Book in Japan

Non so se vadano ancora di moda le tag cloud, quegli agglomerati di parole che spesso si trovavano sulla colonna di destra dei blog di wordpress. Erano mini-galassie, in cui apparivano più in grande due o tre parole, quelle legate alle tematiche trattate più di frequente nel blog, attorniate da una miriade di altre parole addensate, più piccine, che sgomitavano per farsi spazio.

Per i Millenials italiani, anche quelli che non hanno mai visitato il paese del Sol Levante, sarebbe facilissimo sviluppare una tag cloud immensa intorno al Giappone. Anime e manga sarebbero tra le prime parole ad emergere, in grande: i cartoni giapponesi hanno plasmato la nostra infanzia molti anni prima che imparassimo a chiamarli con il loro vero nome, e scoprissimo che in realtà erano nati come fumetti. Personaggi a volte avventurosi, a volte magici, spesso orfani, ma tutti con gli occhi enormi, ci facevano compagnia durante il pomeriggio, con le sigle di Cristina. Nintendo e Sony probabilmente arriverebbero subito dopo nella lista, perché tra elementari e medie sono arrivate nelle nostre case le prime consolle, e quel modello primordiale di Game Boy disponibile solo in grigio, con i tasti viola. Tutte quelle meraviglie venivano dal Giappone, e ci hanno permesso di sviluppare uno spettro di emozioni da videogame che partiva dallo sguardo rabbioso di Ryu di Street Fighters fino ad arrivare all’abbraccio plastico su sfondo rosa pallido di Squall e Rinoa in Final Fantasy VIII.

Quando siamo cresciuti, le parole chiave che abbiamo iniziato ad associare al Giappone, sono diventate ancora di più, e sono arrivate da ambiti diversi: sushi, sashimi e saké; Hiroshima e Nagasaki; Kitano, Miyazaki, Murakami. Nel frattempo, nel nostro immaginario, si disegnava il ritratto di un paese più moderno ed efficiente del nostro, ma immensamente diverso, poggiato ancora su un sistema di regole comportamentali da noi percepite come arcaiche e molto rigide, ma anche animato da un sottobosco di movimenti che hanno avuto forte impatto soprattutto sui giovani. Così, alla nostra tag cloud personale, si sono aggiunte parole come cosplay, kawaii, otaku, hikikomori.

Quest’anno, finalmente, ho avuto occasione di visitare il Giappone, e questo viaggio di due settimane mi ha aiutato da espandere parecchio la mia tag cloud personale legata questo paese, con parole come konbini, panchinko, persone che dormono nella metro. Ma soprattutto, come mio solito, apprestandomi a partire per il Giappone non ho potuto fare a meno di selezionare una serie di romanzi da leggere prima e durante il viaggio, per immergemi nella cultura locale e provare a comprenderla nonostante le sue complessità. Ne è uscito fuori un quadro abbastanza variegato e cross-generazionale, che ho cercato di agganciare a ciò che ho visto e percepito durante il mio viaggio.

Bookoff, fumetteria e libreria, Kyoto

Il primo libro che ho scelto ha un titolo emblematico: Dio odia il Giappone. È di Douglas Coupland, quello di Generazione X, e racconta la storia di Hiro, un ragazzo giapponese nato nel 1975, baby boomer di seconda generazione. Nel periodo storico che fa da cornice al romanzo, cioè la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, il Giappone attraversa una crisi economica destinata a sovvertire alcune tendenze legate alla crescita e alla ricchezza. In quegli anni, per la prima volta, anche i laureati delle più prestigiose università giapponesi cominciano a fare fatica a trovare un impiego. A corollario di questo momento difficile, si fa largo lo spettro del fanatismo religioso, evocato nel romanzo dalla presenza costante di un gruppo di mormoni impegnati nel tentativo di convertire alcune compagne di scuola di Hiro. Un aspetto culturale che finisce per influenzare in maniera evidente gli adolescenti protagonisti di questa storia è però l’occidentalizzazione del Giappone, che si manifesta attraverso l’adesione a costumi provenienti dagli Stati Uniti o dall’Europa: non è raro quindi vedere i giovani giapponesi appassionarsi a brand di abbigliamento, modi di pensare e comportarsi, band musicali e, come già detto, religioni made in Occidente. Hiro vede e descrive i propri connazionali in maniera ipercritica, confermando molti stereotipi sui nipponici e rendendo esplicito che un’ibridazione culturale è in realtà, per loro, desiderabile.

È proprio dalla contaminazione della cultura giapponese con quella statunitense che sono nate molte delle correnti giovanili tutt’ora in voga in Giappone. La giungla urbana prediletta dagli adolescenti di Osaka, vivace città del Kansai che ha la nomea di essere una megalopoli piuttosto chiassosa e tamarra, si chiama non a caso Amerikamura (Villaggio Americano). Questo nome, che il quartiere si è guadagnato negli anni ’70, deriva proprio dal fatto che qui fosse possibile trovare punti vendita di tutti i prodotti importati dagli Stati Uniti, nonché una replica della Statua della Libertà in scala ridotta. Passeggiando in questa zona (o ad Harajuku a Tokyo, la sua gemella cool) si nota come l’architettura dei palazzi e i brand in vetrina ricordino al cento per cento una metropoli americana. Tuttavia, la fauna locale non sembra veramente intenta a copiare la moda occidentale, ma piuttosto a forgiare un’ibridazione che parte comunque da una solida base di tradizione nipponica. Certe convinzioni e trend modaioli appartengono tutt’ora al Giappone e solo al Giappone, ma resta il dato di fatto che gli adolescenti, come il protagonista di Dio Odia il Giappone, siano un po’ eccentrici ovunque.

Attraversare l’adolescenza può essere doloroso, come sa bene Murakami, gigante della letteratura giapponese contemporanea che su nostalgie e ansie tipiche del bildungsroman ci ha costruito più di una storia. Murakami, nei suoi libri, si fa esponente di quel concetto di eleganza e raffinatezza di spirito che per i giapponesi rappresenta un valore importante. Di suoi romanzi ne ho letti parecchi, l’ultimo prima di partire per il Giappone è stato L’incolore Tsukuru Tazaki e i suoi anni di pellegrinaggio. La storia è quella di un gruppo di amici storici dal quale il protagonista viene estromesso poco prima dell’inizio dell’università, per motivi apparentemente misteriosi. Al di là della tristezza sottesa a tutto il romanzo, della solita danza di Murakami intorno allo spettro delle emozioni umane, e dell’elemento onirico che, come spesso accade nei romanzi di questo autore, gioca a vedo/non vedo con la realtà, una cosa mi ha colpito molto in questa storia: la passione del protagonista per le stazioni.

ragazzi in gita, Ueno (zona dei musei a Tokyo)

Tsukuru Tazaki ha scelto di dedicare la propria vita alle stazioni, come se fosse una vocazione. Ha perseguito questo obiettivo con estremo rigore, così i suoi studi e le sue esperienze professionali sono andati in questa direzione, portandolo a diventare uno dei più rinomati ingegneri dediti alla progettazione e alla costruzione delle stazioni. Questa scelta assume ancora più significato una volta che ci si rende conto dell’importanza fondamentale dei treni in Giappone. I treni sono semplicemente il mezzo di trasporto più usato, e per lo shinkansen, treno ad altissima velocità che ha più o meno l’aspetto di un pesce siluro transformer, c’è un’adorazione reverenziale. I treni sono il mezzo di trasporto principale per moltissimi giapponesi, per i quali il pendolarismo è uno sport quotidiano da affrontare con pazienza e con una certa abilità ad addormentarsi durante il tragitto per poi svegliarsi miracolosamente in tempo per scendere alla fermata giusta. Le stazioni sono enormi conciliaboli di passaggi e scale mobili, zeppe di negozi, servizi, crocevia, ascensori e ristoranti. Spesso hanno più piani, e un numero di uscite spropositato. Oltre, evidentemente, ad essere popolate da fiumi di persone dirette in ogni direzione. Nonostante questo, la pulizia regna sovrana, dai treni stessi ai bagni pubblici. Le stazioni in cui mi è capitato di passare più spesso sono state quelle di Osaka, nelle due zone nevralgiche di Umeda e Namba, quella di Shinjuku a Tokyo, e quella bellissima di Kyoto, un’enorme cattedrale futuristica dove ho avuto anche l’occasione di assistere al concerto di un’orchestra. Tsukuru Tazaki sarebbe stato orgoglioso di me.

Stupori e tremori di Amélie Nothomb è forse il libro più shockante che ho letto sulla cultura aziendale giapponese. L’autrice belga, che ha vissuto a lungo in Giappone, in questo romanzo si mette nei panni di una neoassunta della Yumimoto, fantomatica multinazionale che applica all’estremo le rigide regole gerarchiche imposte dalla cultura lavorativa giapponese, in cui i rapporti con i colleghi vanno gestiti in maniera molto formale ed i progetti portati avanti secondo processi molto rigidi, pena la retrocessione ad incarichi sempre meno prestigiosi.

È risaputo che essere un impiegato in Giappone non deve proprio essere semplicissimo, proprio per la rigidità delle gerarchie, la necessità di consultare un’assemblea e ottenere successivi round di consensi prima di approvare una decisione, e l’adozione in ogni circostanza di un comportamento molto formale. Gli impiegati giapponesi sembrano quasi dei soldatini, in quanto sono vestiti quasi tutti allo stesso modo: vestito nero e valigetta per lui, tailleur nero con gonna castigata e scarpetta con tacco medio e largo per lei. Una particolarità è che i giapponesi, non essendo autorizzati a mostrare aspetti personali di sé nell’ambiente lavorativo, sono quasi costretti a uscire a bere con i colleghi dopo il lavoro, per imparare a conoscerli un po’ meglio e cementare i rapporti. La questione diventa particolarmente complicata quando si tratta di oliare i rapporti con clienti e superiori. Nelle izakaya (birrerie giapponesi) tutto è permesso, ci si può lasciare andare ed è impossibile rifiutare un bicchiere: sarebbe segno di maleducazione. Per questo, è facile vedere gli impiegati giapponesi ridotti in uno stato imbarazzante dopo una serata che si è prolungata troppo. È così che ci si rende conto che il mito è realtà: nel paese del Sol Levante è di regola il work hard, party hard.

Per finire, ho scelto un classico della letteratura giapponese, Confessioni di una maschera di Yukio Mishima. Si tratta del suggestivo racconto in prima persona di un ragazzo giapponese nato negli anni ’20, che si trova a fare i conti con la propria omosessualità e tutta una serie di pressioni sociali. Il protagonista, Kochan, è costretto a costruirsi una maschera, una personalità fasulla da mostrare agli altri. Come già accennato, infatti, un aspetto tipico della cultura giapponese è l’obbligo di celare il proprio io, riservandolo solo a una cerchia ristretta di familiari o amici intimi. In pieno contrasto con i suoi pensieri impuri e le sue pulsioni, che tiene quindi ben nascoste, il narratore racconta alcuni tipici comportamenti sociali: la competitività e l’uniformità degli studenti, la Seconda Guerra Mondiale, la necessità di trovarsi una moglie, arrivando al matrimonio dopo un lungo corteggiamento. Al di là del tema dell’omosessualità, ancora piuttosto delicato in Giappone, questo libro è una buona base per ripercorrere attraverso un romanzo l’ultimo secolo di storia.

Tokyo dal Park Hyatt (lost in translation)

Nonostante l’inevitabile scorrere degli anni, il tempo in Giappone sembra sospeso, visto il contrasto enorme tra la modernità che avanza e il resistere atavico delle tradizioni. Ci sono apparentemente mille gradi di separazione tra la folla brulicante di Shibuya Crossing e le silenziose nebbie di Okunoin, il cimitero sul monte Koyasan, ma è proprio questo il bello. Ci si può trovare catapultati in centinaia di realtà diverse, con una costante che rimane: il senso di alienazione. Tutto infatti appare talmente diverso rispetto alla vecchia Europa, che si ha costantemente l’impressione di osservare il mondo circostante attraverso un vetro, come Scarlett Johansson in Lost in Translation. Capire appieno il Giappone non essendo giapponesi, forse proprio per l’abitudine dei giapponesi di non svelarsi mai del tutto, è impossibile. Certo, i libri aiutano, e questo viaggio mi ha permesso di saperne un po’ di più e aggiungere ricordi concreti alle sensazioni percepite attraverso le pagine.

Elena Chiara Mitrani

Colleziono macchine da scrivere. Amo Parigi, i libri e il calcio. Scrivo di libri, viaggi ed esseri umani.

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