Cosa abbia di bello lo scalare una montagna è tanto ovvio per chi ama farlo, quanto inspiegabile per chi non ha la stessa passione.

 

Quando racconti a qualcuno di una tua scalata o ti entusiasmi per le imprese e i personaggi che hanno segnato la storia dell’alpinismo, ti abitui presto a riconoscere lo sguardo che significa solo: “ma perché?”.

 

A sua volta, chiunque pratichi l'alpinismo si è fatto almeno una volta la stessa domanda e forse esistono risposte solo apparentemente più esaustive di quella che diede George Mallory, uno dei primi scalatori dell’Everest, quando gli chiesero perché volesse scalare quella montagna: “Perché è lì”, disse lui.

Non è facile far capire che senso abbia affrontare il meteo sfavorevole, le scomodità e il pericolo di raggiungere certe cime, con il solo scopo di conquistare qualcosa che in sé è assolutamente inutile.

 

Uno degli aspetti più interessanti di questo sport è l’obbligo di vivere il “qui ed ora”. Si potrebbe quasi definire paradossale il rapporto fra la letteratura di montagna e il vivere certe avventure in prima persona: la lettura porta a sperimentare esperienze e mondi che sono spesso lontanissimi da dove ci si trova e distoglie in modo emblematico dal “qui ed ora”, mentre se si sta scalando non è concesso molto spazio alle divagazioni. La scalata obbliga l’individuo a concentrarsi su se stesso, ad assumersi la responsabilità di scelte che possono costare molto care, in un progredire che sarebbe limitante ridurre in soli termini fisici.

 

Nell’alpinismo, ogni individuo con le sue vittorie e le sue sofferenze (anche fisiche) si sente nuovamente al centro del proprio mondo in maniera autentica e diretta, senza possibilità di deleghe, intermediari o convenzioni sociali.

È questo voler custodire quel mondo puro e il proprio io che porta all’alpinista il gusto della solitudine e dell’originalità, che sogna tanto nelle scalate quanto nella vita di tutti i giorni, o è il gusto stesso il punto di partenza per avvicinarsi a questa disciplina? Di certo non è un caso che i più grandi esponenti di questo sport lottino contro la sua banalizzazione e massificazione, invece di cercare di aprirne le porte ad un pubblico sempre più vasto come fanno le federazioni di tutte le altre discipline.

 

Il piccolo libro L’Euforia delle cime di Anne-Laure Boch raccoglie in sé tutte le questioni che ruotano attorno a quello che sembra essere un misterioso richiamo che su alcuni esercitano le montagne: il “romanticismo della solitudine”, il confronto con la natura estrema, la nascita dell'alpinismo, ma anche la dipendenza dell'alpinista dalle proprie sostanze endogene che lo rendono simile ad un “tossicomane dipendente da adrenalina, endorfine e ormoni dello stress”, come si legge in queste pagine.

 

Una riflessione utile a tutti quelli che hanno un amico che si diverte a scalare montagne e che vogliono comprendere un po’ di più quello strano individuo e a chi scala, per scoprire qualcosa in più sulla propria passione… e sui suoi limiti.