FILL – Miden e The Water Cure, tra speculative fiction e feminist dystopia

L’immagine di copertina è di Ayesha Arshad.

Negli ultimi due anni si è sempre più spesso sentito parlare di distopie femministe, quasi si trattasse di un genere nuovo apparso all’improvviso.
Ma è davvero nuovo?
Herland, The Last Man, Swastika Night, The Wanderground, Les Guérillères, The Female Man, The Dispossessed, The left hand of darkness, Kindred, The Passion of New Eve, The Handmaid’s Tale, la lista è infinita.
Le donne hanno scritto utopie, distopie, eutopie, fantascienza, speculative fiction. Lo hanno fatto dalle origini di questo genere, intensificando la produzione in coincidenza con i momenti di maggior attivismo e ribollire del pensiero politico, ma sfortunatamente solo pochi di questi testi, nonostante la portata della forza visionaria e critica, sono riusciti ad entrare in quella lista dei “grandi classici” con cui ci si confronta abitualmente.

Nel 2016 qualcosa è cambiato. L’ascesa di Trump in un’America distorta e sempre più simile a un algoritmo di Google che a un insieme di cittadini, il dilagare delle denunce di abuso sessuale da parte di donne dal profilo molto visibile, il propagarsi del controverso #metoo, la distribuzione su Netflix dell’adattamento di The Handmaid’s Tale (su cui era già stato basato un film di scarso successo, con la sceneggiatura di Harold Pinter, nel 1990), il diffondersi del populismo, il ritorno dei nazionalismi di matrice fascista con le loro politiche regressive anti-gender, limitative della libertà di (o non) procreare, tutto questo, nel giro di appena due anni, ha scardinato completamente il nostro rapporto con la realtà: l’impossibile si è fatto quasi sempre possibile, e progresso è diventato sinonimo di regresso.

Di fronte a una realtà sempre più distopica è naturale che l’omonimo genere letterario tornasse a scalpitare con più forza che mai. Ma con una piccola e inquietante differenza: quello raccontato non sembra più un monito contro un possibile futuro deformato da cui difendersi, bensì una traduzione, seppure iperbolica, di quello in cui viviamo. La distopia si è fatta quasi una nuova forma di realismo, dove il mondo raccontato è appena un passo più in là di quello in cui viviamo. Il romanzo non è più un ammonimento, ma un manuale filosofico di lotta e sopravvivenza, uno strumento con cui forzare il presente reale e scardinare le leggi che lo controllano. O, per lo meno, svelarle.

Con queste idee mi sono trovata a dialogare sul ritorno della distopia femminista al Festival della Letteratura Italiana di Londra con Veronica Raimo e Sophie Mackintosh, autrici di due romanzi –  Miden e The Water Cure – che potrebbero rientrare, pur non limitandosene, in questa categoria di genere.

© Ayesha Arshad

Miden (Mondadori) è la storia del compagno e della compagna (quasi un everyman and everywoman allegorici) che, abbandonato il paese d’origine sommerso dalla crisi, vengono accolti, previo riconoscimento della loro idoneità, in una società – quella di Miden appunto – dove la vita è organizzata secondo i più illuminati principi etici e legali. Qui la vita della coppia viene sovvertita dalla comparsa inaspettata di una ragazza, di cui il compagno è stato professore e amante, che dichiara, a distanza di anni, di aver capito di essere stata vittima di un abuso sessuale.

La domanda che si pone Raimo nel dare via al suo racconto è: come si possono determinare giustizia e verità di fronte ad un abuso sessuale? Ma anche: come ci si deve porre di fronte a un atto la cui percezione può cambiare nel tempo? Dove si situa quella sottile linea di demarcazione tra violenza e consenso, delirio narcisista e abuso? Qual è la relazione tra vittima e carnefice? Quanto siamo implicati nelle vite altrui? Quanto le aspettative e le costruzioni sociali influenzano e guidano le nostre opinioni?

The water cure (Penguin) racconta invece la progressiva scoperta della propria autonomia da parte di tre sorelle, esiliate su un’isola governata dal Padre e, successivamente, dalla Madre. I due fanno loro credere che al di fuori dell’isola vi sia una contaminazione globale e le costringono a praticare rituali di purificazione in tutto e per tutto simili alla tortura. Presto però i genitori scompaiono – morti? uccisi? – e tre uomini appaiono sull’isola. A questo punto le convinzioni ereditate iniziano a traballare, ciò che era stato represso inizia a pulsare, e le sorelle si trovano a dover mettere in discussione il sistema di conoscenze assorbito dai genitori e a combattere per la loro auto-affermazione. Mackintosh, con uno stile etereo, spettrale e organico, esplora l’ipotesi di un sistema patriarcale che si fa infezione contro cui lottare per proteggersi.

Miden e The Water Cure sono romanzi apparentemente opposti, ma fondamentalmente molto simili. Non tanto perché le storie si facciano eco tra loro, quanto perché in maniera completamente diversa arrivano a fare la stessa cosa: metterci il dubbio sulla natura e il funzionamento delle strutture sociali in cui siamo immersi, disorientarci e sovvertire ogni forma di relativismo intellettuale. Sono romanzi che forzano il pensiero, che ci mettono nella condizione di scomporre le nostre convinzioni e idee, invitandoci a provare a ricombinarle in maniera nuova e libera da ogni forma di egemonia socio-culturale.

Se per certi aspetti non rientrano totalmente nella categoria di distopie, tanto che le autrici stesse tengono a sottolineare che scrivere una distopia non era la loro intenzione originaria, i due romanzi sfruttano di questa forma il potenziale sovversivo.
Potendo infatti combinare convenzioni che appartengono a generi diversi senza che il lettore per questo si trovi spaesato – lo spaesamento è proprio parte del patto narrativo iniziale – le distopie offrono una posizione privilegiata per mettere in discussione ogni forma di conoscenza dalle pretese universaliste e oggettive.

Miden e The water cure partono da una domanda – che cos’è e come si può giudicare un abuso sessuale? Il sistema patriarcale è tossico? –  e cercano le risposte usando una narrazione “plurale”, ovvero una narrazione che combini generi, voci, prospettive diverse in maniera organica e mobile, senza punti fissi e certezze. Lo fanno usando un sistema di punti di vista corale, dove l’io che parla non è mai singolo, bensì all’interno di una comunità con cui si identifica, ma da cui si distanzia anche continuamente; lo fanno smascherando la violenza e la coercizione insita nel linguaggio e mostrando come proprio tramite il linguaggio si possa costruire una nuova forma di resistenza. Lo fanno mostrando la limitatezza e mostruosità dei relativismi assoluti – bene/male, uomini/donne, giusto/sbagliato, vittima/carnefice. Sono romanzi che si inseriscono negli interstizi delle nostre esperienze umane più controverse e li forzano per mostrarci l’ambiguità e inadeguatezza di ogni possibile definizione totalizzante e definitiva.

Raimo e Mackintosh però non si fermano a questo, vanno oltre: non si limitano a esplorare quell’area porosa, mobile e negoziabile che si trova nella coscienza individuale e collettiva, ma si mettono anche in rapporto dialettico con la tradizione della distopia e del femminismo stesso, di cui assorbono alcuni elementi e ne rigettano altri.

In questo senso le due autrici – e in particolare Raimo – esercitano nei loro romanzi quello che potremmo definire un metodo d’indagine del sospetto, ovvero per ogni forma, concetto, idea, supposizione o sistema di pensiero che fanno entrare nella pagina sollevano il dubbio, si soffermano, lo osservano, lo confrontano da differenti prospettive, ne scandagliano le sfaccettature per poi offrirlo al lettore nella sua complessità, e infinitezza. Così è per il giudizio nei confronti degli abusi sessuali, per l’utopia di una società infinitamente giusta, per il separatismo radicale, per la mascolinità tossica, ma anche per il genere stesso della distopia, che si fa di volta in volta utopia critica, speculative fiction, romanzo realista.

In un contesto storico caratterizzato dalle fake news, dalle verità acritiche, dai relativismi assoluti e i giudizi universali, riportare il dubbio al centro del nostro sistema è un atto politico fondamentale e questi romanzi non smettono un secondo di farlo.

Giorgia Tolfo

Vive tra Londra e i libri. Promuove un uso consapevole e rivoluzionario della letteratura. O almeno ci prova.

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