La febbre da Lost in 4 libri

Dopo Reading Bad, oggi comincia una nuova rubrica finzionica dedicata alla serialità televisiva: How I Read Your Mother, ovvero, consigli di lettura abbinati alla visione di una serie TV!

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Era una sera d'inverno, molti dei miei amici soffrivano di una pericolosa quanto comune sindrome, la febbre da Lost, che si manifestava con notti insonni, occhi rossi e crisi di astinenza dopo le quarantotto ore. Con un senso di superiorità, pensavo di esserne immune e guardai il doppio episodio pilota, per dimostrarlo a tutti. Invece, il contagio immediato; la prima settimana fu, clinicamente, la più critica. Ogni tanto mi succede ancora, presa dalla nostalgia, riguardo quelle due puntate e, ogni volta, fermarmi è difficile, anche se so cosa mi aspetterebbe. Sei serie da vedere tutte di un fiato per la terza volta di seguito, ebbene sì, sono recidiva. Eppure quelle due puntate non mi fanno impazzire, ma qualcosa mi impone di andare avanti.

Apro gli occhi insieme a Jack in una foresta con un verde assoluto, credo che anche Walt Disney ne proverebbe invidia. Dopo il verde appaiono, in ovvia successione, un cane e una scarpa. Mentre la scarpà rimarrà immersa nel mistero, il cane è Vincent, il labrador di Walt. Non Disney, l'altro, il bambino del telefilm. Poi si comincia. Permettetemi un inciso, anche se Steinbeck partì con un barboncino francese, nel suo Viaggio con Charley, non pensate anche voi che Vincent ci sarebbe stato meglio?

Arriviamo alla spiaggia che è ridotta a un campo di battaglia: morti, feriti ed esplosioni, uno scenario apocalittico degno dell'Ombra dello Scorpione di Stephen King. Jack, sfregiato in volto, bello e forte (e allora perché io, quando mi taglio, mi gonfio tutta come un palloncino?) corre qua e là per la spiaggia a salvare tutti, dimenticando di avere la schiena squarciata. L'apocalisse continua con personaggi più che caricaturiali e donne con il trucco perfetto. Ma non eravate appena precipitate da un aereo? Su tutto troneggia un mare da cartolina, finalmente dopo anni ho trovato quello che mi ero immaginata tra le pagine di Oceano Mare di Baricco. «Ci sarà sempre un mare che ti chiamerà». Quale? No miei cari; Baricco scrive la frase, poi il mare ve lo dovete costruire voi.

A questo punto la febbre da Lost era già alta e due, credo, i motivi. Il primo, scontato, la scarpa inziale; ho atteso sei serie per avere una risposta. Il secondo, invece, ha un volto, e un nome: Sayid. Innamorata al primo colpo. Forte e con mille capacità, ma anche pieno di debolezze umane. Un personaggio così non si può lasciar sfuggire.

Solamente una volta mi era successa una cosa simile; si chiamava Caino ed era il protagonista dell'omonimo romanzo di Saramago. Non più fratellicida invidioso e impersonificazione del male, il Caino di Saramago è  prima di tutto un uomo, e come tutti gli uomini un poco invidioso; uccide suo fratello, è vero, ma la colpa è del dio, minuscolo e crudele. Per 142 pagine ho viaggiato avanti e indietro nell'Antico Testamento (lo ammetto, le linee temporali dritte non fanno per me) con Caino e il suo mulo. Ho visto i trucchi con cui si è destreggiato e grazie ai quali è riuscito a cavarsela, ma, soprattutto, ho visto l'uomo, pieno di grandezze, debolezze e contraddizioni. Sayid era già segnato, sarebbe stato il mio Caino.

Giulia Gestri

Nomade per caso o per vocazione. Ha libri ovunque nel mondo, ma per mandarla in crisi basta chiederle da dove viene.

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