Una slitta al Polo Nord

Mentre allaccio lo zaino mi torna alla mente la domanda che Licia Ambu ci ha fatto in un suo articolo su Finzioni qualche tempo fa: quanto vi fate toccare dai libri? Chiudendo l’ultima cerniera del mio bagaglio, non posso che pensare “Ecco, forse un po’ troppo”. 

Il fatto è che non è nemmeno la prima volta: mi è già capitato in qualche occasione di farmi prendere la mano partendo per viaggi catalogabili sotto la voce “Si può sapere cosa diavolo ti è venuto in mente?” e la decisione di passare il Natale a zonzo nella natura artica andrà sicuramente a gonfiare questa categoria.

Sicuramente la spinta per realizzare concretamente certe esperienze non può venire solamente dai libri che abbiamo letto, ma altrettanto certamente questi hanno una buona dose di colpa. Non pensiate semplicemente a London o a Melville o altri che hanno colonizzato le nostre fantasie aprendole fin da bambini ad avventure che non smetteremo di sognare per il resto della vita: anche i più insospettabili autori sono pronti a mettervi nei guai! Se il libro che avete per le mani dopo qualche riga si trasforma in un peso che vi tiene per terra e a cui aggrapparsi per non volare via come un palloncino insieme ai vostri pensieri e alle vostre fantasie, quel libro vi porterà da qualche parte.

E chissà quali pagine avranno fatto sognare Knud Rasmussen per trasformarlo in uno dei primi e dei più grandi esploratori artici al mondo. Groenlandese classe 1879, compì per venti anni viaggi nei ghiacci polari.

In quei luoghi, però, non cercava natura incontaminata e solitudine: anche se un amore per queste cose lo devi avere se vuoi partire per un viaggio del genere, il suo scopo era esattamente l'opposto. Il suo scopo erano le persone. In ambienti pressoché disabitati, lui andava alla ricerca di esseri umani, con il desiderio di conoscere cultura, leggende e modi di vita di quei popoli del freddo che a quel tempo erano ancora sconosciuti: gli Inuit.

Muovendosi su di una slitta come fanno gli abitanti di quelle aree (del resto quale altro mezzo di trasporto potevamo scegliere per l’appuntamento natalizio di Traveler’s cheques?) Knud Rasmussen parte alla ricerca dell’altro. Un viaggio concreto e reale in cui il mezzo di trasporto, diversamente da quanto accadeva in altre storie di cui vi abbiamo parlato,  non assume valenze metaforiche perché non è rivolto in primis al proprio Io, alla pura introspezione, ma all’altro da sé.

Si scoprono così leggende a volte cruente, usanze e racconti orali che sembrano senza un vero significato da comunicare. Non si tratta di una descrizione idilliaca e nostalgica di popoli legati ad una natura incontaminata: si capisce chiaramente cosa voglia dire abitare in luoghi che per lunghi periodi dell’anno si rivelano assolutamente inospitali, quali paure possano nascere in quelle situazioni e come tabù e superstizioni non siano semplicemente qualcosa di irrazionale, ma un modo utile a consolidare comportamenti fondamentali per sopravvivere in quegli ambienti.

Leggere Il grande viaggio in slitta significa scoprire, senza annoiarsi un secondo, un mondo e un popolo vario e incredibile, con le sue forze e i suoi limiti. Serve anche a sentirci un po’ meno frustrati quando, dopo aver viaggiato con lo scopo di conoscere un modo di vita autenticamente diverso dal nostro, lo troviamo tremendamente influenzato da quello che chiamiamo Occidente: se in un’occasione questa sensazione non ha risparmiato nemmeno un esploratore artico degli inizi del Novecento, possiamo proprio metterci il cuore in pace.

Marco Combi

Sostenitore del pensiero viandante e discepolo del nomadismo, interiore e non. Quando viaggia, legge. Quando legge, viaggia. In perenne ricerca della domanda giusta che gli faccia capire quali sono le risposte che sta cercando.

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