Le più grandi gatte morte della letteratura giapponese

Photocredit: Audrey Kawasaki

La letteratura giapponese è piena di donne misteriose e relazioni ambigue che rimangono sospese nel paesaggio senza mai concretizzarsi, ma alcune di queste donne – e alcune di queste relazioni – sono più perverse di altre. Lunghi silenzi, segreti taciuti, inviti languidi, improvvisi ribaltamenti che noi occidentali stentiamo a comprendere. Sembra che ci sia una vocazione alla masturbazione platonica, lenta, inesorabile, che in qualche modo appaga l'anima, o perlomeno l'estetica. Alcuni di questi personaggi femminili però esagerano davvero. Eccone cinque che sono delle vere gatte morte. Tutte promesse e niente fatti.
 
1. Sumire, La ragazza dello Sputnik, Haruki Murakami: Lui la ama, ma lei no. Trascorrono molto tempo insieme, parlano di libri (lei ha una deprecabile passione per Kerouac e – cosa ancor più deprecabile – vuole fare la scrittrice), ma niente sesso. Lui si strugge e lei finisce per innamorarsi di una donna. D'accordo, forse lo stupido è lui. Ma lei non lo molla. Telefonate lacrimose, appelli bisognosi, infiniti dibattiti letterari, Sumire tratta il maestro come un fidanzato però appena lui allunga una mano… Stop! Sumire incontra la sorte che si merita: Myu, la donna di cui si invaghisce, non ricambia le sue attenzioni. Almeno, non fisicamente. Chi fa la l'aspetti.
 
2. Tsugumi, Tsugumi, Banana Yoshimoto: Capricciosa, bellissima, volubile, crudele, affascinante, bisognosa, indipendente, fragile, ammiccante, inafferrabile, adorabile, insopportabile. L'incantevole Tsugumi sfrutta l'alibi della malattia per fare quello che le pare. Ha una doppia personalità che le permette di passare per una ragazza dolce e mite tra gli sconosciuti e di trasformarsi in belva tra le mura di casa. Maltratta la cugina Maria e seduce i ragazzi con uno sguardo. Mette a tacere chi la ama con una sola, affilata battuta. Ma alla fine cosa vuole? Tutto. Purché possa decidere quando buttarlo via.
 
3. Reiko, Musica, Yukio Mishima: Andiamo, chi è più gatta morta di una che per spiegare la sua incapacità di raggiungere l'orgasmo dice che “non sente la musica”? E poi la sua relazione col signor Egami, bello, praticamente perfetto ma insoddisfacente. E tutti i suoi uomini, passando per quello impotente, e i mille ghirigori prima di arrivare alla verità. D'accordo, con questi temi non si scherza, ma il romanzo di Mishima – la sua opera più commerciale, ispirata alla diffusione della psicanalisi in Giappone – presenta la donna come una terra misteriosa e sfuggente, inconoscibile e incompresa. E decisamente gatta morta.
 
4. Maki, Sole maledetto, Fuyumi Soryo: In questa raccolta di manga brevi, la storia che dà il titolo al volume è forse la meno perfetta ma restituisce un meraviglioso ritratto di adolescente interrotta: apparentemente fredda e immota, Maki reagisce al tradimento del suo ragazzo con la minaccia di ucciderlo. Viene rimorchiata dal giovane Ryo e trascorre con lui una giornata ambigua, in cui non si capisce se vuole andarci a letto o suicidarsi davanti a lui. Alla fine solo la scoperta, l'indomani, della morte del ragazzo conosciuto per caso la scuoterà. Tra un sms e l'altro.
 
5. Komako, Il paese delle nevi, Yasunari Kawabata: Da una geisha non ci si può che aspettare ambiguità. Ma Komako, intrattenitrice del paese delle nevi, per cui la vita scorre immobile e mai potrà cambiare, è un vero enigma. Certo, per quanto Shimamura sia sofisticato e affascinante, è pur sempre un uomo sposato che fa la scappatella alle terme. Che cosa pretendere da Komako? Ma la sua imprenetrabile misteriosità femminea è estenuante. Per non parlare di quel segretuccio lì, quell'uomo malato che lei mantiene grazie alla sua professione. Ah, queste giapponesi!
 
E a voi ne vengono in mente altre?

Francesca Mastruzzo

Non vive a Milano, non lavora nell’editoria, non sposerebbe il Signor Bonaventura, i suoi eroi non sono Anton Cechov e Sailor Moon, non ha un Tumblr.

6 Commenti
  1. Nella cultura giapponese sono molto diffuse specialmente negli anime/manga: Yin in darker Than Black per esempio.
    In quella occidentale anche, Florence in Chesil Beach.

    In generale il frutto di qualsiasi idealizzazione amorosa o di qualsiasi problema psicologico della sfera sessuale può creare queste figure eteree.

  2. Tra le gatte morte occidentali, oltre a quella disgraziata di Emma Bovary, Alice di Le domande di Brian merita un bel primo posto, credo. O forse se lo contende con la Niña Mala di Vargas Llosa.

  3. Italiane? Non me ne vengono in mente.. Ma forse forse.. entrambe i protagonisti de “la solitudine dei numeri primi” si possono definire gattoni morti. Indolenti fino all’ultimo, wishy washy etc etc

  4. Naoko! Naoko di Norwegian Wood molto più che Sumire in La ragazza dello Sputnik, rimanendo in tema Murakami. Argh che gatta morta! L’ho odiata!

  5. Naoko gatta morta? Io non direi, mi pareva ancora innamorata del ragazzo suicidato e non riusciva a lasciarsi andare. In quel libro è peggio Reiko, colpevole di un finale insensato, a mio avviso.