Alle ragazze che sanno ridere – Intervista con Elena Varvello

Di regola io ne conosco una sola: bisogna essere buoni, cazzo.

Kurt Vonnegut

 

Arrivo a casa di Elena e faccio difficoltà a parcheggiare davanti al suo cancello. Quando tiro il freno a mano mi viene un dubbio: in discesa bisogna lasciare la macchina in prima o in retro? Un quesito ridicolo, me ne rendo conto (adesso che lo scrivo) ma in quel momento davvero non mi viene in mente la risposta e allora prendo il cellulare, cerco il numero di Elena e faccio per scriverle. Mi fermo. Quell’istinto di porre a lei una domanda tanto stupida fa parte della nostra amicizia ma soprattutto del suo modo di essere.

Ci vuole qualcuno di molto onesto per rispondere a domande tanto ridicole, ci vuole qualcuno che sappia ridere delle banalità così come delle sconfitte, qualcuno che abbia ben chiaro che niente nella vita ha un senso logico e razionale e che allora non serve giudicare, bisogna solo sforzarsi di osservare. Qualcuno che rinunci a prendersi sul serio anche quando scrive un libro, anche quando quel libro, nonostante il successo, non smetterà di fare male.

Forse la distinzione tra uno scrittore bravo e uno che bravo non è, bisognerebbe farla da questa prospettiva, ragionando su quanta solennità contengono le parole che sceglie di usare. Nei libri come nella vita. Dovrebbe esistere una guardia davanti a un immaginario cancello, all’entrata di ogni casa editrice, e questa guardia dovrebbe porre sempre la stessa domanda: quanto godi leggendoti? La risposta dovrebbe sempre essere una risata.

Trovo Elena seduta su una sdraio, sotto il portico. Le peonie rosa che Mrs Dalloway sbaverebbe se le vedesse, le siepi a ripararla dal sole. Sta leggendo e fumando. Fumando, ovviamente.

Mi urla un ciao, e poi tutte e due scoppiamo a ridere. Ti devo troppo raccontare, le dico, lei mi fa il verso, ma come parli? Andiamo in cucina. Il posacenere sul tavolo, il caffè sul gas, il computer aperto. Sembriamo le protagoniste di un racconto della Munro letto da Paperino.

È il 30 maggio, domani uscirà La vita felice, il nuovo romanzo di Elena Varvello. In tanti da domani scriveranno e parleranno del libro. In tanti ne racconteranno la trama, trovandoci ognuno qualcosa di diverso, di sensazionale, d’interessante. Avranno tutti ragione e tutti torto, come sempre quando si parla di libri. Perciò andatevi a leggere le loro recensioni, qui si chiacchiera e basta.

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La vita felice inizia con una citazione: “In talking about the past, we lie with every breath we draw”. Mi spieghi qual è, secondo te, il significato della bugia, sia in letteratura che nella vita?

Mentire a ogni respiro riguardo al nostro passato non ha alcuna accezione negativa, si riferisce a una specie di destino che ci vede obbligati a immaginare e ricostruire. Mentire, per come lo intendo io, è immaginare. Crescendo siamo stati condizionati a pensare che non bisogna raccontare storie, e cioè bugie, ma non possiamo che raccontare storie su noi stessi, immaginando ciò che siamo e ciò che siamo stati.

Desideriamo sempre che gli altri ci raccontino la verità: è un sogno. Per uno scrittore, soprattutto, la verità è quella che Flannery O’Connor chiamava verità narrativa, la verità dell’immaginazione, quella che puoi raggiungere soltanto nel racconto. Io credo di non sapere ma posso comunque immaginare. Per me è incomprensibile una richiesta di verità che non tenga conto dell’immaginazione.

Se non ti conoscessi e non fossi certa che tu sei così, ti direi che mi hai dato una risposta un po’ da paraculo…

(Le chiedo se posso scrivere paraculo. Il tuo libro è un Supercoralli, aggiungo, si può dire la parola paraculo, parlando con una che ha scritto un Supercoralli?)

Credo nelle bugie solo nel senso che credo nella narrazione di se stessi. Tutto qui. Non sto dicendo che non si debba essere onesti, che non ci si debba sforzare, perlomeno. Provo soltanto a vedere la bugia, il mentire, come il modo indiretto in cui tentiamo di raccontare qualcosa che non potremmo dire apertamente.

Forse perché non credo più all’identità intesa come unica, rigida e riconoscibile. Quello che fa uno scrittore è assumere tutte le identità possibili e dunque tutte le verità possibili. Tutti i punti di vista.

Ma allora, se un libro inizia dicendoci che tutto quello che leggeremo è una possibile menzogna, perché noi dovremmo credere al narratore, a Elia in questo caso?

Sono convinta che non ci sia un narratore più affidabile di quello che ammette di non esserlo. Ha il coraggio di dirti che noi tutti raccontiamo così le nostre storie: tacendo certe cose, legandone altre, trasformando. Mi viene in mente il rapporto con i figli, per esempio: a loro raccontiamo solo una parte, una versione di noi stessi. Lo facciamo anche coi nostri genitori, no? Quando si scrive si cerca sempre di raccontare la verità, ma si tratta di un altro tipo di verità, come ti dicevo.

Alzo gli occhi dalla tastiera e, oltre la finestra, noto suo figlio dietro un cespuglio, con le cuffie nelle orecchie e uno spruzzino in mano. Ah, ma allora è un vizio di famiglia, le dico. Mi riferisco a un fatto accaduto qualche giorno prima di questo incontro, quando Elena, durante una festa, imbarazzata, mi mandava messaggi vocali su Whatsapp, nascosta dietro un cespuglio, raccontandomi l’atmosfera e aggiornandomi sulla situazione. Le chiedo se posso scrivere di questa storia anche se so già che mi dirà di sì. Perché Elena ha il coraggio di ridere e di far ridere, di apparire anche buffa agli occhi degli altri. Immaginatevela, vi consiglio, immaginatela con i suoi ricci rossi, un cappotto azzurro, nascosta tra il verde.

Ripensando al cespuglio, al fatto che non volevi uscire da lì e che ci sono voluti due messaggi vocali per convincerti, mi viene in mente che tu sei un po’ come Elia. Uno che fa di tutto per stare in disparte, che parla poco, ma che alla fine è il centro di ogni cosa.

Sì, forse hai ragione. Pagherei perché gli altri non mi facessero domande, soprattutto quando mi chiedono “cosa ne pensi?”. Il più delle volte sinceramente non lo so. E anche durante le cene, mi conosci, non parlo quasi mai di me, non so che cosa dire. Non mi piace essere fotografata, notata, ma allo stesso tempo ho bisogno che gli altri mi vedano. Soprattutto chi mi legge: spero sempre che chi legge ciò che ho scritto non se ne vada, che non mi lasci sola. Dovresti chiedere cosa ne pensa Elia, comunque.

E invece ti aspettano mesi in cui sarai sommersa dalle domande, non solo perché il libro è molto bello ma perché racconta una storia che in parte è la tua, che ha molto a che fare con tuo padre, con la sua malattia. A proposito di questo: quando hai iniziato a scrivere immaginavi che ne sarebbe venuto fuori un thriller?

No. È possibile che abbia inventato un nuovo genere: il thriller involontario. Ovviamente volevo raccontare quella notte fino nei minimi dettagli, ovviamente non volevo raccontarla tutta subito. Ovviamente ho deciso di rallentare il più possibile la scoperta di che cosa davvero fosse successo alla ragazza. Ma la vera ragione è che non lo sapevo, non avevo la più pallida idea del punto a cui si sarebbe spinto Ettore. Sul serio, non sapevo proprio che intenzioni avesse, cosa volesse farle. L’unico modo per scoprilo è stato raccontare.

E così hai scritto un libro che potrà piacere a livelli diversi, un libro che intrattiene. Ti piace questa parola, intrattenimento? Io l’adoro.

Mi piace molto, perché penso che i momenti in cui cambiamo di più sono quelli in cui ci stiamo intrattenendo con qualcosa. L’intrattenimento non è sospensione del pensiero: al contrario, apre scenari nuovi. Nel momento in cui intercetti una storia, che ti faccia ridere o piangere, si stanno sempre aprendo davanti a te scenari nuovi.

Ci ho messo cinque anni a scrivere un libro che si può leggere in due, forse tre ore. Che qualcuno lo approcci come letteratura o come intrattenimento non cambia nulla, è comunque…

 Tanta roba.

Tanta roba, sì!

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A un certo punto succederà, fattene una ragione, qualcuno arriverà da te e ti dirà: Elena, come mai tu che sei una donna così donna, così con i capelli belli, così che c’hai gli occhi verdi, hai scritto un libro con un protagonista maschile?

Un altro dei grandi vantaggi della scrittura è quello di poter assumere uno sguardo neutro. Nel libro c’è una scena che riguarda un cane, e allora io divento il cane. Quello che voglio dire è che quando scrivo posso essere tutto: un criceto, un vecchio che sta morendo, un fiume, un ponte. Non ci trovo nulla di strano, e un po’ m’inquieta il fatto che sia necessario giustificarsi nel momento in cui si assume il punto di vista di un altro, soprattutto quando l’altro è un maschio, in questo caso un ragazzino.

 E tutta questa questione delle femmine che scrivono, dei maschi che non leggono, dei blog solo per lei e i libri solo per lui…

Io non ho niente da rivendicare. A questo contribuisce il lavoro della scrittura, credo. Rido delle battute maschiliste, a volte mi fanno persino tenerezza. Vado in pace con la mia femminilità e non ho nulla da pretendere. Non condanno l’incapacità o la difficoltà di certi uomini di accettare o di comprendere le donne. Credo che sia arrivato il tempo di smetterla di rivendicare. E poi sai che ti dico? Che sia maschio e che sia femmina, secondo me qualunque scrittore dovrebbe desiderare di svanire, lasciando solo le parole. Se sulla copertina del mio libro non fosse stampato il mio nome, la storia non sarebbe meno di quel che è.

Puoi dire una cosa che non ti ho chiesto così intanto io mi giro una sigaretta?

Alla fine quello che conta di più per me di questo libro, sono le ultime due pagine. Il senso di tutto quello che faccio è soltanto quello di ricordare a me stessa, e se possibile anche a una sola persona oltre me, quanto tutte le storie spingano esattamente verso le due frasi scritte nell’ultima pagina di Uscirne vivi di Alice Munro: Di certe cose diciamo che non si possono perdonare, o che non ce le perdoneremo mai. E invece poi lo facciamo, lo facciamo di continuo».

Se questo libro ha un senso è quello di ricordarci che dovremmo tentare di capire e perdonare. Sempre. Dovremmo provare compassione, immaginando le vite degli altri. Scrivendo e anche leggendo.

Come il suo libro, questo pezzo lo leggerete velocemente ma è frutto di una giornata di conversazione. In queste ore abbiamo provato a rimanere serie, concentrate, a fare le cose per bene, ma ci siamo perse nella vita da raccontare e in quella da immaginare.

Sono davanti al cancello, controllo che la macchina ci sia ancora (è lì, qualsiasi marcia io alla fine abbia deciso di lasciare era quella giusta) saluto di nuovo Elena e lei scoppia a ridere. Allora capisco che mi sono dimenticata di farle una domanda. Torno indietro di tre scalini.

Che c’è da ridere?

C’è tutto da ridere. Questo non te l’ho mai detto: dopo la lettura di qualunque grande libro, recupero sempre questo senso magnifico della risata. Leggere è un passaggio duro dentro le cose, un viaggio in profondità da cui esco ridendo. Mio padre era una persona molto divertente e insieme tragica, sofferente, e forse io sono come lui: rido per il 50 per cento del tempo e mi dispero per il restante 50 per cento. È la via di mezzo a essere più misteriosa. La trovo solo quando scrivo. Ricordi Karen Blixen? Senza speranza e senza disperazione. Ma nella vita è molto più difficile, chissà perché.

Vorrei chiederle, perché? Anzi, vorrei chiederlo a Elia, il protagonista de La Vita Felice, ma poi mi rendo conto che lui risponderebbe come Elena. O non risponderebbe affatto. Per non rispondere si nasconderebbe dietro a un cespuglio, senza speranza e senza disperazione.

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Credit immagini: Federico Botta

Giulia Muscatelli

Ha un cane al quale cambia spesso nome. Una volta l’ha chiamato Giulia e da allora è convinta che sia lui a scrivere tutti i suoi racconti. Quali? Spera di poterli mettere in un libro a breve. In attesa di quel giorno, lavora tanto, mangia caramelle, troppe, fuma sigarette che non le puoi contare.

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