Sedersi su una panchina a chiacchierare di letteratura con Dostoevskij

Da qualche giorno non faccio che pensare alle panchine. Di legno, di ferro, di pietra, le panchine se ne stanno accanto a noi: nei parchi, sui marciapiedi, sotto la pioggia, al sole, coperte di neve. Loris Pattuelli le ha definite l'ultimo simbolo di qualcosa che non si compra. Nel blog Alfonsine Mon Amour afferma che bisognerebbe scrivere la storia delle panchine e un libro sull'argomento ci sarebbe, quello di Beppe Sebaste, Panchine – come uscire dal mondo senza uscirne (Contromano, 2008). Lo scrittore meravigliosamente dice: «La letteratura è piena di panchine perché parla della vita della gente – e la gente, sopra ogni cosa, aspetta, e aspettando gira a zonzo e si siede dove capita. Poi parla di panchine perché quelli che scrivono, oltre ad aspettare e guardare anche più degli altri, hanno spesso una vita di frontiera, senza appartenenza.» Le panchine, simboli della soglia, sottili frontiere tra dentro e fuori, «oggi in via di estinzione, come se la loro gratuità (la loro grazia), nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire». La storia di un libro (pensate al bookcrossing come lo ha raccontato il nostro Tamburini in 100 grammi) è anche la storia delle sue panchine.

Cosa sono oggi le panchine? Cosa dicono di noi? Le panchine sono ancora le più belle isole democratiche di questo pianeta? Avrete sentito parlare delle  panchine letterarie di Londra: da Dickens a Oscar Wilde, celebrano la letteratura e hanno "invaso" la città. Fra pochi giorni verranno messe all'asta per finanziare nuovi progetti letterari. Ma allora perché non ce la facciamo tutti una panchina? Perché ogni scuola, ogni condominio non si costruisce la sua panchina? Vi confesso che è quello che cercherò di fare. Per ora ecco una Top 5 di panchine indimenticabili, veri e propri pianeti a cui aggrapparsi. Ce ne sarebbero altre, per esempio la panchina di Bulgakov a Mosca ma io mi fermo qui

  • Italo Calvino, La villeggiatura in panchina da Marcovaldo, ovvero le stagioni in città (Mondadori, 1993)

Ve lo ricordate Marcovaldo? Eccolo mentre, con il cuscino sotto il braccio, si dirige verso la sua isola in mezzo alla città:

C’era, in un angolo della piazza, sotto una cupola d’ippocastani, una panchina appartata e seminascosta. E Marcovaldo l’aveva prescelta come sua. In quelle notti d’estate, quando nella camera in cui dormivano in cinque non riusciva a prendere sonno, sognava la panchina come un senza tetto può sognare il letto d’una reggia. Una notte, zitto, mentre la moglie russava ed i bambini scalciavano nel sonno, si levò dal letto, si vestì, prese sottobraccio il suo guanciale, uscì e andò alla piazza. Là era il fresco e la pace. Già pregustava il contatto di quegli assi d’un legno – ne era certo – morbido e accogliente, in tutto preferibile al pesto materasso del suo letto; avrebbe guardato per un minuto le stelle e avrebbe chiuso gli occhi in un sonno riparatore d’ogni offesa della giornata.

  • Marina Cvetaeva, Il mio Puškin (Marcos y Marcos, 1996)

La poetessa russa ricorda il suo primo incontro con il teatro all'età di sei anni. Cvetaeva vide rappresentata la famosa scena dell' Evgenij Onegin di Puškin. In palcoscenico una panchina che per la Cvetaeva segna nell'opera il limitare tra amore e non amore:

Una panchina, sulla panchina Tat'jana; poi arriva con Onegin ma non si siede, mentre lei si alza. Entrambi sono in piedi. Parla soltanto lui, per tutto il tempo, a lungo mentre lei non dice una parola e qui io capisco che il gatto fulvo, Augusta Ivanovna, le bambole non sono l'amore – che questo è l'amore: quando c'è una panchina sulla panchina – lei, poi arriva lui, e per tutto il tempo parla mentre lei non dice una parola.

  • Gustave Flaubert, L'educazione sentimentale (Garzanti, 2005)

Il primo incontro di Frédéric con Madame Arnoux, avviene su una panchina:

Fu come un’apparizione. Lei  sedeva, in mezzo alla panchina, sola; o così gli parve, abbacinato com’era dalla forte luminosità dello sguardo di lei. Nel mentre passava lei alzò  la testa, lui inclinò  involontariamente le spalle, e, quando si fu messo più lontano, dallo stesso lato, la guardò. Aveva un ampio cappello di paglia con nastri rosa che palpitavano al vento dietro di lei. I suoi capelli neri, divisi a metà, contornavano da una parte e dall’altra le  sue ampie sopracciglia e scendevano in giù a pressare vezzosamente l’ovale del suo viso. Il suo abito chiaro di mussola, a petits pois, le cadeva addosso in mille minuscole e morbide  pieghe. Stava ricamando qualcosa; ed il suo naso diritto, il suo mento, tutta la sua persona si stagliavano sullo sfondo dell'aria blu.  Poiché lei manteneva la stessa postura Frédéric fu costretto a fare molti  movimenti di capo a destra e a manca per dissimulare la sua manovra; quindi si pose vicino all’ombrello, posto contro la panca, e affettò di osservare una scialuppa sul fiume. 

  • Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche (Mondadori)

Le notti bianche di Dovstoevskij è anche la storia di una panchina. Visconti nel 1957 ne ricaverà un film, Leone d'argento al Festival di Venezia. Sullo sfondo  Pietroburgo, deserta e magica, e i due protagonisti: il sognatore e la giovane Nasten'ka. L'azione si concentra tutta dinnanzi alla ringhiera di un canale e poi sulla panchina:

Io non posso non venire qui domani. Sono un sognatore; ho una vita reale talmente limitata che mi capitano momenti come questo, come adesso, tanto di rado che non posso non ripercorrere questi momenti nei miei sogni. Sognerò di voi l'intera notte, l'intera settimana, tutto l'anno. Verrò immancabilmente qui domani, proprio qui, in questo stesso punto, proprio a quest'ora, e sarò felice ricordando il giorno passato.

  • Samuel Beckett, Primo amore (Einaudi, 2010)

Nasce su una panchina e si chiude su una panchina Primo amore, il romanzo d’esordio di Samuel Beckett. Primo amore fu scritto in pochi giorni, tra il 28 ottobre e il 12 novembre del 1946, proprio alla vigilia della stagione dei capolavori, ma rimase inedito per quasi venticinque anni. Fu pubblicato solo nel 1970, dopo il conferimento del Nobel. La panchina di cui parla si trova nel parco del cimitero di Ojendorf, ad Amburgo, il luogo in cui è ambientato l’incipit di Primo amore sotto un cielo "inesprimibile":

sempre lo stesso cielo e non è mai lo stesso cielo, come esprimere questo, non lo esprimerò, ecco”

 

Giovanna Iorio

“Avere la libertà di parola non è abbastanza. Bisogna imparare a parlare liberamente.” C. Hitchens

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