La Volksvagen azzurra del ‘67

Bukowski è il mio scrittore preferito, è stato l’amo a cui ho abboccato quando ho iniziato a leggere con una certa regolarità. Avendo vissuto gran parte della sua vita a Los Angeles, tolti alcuni periodi di carestia, è sempre stato automunito. Ne ha avute diverse, ma qui mi concentro su di quella presente nel libro Donne, del ‘78.

A Los Angeles non si vive senza macchina, o per lo meno non si vive così bene. Parlando con un amico che c’è stato da poco, mi ha detto che per lui Los Angeles è una grossa periferia, come Bussolengo. Ora immagino che la maggior parte dei finzionici non conoscano Bussolengo, beh, immaginatevi Los Angeles, ma senza macchine americane né star del cinema. E senza l’oceano (Pamela Anderson che corre, ecc. ecc…).

Ho ripensato al suo rapporto con l’auto, e mi sono accorto che non c’era nulla di epico, in tutto quello. In tanta altra letteratura di qualità, quando si legge di un uomo e di una macchina, capita di scorgere l’eco del cowboy solitario che in sella al suo destriero affronta le insidie del fato ostile. Chinaski, l’alterego di Bukowski, no. A meno che non vogliate vederne la versione nichilista. Leggiamo:

Tornammo al piccolo parcheggio sotto l’autostrada. La Volkswagen azzurra del ’67 non c’era più. Il modello del ’67 era l’ultimo buono, e i ragazzi lo sapevano. (…) Pensai a 2 o 3 ragazzotti che filavano a tutta velocità con la mia bella macchina azzurra lungo la Coast Highway, fumando erba, ridendo, aprendo i finestrini. (…) Quella notte dormii abbracciato a Katherine, ma il mio cuore era freddo e triste.

Fortunatamente avevo un’assicurazione contro il furto che pagava il noleggio di una macchina. (pag. 106-107, Tea)

Qualche capitolo oltre la polizia gli ritrova la macchina:

Katherine restò altri 4 o 5 giorni. Erano arrivati i giorni pericolosi, per Katherine. Io non sopportavo i preservativi. Katherine comperò della schiuma spermicida. Intanto la polizia aveva ritrovato la mia Volks. Andammo già al deposito a prenderla. Era intatta tranne per la batteria, scarica. La feci portare in un garage di Hollywood dove la rimisero a posto. Dopo un ultimo saluto a letto portai Katherine all’aeroporto con la Volks azzurra, TRV469. (…)

Katherine entrò nel tunnel di imbarco e sparì.

Tornai al parcheggio, salii sulla Volks, pensando, almeno è rimasta questa. Che cazzo, non ho perso proprio tutto. Partì al primo colpo. (pag. 112, Tea)

In un romano di 400 pagine, questi due sono gli unici passaggi in cui viene menzionato una forma di attaccamento alla macchina. La dinamica del furto ricorda quelli di Dean Moriarty, in Sulla Strada: rubare una macchina per una sera o due, gozzovigliare e poi abbandonarla. Ecco, Bukowski non era Dean, o Neal e nemmeno Jack, era uno di quelli a cui rubavano la macchina.

Quindi, una macchina per scappare? Non proprio. Non esiste macchina con funzione più fatica, in tutta la storia della letteratura americana, direi. Nessun idealismo, nessun sentimento, niente nessun mito della frontiera da conquistare. Henry Chinaski è uomo a cui serve un macchina per tutti gli spostamenti quotidiani: fare la spesa, dare qualche passaggi ad amici, dei giretti fino al drugstore, viaggi fino all’aeroporto e qualche trasloco. Insomma, Chinaski siamo noi!

Lo so, questo giro mi sono troppo dilungato sul testo, ma è solo perché, specie a metà settimana, tutti ci meritiamo un po’ di Bukowski.

Andrea Sesta

Vi parlo del mio mondo perfetto: una biblioteca grande come una casa, una donna adorabile al mio fianco, del cibo delizioso e storie di pirati fino a morire. Mi piace leggere, e quando ho tempo faccio anche il resto.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.