Le note note. No te.

(Photo credit: http://www.mdzol.com/files/image/104/104226/4991d81b360fa.jpg)

Trasudamerica / Le note note. No te.

Facciamo che se vai a Madrid, un bel giorno, mi fai il piacere d’infilarti nella metro verde dalle parti di Gran Vía, magari portandoti dietro l’edizione più bella che riesci a trovare del Dracula di Bram Stoker. Apri il libro, leggi, ti rilassi per tredici minuti, più o meno, accertandoti che le stazioni che scorrono fuori dal finestrino siano Chueca e Alonso Martínez e Rubén Darío. Dovresti essere arrivato al punto in cui il carro è arrivato nel cortile di un grande castello diroccato, dalle cui alte scure finestre non veniva un raggio di luce; ora avvicinati alla porta scorrevole, sei a Núñez de Balboa: scendi. Poi chiedi al churrero all’angolo dov’è Calle de Castelló e arriva alla Fundación Juan March.

Che c’è di figo, mi chiedi? Da diciott’anni, là sono conservati tutti e quattromila i libri che si trovavano nella casa parigina di Giulionòstro.

Sarai contrariat@: m’avrai fatto mica entrare nella biblioteca di Cortázar con Draculasottobraccio?, ti pisipiglierai nello stomaco. Certo che sì. Era il suo libro preferito, matupènsa, ne aveva sette edizioni, chi l’avrebbe mai detto: a Julio piacevano i racconti dell’orrore e le storielle dei vampiri e dei fantasmi. Che c’entra, ci sono pure volumi di poesia precolombiana, quechua, in sanscrito, i trattati di metafisica. Epperò: i fumetti del mistero, Cortázar. I fumetti. Matupènsa.

Una cosa che magari ti rassicura è che Giulionostroi libri li violentava con annotazioni a margine, orecchie, scarabocchi e macheccazzodici, proprio come te. Julio sottolineava fino all’estenuazione e, soprattutto, non gli sfuggiva un refuso. E poi li correggeva. Sulla prima pagina del Paradisodi Lezama Lima, ad esempio, “Perché tutti questi refusi, Lezama?”, li annota uno per uno (sono quaranta: un fracco, effettivamente) con la penna azzurra, impietosa spada infuocata da Arcangelo dell’Ortografia. E guai se la colpa è dell’editor: “Che Otero Silva, ma che maniera di controllare il manoscritto, eccheccazzo!”. [eccheccazzo, se t’interessa saperlo, in ispagnuolo si dice carajo; tanto lo sai che la jotasi pronuncia come la cidei fiorentini, vero?]

Te le mandava mica a dire, Giulionostro. “Brillante, sì, ma poi?”, “Retorica da quattro soldi, vecchio!”, qua ce l’aveva con Octavio Paz, per dire, e poi: “Penoso!”. L’ultima era per nientepopodimenoché quel signore che inizia per B e poi c’è una O e una R prima di una G che ha lo stesso suono di carajo, e ah, finisce per ES.

“Abbandono qua: a pagina 76” è invece l’ingrato destino toccato a Elena Garro, la moglie di Octavio Paz, per la quale non viene lesinato neppure un poco galante “non esiste il diritto di scrivere così male”. E c’è da immaginarselo mentre traccia croci, strappa pagine, getta i libri in terra e poi li raccoglie, con una carezza, le scuse premurose dopo uno schiaffo alla fidanzatina delle medie che t’ha fatto uscire dai gangheri,.

Tratti di penna verde colorano gli scambi con Pablo Neruda sul virgineo prato di Confesso che ho vissuto, che poi è il libro nel quale il poeta cileno scriveva “Sono onnivoro di sentimenti, di esseri, di libri, di avvenimenti, di battaglie. Mi mangerei tutta la terra, mi berrei tutto il mare”: “è quel che hai fatto, Pablo, e agli altri duole”, la nota cortazariana.

Aprire cuore e cervello ai suoi autori preferiti era, per Julio, un modo come un altro per  agire di grimaldello su se stesso. Anche a costa di riaprire personalissime ferite: “Dopo il mio quattordici aprile*, come non sentire più forti questi versi, come può il mio pianto non bruciare legato al tuo?”, dice di alcuni versi di Cernuda dedicati al figlio morto.

Vedi, amic@ che vedrai bene d’andartene a Madrid facendo quanto ti s’è detto di fare, alla fine del gioco (cit.) siete mica così diversi, tu e Julio, entrambi scarabocchiate spiegazzate masticate le pagine ingiallite dei libri che tenete sui vostri scaffali; e se ti viene da appuntare sul frontespizio di Dracula“letto in metro tra Gran Vía e Núñez de Balboa, very hot, penna verde e churrero coi denti di mais, c’est la vie”, sei mica fatt@ stort@, amic@.

Senti che c’è scritto sulle Poesie Completedi Pedro Salinas:

“Releo en Weisbaden, en el restaurant Zagreb, lleno de vampiros. La mujer de negro (autómata de Hoffmann) el proprietario out of a Polansky film, el mozo con patillas, barba azul, todos mirando a los clientes como si les calcularan los glóbulos rojos. Very Beautiful. Y entonces, Salinas”.

Che è una ròba così bella che ti ci metti mica, a tradurla, amic@.

 

* No. Non lo so, cos’è successo a Julio il 14 aprile**. Son sempre meno quello che se ci fai a gara di Cortázar sicuro vince lui. (cit.)

** in compenso, il 14 aprile son nato io. Auguri.

 

[A proposito di biblioteche: sembra che stiano smantellando, a Roma, quella dell’Iila, l’Istituto Italo-Latino Americano recentemente sfrattato da Piazza Cairoli e rilegato in un appartamentucolo ai Parioli, quartiere fighetto ma pure fuori mano. Non è dato sapere che fine faranno i centoventimila volumi e più; sembra che una buona parte sia già finita al macero. Anche se né Quiroga né Arlt sembrerebbero aver firmato alcun manifesto pro-Battisti]

 

Fabrizio Gabrielli

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.