Deborah Einstein e le onde gravitazionali

Scommettiamo?

Ok, scommettiamo.

Almeno una delle prossime tre cose che sentirete non la sapete. Cominciamo?

Cominciamo.

La capitale della Svizzera non è Ginevra ma Berna.

Einstein non vinse il premio Nobel per la teoria della relatività ma per lo studio sui quanti di luce.

Einstein fu un grande ballerino di tip tap.

Berna, primo gennaio 2016. Pioggia, freddo, rotaie, un tranvai, due tranvai, pavè, cavi elettrici, fili ettrici, monte Gurten, fiume Aar, un McDonald’s. Ore 10:30, ok è presto, lo so, ma avrei un estremo bisogno di un Royal-Epic-McGood-Bacon-Cheese. È presto, giusto, ma è tardi perché all’una si riparte e ancora rimane da fare una cosa, che io eviterei molto volentieri, perché l’ultima cosa che vorrei in questo freddo primo gennaio 2016 è chiudermi nel museo Einstein di Helvetiaplatz numero 5. Einstein no, penso. Quasi, quasi li aspetto all’EinsteinMcDonald’s. Poi mi lascio convincere. Credo sia per un vago, atavico senso di colpa.

Attraversiamo un ponte – grigio, metallico, svizzero di Germania, che saluta dall’alto il fiume Aar. Piove.

L’Einstein Museum, all’interno dell’Historisches Museum, costruito nel 1894 da Andrè Lambert è una costruzione austera, tipo gotica, immaginatevi l’ambientazione di Frankeinstein, tipo che ti aspetti che dalla finestra si affacci Gene Wider e gridi – si può fare, si può fareeeeee.

Entriamo.

La fisica è come la musica. Voglio dire, alla fine, della musica ciò che conta è la musica.

Nel senso che non devi conoscere il solfeggio, la partitura, le note, l’armonizzazione, la sintassi musicale, gli accordi, la chiave di violino, gli strumenti aerofoni, la legatura, la tecnica del levare, le scale, per emozionarti quando ascolti Skinny Love di Boniver, per eccitarti con i Bath for Lashes, rilassarti con Sea Change di Beck o farti cadere i maroni con Eros Ramazzotti. La musica è musica. Punto.
Carlo Rovelli, in La realtà non è come ci appare – la struttura elementare delle cose – dice che, ok, se la musica è la musica, allora la fisica è la fisica. Molti di noi non capiranno mai certe equazioni o i calcoli che stanno dietro al fatto che la terra gira intorno al sole o che due buchi neri a centinaia di miliardi di chilometri fanno petting e generano onde gravitazionali che percorrono miliardi di miliardi di chilometri per poi ritrovarsi dalle parti di Pisa.
Alla fine ciò che conta è la comprensione del mondo che la scienza riesce a offrirti. E la comprensione del mondo ha a che fare con le emozioni.

Se vi dicessi che Democrito nel 450, percepiva che la nostra vita è un combinarsi di atomi, il nostro pensiero è fatto di atomi sottili, i nostri sogni sono il prodotto di atomi, le nostre speranze e le nostre emozioni sono scritte nel linguaggio formato da combinazioni di atomi, la luce che vediamo sono atomi che ci portano immagini, che di atomi sono fatti i mari, i cieli e le stelle. Ecco, io penso che se vi dicesti questo, voi un po’ vi emozionereste, un po’ come se in questo momento ascoltaste Pazza idea di Patty Pravo.
Insomma stiamo parlando del 450, e nel 450, qualcuno, un essere umano, un uomo, un greco, aveva ipotizzato l’esistenza degli atomi – ogni oggetto era costituito da atomi intervallati dal vuoto. Ora, non so voi, ma io farei fatica a parlare di atomi al bar con gli amici; diciamo che al massimo, la mia conoscenza e consapevolezza sugli atomi si potrebbe esaurire in 45-50 secondi di conversazione, ma questa mia ignoranza o non conoscenza o non consapevolezza non compromette la mia capacità di emozionarmi davanti a Democrito, un omino, che sarà stato alto un metro e cinquanta, che non aveva la possibilità di bersi un mojito o di mangiarsi un Mcdoublechickenburger, che non conosceva i privilegi dell’anestesia, le gioie e i dolori di un televisore, il sollievo dell’aria condizionata, la condanna del dover essere puntuale grazie all’orologio, che non conosceva la meravigliosa sensazione di sentire la voce della propria amata dall’altro capo del telefono; per lui niente bussola, pc, niente birra ghiacciata, fissazione dell’azoto e motore a vapore. Eppure si era immaginato gli atomi, qualcosa che non esisteva se non nella sua testa, che paradossalmente non poteva vedere, sentire, toccare nonostante tutta la materia fosse composta proprio di quello.
E ora ditemi anche di no, ma questa cosa è dannatamente emozionante.

Io, comunque, al museo Einstein ho scoperto e capito anche altre cose della fisica: ad esempio che ad Einstein non piaceva mettersi i calzini. Gli davano proprio fastidio. Non so se quando andò a ritirare il Nobel li avesse, ma so per certo che in tante situazioni ufficiali, quel furfante, riusciva a farla franca. Questa storia dei calzini si ritrova anche a pagina 43 di Il capolavoro di Einstein di John Gribbin, in una nota a piè di pagina, Gribbin utilizza questo aneddoto o questa stramberia per sottolineare il fatto che Einstein per tutta la vita ignorò qualunque cosa minacciasse di disturbare il suo lavoro scientifico – “la storia che più in là negli anni smise di usare i calzini per risparmiarsi il fastidio di trovarne di puliti da indossare è vera, e la dice lunga sul suo carattere.

All’Einstein Museum ho anche scoperto che Einstein era un inguaribile superdonnaiolo – e vi assicuro che anche io come voi faccio fatica a crederlo – ma poi la conferma mi è arrivata sempre dal libro di Gribbin che a un certo punto scrive: “Anche gli amici di Zurigo furono sorpresi che un uomo che aveva un tale successo con le donne scegliesse proprio quella ragazza come compagna per la vita.” Un tale successo con le donne!
La compagna per la vita era Milena Maric e non lo fu per tutta la vita ma per buona parte di essa. La storia d’amore tra Einstein e Milena è drammatica, affascinante, straordinariamente comune e simile a migliaia di altre storie d’amore.
A questo punto il mio caporedattore direbbe: e cosa succede poi? Come finì tra Albert e Mileva – Tamburini, perbacco, approfondisci!
Caro caporedattore finzionico, finì male. Molto male.
Nel 1915 il rapporto tra Einstein e la Maric era in piena crisi, e proprio in quel periodo, Einstein stilò una serie di regole alle quali la moglie avrebbe dovuto attenersi:

Mileva, queste sono le mie condizioni.

Ti assicurerai che:

  1. i miei vestiti e il mio bucato siano sempre tenuti in buon ordine.
  2. che riceverò i miei tre pasti regolarmente e nella mia stanza.
  3. che la mia stanza e il mio studio siano sempre puliti, e specialmente che il mio tavolo sia riservato al mio esclusivo utilizzo.
  4. Rinuncerai a tutte le relazioni personali con me, a meno che non siano strettamente necessarie per ragioni di etichetta e di vita sociale. In particolare ti asterrai:
  5. dal sederti accanto a me in casa;
  6. dall’uscire o viaggiare con me.
  7. Ti atterrai ai seguenti punti per regolare le relazioni personali con me:
  8. Non ti aspetterai alcuna intimità da me, e non mi rimprovererai in alcun modo per questa mancanza.
  9. Smetterai di parlare, se io ne farò richiesta;
  10. Lascerai immediatamente la mia stanza da letto o il mio studio, senza protestare, quando io ne farò richiesta.

Ok, amici, capisco: vi dò due minuti per riprendervi…

Ci siete? Ecco, probabilmente l’aspetto che più mi affascina nella storia di Einstein è la possibilità di ripercorrere passo passo le sue grandi scoperte potendo sempre gettare uno sguardo alla sua vita privata, ai suoi dolori, alle sue delusioni, gioie, sconfitte, successi – lui studente, lui dottorando, lui escluso, respinto, emarginato, lui in un monolocale, lui innamorato, amante, padre, fisico, genio.

Ma qui il discoso (intorno ai libri) vorrebbe essere diverso. Credo abbia a che fare con il lasciarsi affascinare, con il tentare, con il non lasciarsi spaventare. Con l’essere curiosi.

Il discorso, qui, ha a che fare con la sensazione di quanto il mondo reale sia diverso dall’immagine quotidiana che ne abbiamo dal nostro piccolo privilegiato punto di vista: lo spazio e il tempo che si incurvano, il fluttuare quantistico della materia, l’immensità del cosmo, la sua evoluzione, la trama con cui sono intessuti tempo e spazio… “Ma soprattutto la bellezza e lo stupore che suscita quel mondo al di là di questo nostro piccolo e privilegiato punto di vista, che è la nostra realtà. Che è strano, all’inizio poco familiare, ma a suo modo semplice, incantevole.” (Carlo Rovelli)

Quando uscii dal museo, pioveva ancora più forte. Ero stanco ed anche un po’ annoiato – vorrei vedere voi, tra le altre cose, a stare venticinque minuti davanti a uno schermo che tenta di spiegarti con disegni da terza elementare la teoria della relatività ristretta. In tedesco.
Comunque quella sera tornammo a casa dopo dieci ore di viaggio. Il giorno seguente lavoravo.
Un paio di settimane dopo passeggiavo lungo il corso di Rimini, stavo pensando a non so cosa, quando ad un certo punto mi venne un desiderio: comprare un libro che narrasse la vita di Einstein o che più in generale trattasse temi di fisica. Entrai alla Feltrinelli e comprai: Il Capolavoro di Einstein di John Gribbin, La realtà non è come ci appare di Carlo Rovelli e Einstein, la sua vita il suo universo di Walter Isaacson.
Sono, al momento, tra i libri più emozionanti che abbia mai potuto leggere, commoventi a tratti. Se me lo avessero detto venti anni fa, a me scarsissimo studente di fisica al liceo, mi sarei messo a ridere. Ma come diceva qualcuno: il tempo passa, e tutto è relativo.

E cosa rimane di Einstein? Quella foto con Marilyn, i suoi capelli, la sua lingua, il suo violino, la sua faccia virata nei colori della pop-art, una equazione che in molti non capiremo mai, la bomba atomica, i satelliti GPS, la relatività generale sulla quale è cresciuta la cosmologia, l’astrofisica, lo studio delle onde gravitazionali, i buchi neri, e poi la meccanica quantistica, la fisica atomica, nucleare, molecolare.
E poi, la poesia.
Perché Einstein, prima di tutto, prima dei capelli, delle lingue, delle bombe, di Roosvelt, di E=mc2, eccetera, eccetera, eccetera… è poesia.

Aperte virgolette – Non so se il giovane Einstein avesse incontrato il Paradiso (Divina commedia n.d.t.) durante i suoi bighellonaggi intellettuali italiani, e se la fantasia sfrenata del nostro sommo poeta abbia avuto un’influenza diretta sulla sua intuizione che l’Universo possa essere finito e senza bordo. Ma che ci sia stata o no influenza diretta, credo che questo esempio mostri come la grande Scienza e la grande Poesia siano entrambe similmente visionarie, e talvolta possano arrivare alle stesse intuizioni. Certo la tre-sfera di Dante è solo una vaga intuizione dentro un sogno. La tre-sfera di Einstein prende forma matematica e Einstein la inserisce nelle sue equazioni. L’effetto è molto diverso. Dante arriva a commuoverci profondamente, toccando la sorgente delle nostre emozioni. Einstein apre una strada che ci porta alla sorgente del nostro Universo. (La realtà non è come ci appare, Carlo Rovelli)
Amici, qui fuori c’è un mondo che non conosciamo – si direbbe piuttosto grandino – sterminato e bellissimo e l’incertezza in cui siamo immersi, la nostra precarietà, sospesa nell’abisso dell’immensità di ciò che non sappiamo rende tutto così tremendamente prezioso.
E allora, mettetevi un paio di scarpe comode, prendete un librino, portatevi un golfino che nell’universo fa freschino e andiamo. Io sono pronto.

Photo Credits: La foto di copertina è di non lo so. Sicuramente di un grande fotografo che fotografò Fred Astaire mentre ballava e di un altro grande fotografo che immortalò Einstein in una meravigliosa risata. Io mi sono solo divertito con photoshop far ballare Einstein. A giudicare dalla sua espressione si direbbe che si sia divertito anche lui, voi cosa dite?

Federico Tamburini

Qualche giorno fa al supermarket Eurospin non ha comprato una confezione di filetto di merluzzo surgelato perché costava 6 euri e 50 e ha optato per una scatola di ceci. In quel momento ha capito molte più cose della sua vita di quanto mai fosse riuscito a fare prima. Per il resto, non avendo mai tempo, legge libri che richiedono sforzi anaerobici.

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