Le colpe dei padri

Nel 1971 Raoul Duke e il suo avvocato samoano Dr. Gonzo salgono sulla loro Chevrolet rossa dal bagagliaio imbottito di alcol e droghe diretti a Las Vegas, con l’obbiettivo di assistere alla gara motociclistica Mint 400 per realizzare un servizio per Sports Illustrated, tentativo di reportage che si tramuterà in un viaggio allucinato e psichedelico alla ricerca dell’American Dream, o di quel che ne resta. È la trama dietro a Paura e disgusto a Las Vegas, e Raoul Duke è l’alter ego dello scrittore Hunter S. Thompson, che nel 1971 viaggiò veramente alla volta di Las Vegas per scrivere un articolo per la rivista Rolling Stone. Da quel viaggio fu tratto un romanzo, pubblicato nel 1972, e nel 1998 quella storia divenne un film con la firma di Terry Gilliam e con Johnny Depp nei panni esagerati dell’inventore del Gonzo Journalism. Il romanzo divenne un cult, probabilmente anche grazie alla rappresentazione cinematografica, e fece di Hunter S. Thompson un mito per molte generazioni di giovani sballati o aspiranti tali.

Ma oltre che scrittore e figura cult, Hunter S. Thompson è stato anche un padre, e a quanto pare uno di quelli che non avrebbero mai vinto il premio di papà dell’anno. L’unico figlio Juan Thompson può testimoniare infatti di aver avuto un padre spesso ubriaco o fatto, più appassionato di armi che di famiglia, egomaniaco, occasionalmente violento, periodicamente depresso. A più di dieci anni di distanza da quel 20 febbraio 2005 nel quale Thompson si tolse la vita con un fucile nel suo ranch di Woody Creek in Colorado, il figlio ha dato alle stampe un memoir, Stories I tell myself: growing up with Hunter s. Thompson, nel quale ripercorre, rielabora e tenta di superare il disagio di crescere con un padre “difficile”. Juan Thompson dichiara di aver scritto questo memoir per sfatare in parte l’allure caricaturale che si era creata intorno alla figura del padre, assurto nell’immaginario collettivo a un goffo e iper-addicted gradasso, un maschio perennemente armato. I wanted to show people that there was a lot more to Hunter than caricature. That was really important to me at the time”. Juan, all’opposto, svela nel memoir, costatogli quasi dieci anni di immersione, di essere un regular guy, forse per reazione agli eccessi paterni, un nerd occhialuto finito a lavorare in un’azienda di IT in cerca di quella normalità che gli mancò fin da bambino. Ma al di là del contenuto più o meno interessante e onesto del memoir del figlio, l’uscita di questo libro è l’ennesima occasione per riflettere sulla distinzione tra uomo e artista. Avreste voluto Hunter Thompson come amico, compagno di viaggi, compagno di sbronze? Sicuramente sì. Lo avreste voluto come padre? Probabilmente no.

Photo credit: www.theguardian.com
Photo credit: www.theguardian.com

Alcuni di voi potrebbero obiettare che la domanda non è rilevante, ma mentiremmo se affermassimo che il lato dello scrittore come uomo non ci interessa e che non è in qualche modo connesso anche all’immagine di lui che abbiamo come autore. Per non dire nulla della macro questione che la sovrasta e la include, e che è trasversale a tutte le discipline creative, ovvero: può una brutta persona essere un grande artista? Precisando che per brutta persona ci riferiamo qui in modo generico a una persona che ha un comportamento esecrabile da un punto di vista morale, la risposta è sicuramente sì, e gli esempi che potremmo citare sono infiniti e comprendono alcuni dei più grandi geni artistici di tutti i tempi, da quegli antisemiti dichiarati di Wagner e Céline a Norman Mailer che tentò di uccidere una delle sue mogli e a Burroughs che ci riuscì. È insomma il mito di origine rinascimentale dell’artista dal temperamento saturnino, egocentrico e stravagante, nevrotico e licenzioso. E sarebbe sbagliato fingere che la questione non riguardi l’arte stessa, in quanto la linea di demarcazione tra pubblico e privato è spesso indefinita, soprattutto quando parliamo di scrittori (la maggior parte?) che attingono a piene mani dal loro privato e lo portano sulla pagina. «Ogni scrittore ha la faccia della sua opera» ha affermato l’autore peruviano Julio Ramón Ribeyro, e spesso capita che a smascherare questa faccia sulla quale l’opera letteraria aveva steso il velo pietoso della finzione siano proprio i figli.

Juan Thompson è infatti in ottima compagnia, attorniato da figli di scrittori la cui grandezza è forse proporzionale solo alla loro inadeguatezza come genitori. Non per niente la storia dell’editoria pullula di memoir e libri di questi figli d’arte che hanno provato a “rifarsi” delle colpe dei padri affidando i loro sfoghi alla carta stampata, certi di suscitare un largo interesse, garantito dalla fama di quegli stessi padri che li avevano delusi o ignorati. Nella migliore delle ipotesi assenti, concentrati su se stessi, narcisisti, a volte castranti, molti grandi scrittori che per scelta o casualità si sono trovati a essere anche padri non sono stati, nel ruolo di genitori, all’altezza della loro penna.

Partiamo da uno degli autori più grandi del Novecento, Ernest Hemingway, non certo un modello di uomo di famiglia, con quattro mogli e (almeno) tre figli ai quali ha incasinato non poco la vita. Celebre la frase che il figlio minore Gregory, autore di un memoir best-seller sul padre (Papa: A Personal Memoir), gli rivolse in una lettera datata 1956:

 

“When it’s all added up, papa, it will be: he wrote a few good stories, had a novel and fresh approach to reality and he destroyed five persons — Hadley, Pauline, Marty [Martha Gelhorn, la sua terza moglie, ndr], Patrick and possibly myself. Which do you think is the most important, your self-centered shit, the stories or the people?

È noto che Gregory e il padre si incolparono a vicenda della morte improvvisa di Pauline Pfeiffer, seconda moglie di Hemingway e madre di Greg, deceduta per lo shock dopo una lite con il marito in seguito all’arresto di Greg per droga. Da allora non si videro mai più. Dopo una vita di dipendenze, malattie mentali e ricoveri, a sua volta padre non modello di otto figli, Greg morì in un centro di detenzione di Miami nel 2001.

Ma mentre Hemingway era notoriamente sopra le righe, per usare un eufemismo, prendiamo l’esempio di un uomo modello: Charles Dickens. Un illuminato, un progressista, un cittadino che ha dedicato la sua opera alla difesa degli ultimi, portando il conflitto sociale in letteratura grazie alla rappresentazione delle classi sociali disagiate che emergevano dalla rivoluzione industriale. Un personaggio pubblico ammirato nell’Inghilterra dell’800, che non dava però il meglio tra le mura di casa. Dickens fu un fallimento come padre e come marito, al punto da spingere una delle tante figlie, Kate, ad affermare che “Nothing could surpass the misery and unhappiness of our home.” Dickens ripudiò pubblicamente la moglie, dalla quale aveva avuto dieci figli, perché si era invaghito di un’attrice di dieci anni più giovane, e fu un padre tiranno ed esigente, al punto da decidere delle vite e carriere dei figli.

Le cose non vanno troppo bene nemmeno per Saul Bellow, raccontato dal figlio maggiore, psicoterapista di successo dopo esser stato egli stesso in terapia sin dall’adolescenza, in un memoir dal titolo Saul Bellow’s Heart. A son’s memoir, uscito nel 2013. Primo di tre figli nati da cinque matrimoni, è facile immaginare come il legame con il padre sia stato messo a dura prova dalla separazione dalla madre quando aveva solo otto anni e dal successivo proliferare di famiglie e legami. Non c’è astio nel racconto di Greg, ma si percepisce un retrogusto amaro nel tentativo di ricongiungersi con la figura del padre nonostante i vari fallimenti, le mancanze e l’egocentrismo dell’uomo, che la vecchiaia peggiorò fino a creare una rottura con i figli causata dalla quinta moglie. Il libro incolpa anche il padre di una parabola, alla quale il primo figlio ha potuto assistere più di chiunque altro, dalle posizioni progressiste del giovane Saul al conservatorismo successivo, uno dei motivi per i quali forse oggi Bellow non è letto come meriterebbe negli Stati Uniti.

Greg scrive: “I was raised by a man who surrounded his heart with a thicket that I was able to penetrate from time to time, though it remained difficult for both of us to fathom.” È elemento ricorrente nei ricordi di questi figli d’arte che i grandi artisti tendano a vivere più per la loro arte che per gli altri, quasi come se una certa dose di egoismo fosse necessaria alla loro produzione. Una selva, quella descritta da Greg, che sembra infatti possa essere scalfita solo dall’arte e non dal figlio maggiore. E se la via di Bellow per comprendere la sua esistenza fu la letteratura, quella del figlio è stata la psicoterapia, scelta peraltro non condivisa dal padre – pensate al disprezzo con il quale affronta il tema nell’opera The Last Analysis, 1964 – che la attribuiva alla sua infanzia infelice, della quale egli era peraltro il principale responsabile.

Ma non sempre i rapporti sono caratterizzati da risentimento e rabbia; a volte i figli “si limitano” ad affidare ai memoir confessioni molto personali sulla vita dei celebri genitori. Pensiamo ad esempio a quello che è stato uno dei (tre) più importanti scrittori ebrei americani del Novecento, Bernard Malamud, che passò la vita a difendere la sua privacy da intrusioni e ad allontanare ogni potenziale biografo. A lavare i panni in piazza ci ha pensato la figlia Janna Malamud Smith, che nel 2006, a vent’anni dalla morte del padre, ha pubblicato il libro My father is a book, nel quale oltre a svelare la componente fortemente autobiografica delle opere del padre – la figura del padre in Malamud è spesso presente, pensiamo al Morris Bober di uno dei suoi capolavori, Il commesso – ha anche rivelato una relazione extraconiugale intrattenuta da Malamud all’inizio degli anni ’60 con una delle sue studentesse del Bennington College. Il libro narra alcuni aspetti della relazione non platonica con Arlene, inclusa una corrispondenza tra i due, sgretolando l’immagine di marito fedele, sposato a un’unica donna per tutta la sua vita. Un’immagine pubblica di devoto padre di famiglia, in netta contrapposizione con gli altri due membri della triade ebraico-americana, Saul Bellow e Philip Roth. Non che Malamud emerga dal memoir come un cattivo padre, bensì come un uomo gentile e affettuoso ma completamente assorbito dalla sua routine quotidiana di scrittura.

Ma si può essere allo stesso tempo, o allo stesso modo, devoti all’arte e alla famiglia? L’artista può sicuramente essere un buon marito, padre, uomo, cittadino, ma possiamo ipotizzare che ci sia sempre una certa propensione all’egoismo, inteso come solipsismo, un certo grado di impegno, dedizione e anche preoccupazione legato all’arte che in qualche modo lo separa dal resto. Una separazione dalla vita probabilmente inevitabile, subita dall’artista stesso, per il quale la famiglia, soprattutto se amata, diventa una distrazione dal compito più importante e nobile: scrivere. Dal diario di Tolstoy, 1863: “Family happiness completely absorbs me, and it’s impossible to do anything.”

Prendiamo John Cheever, padre e marito affettuoso e divertente ma uomo dilaniato dall’alcolismo e da un’omosessualità mai accettata, anche perché in aperto contrasto con la sua fede religiosa, che lo gettavano in una depressione profonda (il cafard). A molti anni di distanza dal memoir della figlia Susan, sono usciti, in Italia per Feltrinelli due bellissimi volumi, I diari (2012) e Le lettere (2015). Libri nei quali tutti i conflitti dell’uomo e le pulsioni più nascoste – lo sforzo per non cominciare a bere la mattina, la passione carnale per giovani uomini, gli adulteri – sono resi pubblici. Nella prefazione alle Lettere, volume da lui curato, il figlio Ben scrive:

“Mio padre era di un candore estremo, quasi compulsivo, con noi figli. Capivo quando aveva bevuto troppo gin. Capivo quando era in imbarazzo. Capivo quando commetteva adulterio. Capivo perfino che tonalità di rossetto lei portasse. Ho spesso udito più di quanto volessi. Ma sono ancora sconvolto da alcune cose che ho scoperto nelle sue lettere.”

Perché allora rivelare al mondo quella corrispondenza così sfacciatamente candida? Per illuminare al contempo il legame tra la vita e l’opera e la completezza dell’uomo, completezza che sfuggiva anche alle persone che più da vicino l’hanno conosciuto e amato.

le lettere

Anche l’accettazione di queste situazioni da parte delle famiglie – si pensi ancora ai memoir di Susan Cheever o di Janna Malamud Smith, che registrano la devozione esclusiva dei padri alla scrittura come dato di fatto – è forse legata alla visione della paternità come un compito ordinario, rispetto alla straordinarietà di lavorare ad un romanzo, o addirittura alla great american novel. La maggior parte degli uomini negli anni ’50 e ’60 diventava infatti padre, senza peraltro che questo sconvolgesse le loro vite o priorità, ma in pochissimi vinsero il National Book Award o il Pulitzer, come Cheever o Malamud.  Una questione anche di genere dunque, almeno per un certo periodo storico nel quale era normale che la famiglia ricadesse di più sulle spalle della donna. E con questo non vogliamo affermare che le scrittrici siano state madri perfette. Il fatto di trattare qui soltanto i demeriti dei padri è infatti una scelta dettata meramente da esigenze di spazio e non da un giudizio di genere in base al quale le madri scrittrici sarebbero migliori dei padri scrittori: anche solo il lungo elenco di grandi scrittrici che non ebbero o non vollero figli (Jane Austen, Emily Bronte, Emily Dickinson, Virginia Woolf, George Eliot, Simone de Beauvoir, tra le altre…) è un capitolo che richiederebbe di essere affrontato in separata sede.

 Tornando a noi dopo questa tardiva e doverosa precisazione, se la famiglia è un male necessario, meglio allora far di necessità virtù, attingendo a piene mani dalla vita familiare per nutrire la propria vena creativa. Recentemente ho visto un film che in Italia non è probabilmente passato, presentato l’anno scorso al Sundance: Listen up Philip. Il film racconta la storia di un giovane scrittore reduce dal successo del primo libro e in piena in crisi creativa, egocentrico e con una vita sentimentale ovviamente disastrosa, che lascia New York per rifugiarsi in campagna dal suo mentore, un anziano scrittore di successo che si mostra tanto disponibile con il suo pupillo quanto assente e scontroso con la figlia. Scopriremo presto che entrambi i giovani sono per lui stimolo per affrontare un ultimo romanzo che tarda a delinearsi, al punto che una lite violenta con la figlia è per lui fonte di un forte impulso creativo. Non bisogna essere esperti di letteratura americana per vedere dietro i personaggi rappresentati un riferimento alle figure di Bernard Malamud e Philip Roth.

Jonathan Pryce e Jason Schwartzman in Listen Up Philip. Photo credit: www.tabletmag.com
Jonathan Pryce e Jason Schwartzman in Listen Up Philip. Photo credit: www.tabletmag.com

E proprio con Roth vogliamo concludere questo excursus di fallimenti. Attaccato dalle femministe americane per la sua presunta misoginia, egocentrico e narciso per eccellenza al punto di essere il protagonista di tutti i suoi romanzi, la coerenza e consapevolezza di Roth lo hanno portato a ritenersi troppo egoista per procreare. Roth non ha mai fatto mistero di non aver voluto figli perché li considerava una limitazione della sua libertà. E anche nei suoi romanzi, fortemente autobiografici, Roth rimane sempre figlio. In La lezione di anatomia, un libro molto bello anche se forse marginale nella sua vasta produzione, troviamo il suo celebre alter ego Nathan Zuckerman, ormai quarantenne, orfano di entrambi i genitori e minato da un (autobiografico) mal di schiena, che sta attraversando un momento di crisi creativa dopo il clamoroso successo di un suo romanzo. Un dolore fisico e psicologico lo attanaglia al punto da bloccare anche la sua vena creativa, lasciandolo esausto e privo di argomenti: Senza un padre, una madre e una patria, non era più un romanziere. Non più un figlio, non era uno scrittore. Tutto ciò che lo galvanizzava si era estinto, senza lasciare nulla di inconfondibilmente suo e di nessun altro da rivendicare, da sfruttare, da ingrandire e da ricostruire.

L’immagine di copertina è di Andrea De Santis.
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/deed.it

Fonti:

https://newrepublic.com/article/128906/stories-sons-tell

http://www.nytimes.com/2012/06/22/opinion/global-agenda-magazine-good-art-bad-people.html?_r=0

http://www.newyorker.com/magazine/2013/07/22/sins-of-the-father

http://www.tabletmag.com/jewish-arts-and-culture/books/132069/dangling-men

http://electricliterature.com/listen-up-philip-and-the-asshole-author/

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

1 Commento
  1. Non stupisce, ma sarei curiosa di un confronto statistico con padri appartenenti ad altre categorie (medici, fornai, autisti…)
    Battute a parte, un articolo interessante.