destino, di procedere con assoluta certezza in questa vita (Cartesio), è una cosa abbastanza recente, ma smentita almeno dalla metà dei romanzieri europei. Di chi mi sono dimenticato?

 

Luca Marchese

È ossessionato dai macchinisti, unici che ne sappiano più di lui in materia di treni. Tenta di usare la parola “pantografo” almeno cinque volte al giorno, ed ama indossare cappelli. Può annoiare.

7 Commenti
  1. “Klam” in realtà in tedesco non vuol dire niente, è una parola ceca, che significa appunto inganno, illusione.

  2. Parlando molte lingue, spesso le confondo, apposta chiaramente. E comunque klamm in tedesco un significato ce l’ha: viscida.

  3. Ciao obliteratrice. Dunque, klamm significa viscida, in tedesco. Klam significa illusione, ma in ceco. Non si dà traccia invece di un klam con una m sola in tedesco. Comunque non conosco né il tedesco né il ceco, per cui potreste smentirmi con qualche giro di parole e mi convincereste anche del contrario.

  4. Farò il possibile 🙂 E’ che ogni tanto mi dimentico quanto girare su finzioni possa essere piacevole. E poi, va detto, io faccio parte della schiera di quelli che aspettano