Dove sono le storie lesbiche nella letteratura italiana?

L’immagine di copertina è di Roman Kraft.

Scrivere questo articolo è come decidere di attraversare un campo minato. Dico decidere perché potrei non farlo e risparmiarmi il rischio di pestare una mina, ma più ci penso e più credo sia giusto farlo.

Per prepararmi all’impresa ho studiato tre approcci: uno empirico, uno molto empirico e uno più teorico. Nell’ordine: le mie letture, chiacchiere con amiche e conoscenti lesbiche (incluso un post pubblico su Facebook), ricerca più o meno accademica (breve). Benché riponessi grande fiducia nel secondo metodo, purtroppo si è rivelato il più deludente, eppure, lungi dal demotivarmi, proprio questa delusione mi ha spinta a interrogarmi sul perché non si parli o non sia visibile la letteratura lesbica italiana*.

Ma facciamo un passo indietro e ricostruiamo tutto dal principio.

Scoprire la propria identità sessuale è una delle esperienze più riappacificanti, risolutive, eccitanti – e purtroppo ancora in troppi casi dolorose – che una persona possa vivere. Si tratta di un processo che si avvia il più delle volte con la percezione di alcuni segnali – un’amicizia particolarmente coinvolgente, alcune fantasie, le reazioni del corpo a certi stimoli – che vengono poi reinterpretati e processati attraverso il confronto con altre esperienze e narrazioni. Certo, c’è chi è più sensibile nel cogliere la forma e la natura dei propri desideri, ma in linea di massima, forse un po’ generalizzando, il più delle volte è l’esposizione ad altre storie che permette di codificare i segnali correttamente. Va da sé che affinché questo possa avvenire in libertà è necessario che queste storie siano visibili ed accessibili, perché se il contesto in cui si vive non lascia loro spazio, può risultare difficile vivere apertamente il proprio desiderio e più semplice manipolarlo per farlo collimare con le aspettative (eteronormative) sociali generali. In questo senso le reti sociali su internet, i siti e le piattaforme LGBTQ+ hanno svolto un ruolo fondamentale nel dare accesso a esperienze diverse, rendendole visibili e accessibili anche laddove nello spazio fisico del quotidiano non lo sono.

Affermando una cosa come questa potrà sembrare che sia cresciuta nel Medioevo, ma dato che il privato è politico, mi sento di poter dire che crescere in un piccolo paese veneto negli anni ’90, agli albori della rivoluzione digitale, dove le lesbiche, anche se c’erano, non si vedevano – o perlomeno io non le vedevo –, non ha certamente favorito il mio coming out (avvenuto invece con spontaneità pochi anni dopo a Bologna).

Al di là delle testimonianze personali di amiche e conoscenti e delle storie di coming out che si trovano online, cinema e letteratura sono in assoluto tra i più importanti luoghi di confronto e negoziazione delle proprie esperienze. Non solo, spesso diventano anche un patrimonio culturale condiviso che rafforza il senso di comunità delle persone omosessuali, sia nel senso della condivisione di riferimenti e modelli culturali, sia in quello di sostegno collettivo alle forme artistiche che esplorano apertamente il desiderio omoerotico. Sono quasi certa che se nomino a delle donne lesbiche l’amore tra Virginia e Vita tutte penseranno al loro epistolario, a Orlando, magari a Tilda Swinton, così come se dicessi che una ragazza “ricorda Shane” tutte sapranno che mi sto riferendo a The L Word. Molte di loro avranno letto l’opera di Jeanette Winterson e conosceranno i romanzi storici di Sarah Waters. In alcuni casi avranno letto Zami di Audre Lorde o le sue poesie; sapranno raccontarvi la storia della censura de Il pozzo della solitudine; forse preferiranno la versione cinematografica di Carol a quella letteraria; avranno visto La vita di Adele, avranno molto probabilmente – come me – letto scrittori gay: Tondelli, Baldwin, Isherwood, Hollinghurst, Wojnarowicz, Leavitt e via dicendo.

Tutto ciò è magnifico. Ma.
Ma dov’è la letteratura lesbica italiana? Eccoci al punto di partenza e alla scelta di intraprendere una piccola avventura per  stanare questa creatura misteriosa.

L’esperienza personale purtroppo non mi è stata d’aiuto: ho guardato con attenzione la mia libreria per ore e controllato su Goodreads i libri letti negli ultimi anni. Ammetterò con un po’ di vergogna che gli unici romanzi che rientrano in questo discorso sono L’arte della gioia (Sapienza), Una ragazza di nome Giulio (Milani), Lei così amata (Mazzucco), La vita a rovescio (Baldelli), Le regole del fuoco (Rasy), Il posto delle donne (Campo, miseramente abbandonato).

Di fronte all’evidente delusione della mia lista, sono passata al secondo piano: ho approcciato la questione in maniera tangenziale informando alcune amiche lesbiche che “Sto scrivendo un articolo sulla letteratura lesbica italiana. In questo caso è andata meglio e ho visto sui loro volti accendersi la luce dell’entusiasmo, soddisfatte del fatto che finalmente se ne scrivesse in contesti non unicamente LGBTQ+, eccetto che a pochi secondi da questa illuminazione puntualmente è seguita la risposta “Quale letteratura lesbica italiana?” con un sorrisetto a metà tra il genuinamente interessato e l’ironico.

Nemmeno un post pubblico su Facebook ha dato risultati: a fronte della speranza di essere interdetta e fornita di una lista capace di cambiare la mia percezione della questione, quel che ho ricevuto sono stati appena sei commenti e un messaggio privato. La lista si è indubbiamente allungata – Vaccarello, Stancanelli, Giacobino, Chemotti – ma la fatica della gestazione e il riscontro che molti di questi testi sono fuori pubblicazione ha avvalorato ancora una volte l’ipotesi che ci sia un problema.

Esauriti gli strumenti di ricerca personale, ho applicato il metodo scientifico e affrontato quel calderone fraudolento che è l’Internet.

Consapevole dei gradi di affidabilità del materiale trovato e familiare con il rapporto algoritmico tra visibilità e SEO, escludendo pur non senza appuntarmi le liste di “storie di donne” apparse su note riviste femminili o su blog e forum defunti, mi sono venuti in soccorso i lavori di Charlotte Ross e Margherita Zanardo (basati in larga parte entrambi su quello di Margherita Giacobino) che, guarda caso, confermano alcune delle percezioni sopra delineate. Oltre ad espandere la lista di scrittrici che hanno pubblicato narrazioni lesbiche – Zanghì, Cutrufelli, Sajetti – in questi lavori si affronta anche da una prospettiva storica il rapporto tra  letteratura lesbica ed editoria, offrendo così a questa mia indagine una nuova traccia da seguire. In sintesi: i romanzi lesbici esistono, anche se definire cosa si intende per letteratura lesbica sia problematico (si intende la narrazione? L’orientamento sessuale delle autrici? Il pubblico di lettrici?) e ci sia una forte resistenza nei confronti di un’etichetta che rischia di essere limitante, hanno un po’ di problemi (urgenza di narrare vs qualità), ma le case editrici che le pubblica(va)no o sono defunte o sono talmente piccole da non essere visibili, se non a chi con queste ha già familiarità.

Torniamo così al punto originario: la visibilità.
Quali sono le variabili che regolano il rapporto tra letteratura lesbica e visibilità? Volendo semplificare, mi pare che se ne possano banalmente identificare due – il mercato editoriale e la qualità dei contributi – e che sia proprio il rapporto tra queste a decidere le sorti dei libri.

Se il mercato editoriale non è interessato a queste narrazioni – e assicuro che mi è giunta voce di agenti letterari che hanno dissuaso giovani scrittrici dallo scrivere storie lesbiche perché “non vendono” – ne consegue che o le scrittrici per pubblicare in case editrici più mainstream abbandonano queste narrazioni (o le diluiscono nella trama principale) oppure si rivolgono a case editrici più specializzate (Il dito e la luna, L’iguana, Robin Editori, Edizioni Libreria Croce, Playground…). Badate bene, specializzate, non semplicemente indipendenti. Editori, in altre parole, che nonostante il loro ammirevole sforzo difficilmente riusciranno a farsi notare al di fuori di limitati circoli di lettori e lettrici, e che con fatica saranno raggiunti, ad esempio, da adolescenti alla ricerca di storie con le quali confrontare le proprie esperienze.

Ma da cosa deriva questo presunto disinteresse? E quali sono i criteri per cui un agente può dire che una narrazione lesbica sia poco vendibile?

Sicuramente – o almeno c’è da sperarlo – la qualità dell’opera dovrebbe essere il fattore discriminante, ma per quanto non lo si possa completamente escludere, sembra inverosimile che così poche narrazioni lesbiche passino il vaglio critico di lettori ed editor.

Più probabile sembra, a parer mio, il puro disinteresse (dovuto forse ad un’omofobia persistente del contesto culturale italiano) e una preferenza – ahimè così comune nell’editoria italiana (ma fortunatamente in leggero cambiamento) – per narratrici anglofone o francofone i cui romanzi sono in molti casi già stati resi noti da adattamenti cinematografici (Carol, La vita di Adele, Colette, Orlando, Ladra,… ).

C’è poi un altro caso più interessante, ovvero la pubblicazione di storie con pulsioni omoerotiche che però vengono pubblicamente negate o dismesse come tali. È il caso di Acciaio di Silvia Avallone, ma volendo anche de I beati anni del castigo di Fleur Jaeggy.

Non so (in realtà forse lo so) perché ci sia questo timore a parlare pubblicamente di lesbismo, ma si potrebbe supporre che complice sia l’ignoranza nei confronti dell’amore e del corpo desiderante in un rapporto lesbico, un’ignoranza la cui diretta conseguenza è quella di relegare delle potenziali storie omosessuali nella categoria della sisterhood, dell’amicizia tra donne. Non che la sisterhood non sia parte dell’esperienza femminista e lesbica, ma è cosa diversa dal desiderio sessuale lesbico ed è purtroppo la ragione per cui il lesbismo è stato spesso confinato all’invisibilità nella storia dell’umanità.

Eppure il corpo delle donne desidera il corpo di altre donne, gode, vibra e pulsa come quello di qualunque altro corpo. Ed è proprio questo aspetto, ovvero la scarsezza di narrazioni che coniughino il desiderio sessuale intellettuale ed emotivo delle donne a favore di storie di complicità emotiva, che mi pare possa in certi casi spingere alcune di noi verso i romanzi e gli scritti di autori gay. Non perché questi descrivano il nostro desiderio, lungi dal solo pensarlo, quanto perché nei loro racconti pare di trovare più di quanto non si possa fare in altri romanzi una più affine narrazione della complicità che scaturisce dalla relazione sessuale con una persona dello stesso sesso, della solitudine che spesso accompagna le fasi iniziali della scoperta della propria identità sessuale, del senso di risolutezza personale e libertà che deriva dal riappropriarsi del proprio desiderio, della stigmatizzazione sociale a cui questi innamoramenti sono costantemente sottoposti.

Accade così che se guardiamo alla nostra educazione letteraria lesbica, questa risulta ormai essere popolata principalmente da narrazioni non italiane o gay (fatto quest’ultimo che solleva anche questioni sulla misoginia del mercato editoriale italiano – e globale – e che potrebbe spingere a chiedersi se la presunta discriminazione abbia un carattere più di genere o di orientamento sessuale).

Ma questi romanzi non riflettono la realtà in cui sono cresciute e vivono le donne lesbiche italiane, magari raccontano l’emozione di fare l’amore in un motel o della complicità della bibliotecaria di turno, ma non possono, per diversità di contesto socio-culturale e tradizione storico-filosofica oltre che di genere nel caso della letteratura gay, soddisfare completamente il desiderio di imbattersi in una narrazione con cui empatizzare. Esisterà sempre una frattura che non si può colmare.

L’omogenitorialità in Italia, andare al Pride a Roma, il primo innamoramento tra i banchi di scuola, le partite di calcetto femminile all’oratorio, la rimozione dei libri sulle famiglie arcobaleno in una biblioteca veneta, le lotte politiche e le feste nei luoghi sgomberati di Bologna, la vita di un’insegnante lesbica che deve proteggere da attacchi omofobi una studentessa e allo stesso tempo educare i responsabili senza il supporto della direzione della scuola, le angosce e la rabbia di una coppia che teme che il loro vincolo matrimoniale possa essere invalidato dal cambio delle leggi, un’estate d’amore sulle coste liguri, mangiando focaccia e bevendo una cedrata. Penso che queste storie si debbano raccontare, che debbano godere dello stesso diritto di altre di essere narrate (purché superino il controllo qualità, naturalmente) perché il criterio di vendibilità aprioristico non funziona se non c’è un’offerta sufficiente a comprovarlo, ma soprattutto perché nel non pubblicarle gli editori si rendono responsabili della loro occultazione e discriminazione.

È vero che il numero di romanzi italiani con al centro delle storie lesbiche sta lentamente aumentando, come evidenti sembrano essere in generale gli sforzi per una maggiore inclusione di voci non anglofone, diverse per razza, genere e classe, ma il percorso è ancora lungo.

Va da sé che perché l’offerta degli editori possa cambiare è necessario che si manifesti anche una richiesta da parte dei lettori e delle lettrici, ma se a questa domanda (che esiste) non viene dato ascolto allora ci ritroviamo alle origini a negoziare la responsabilità nei confronti di questa invisibilità.

In una società che ancora si irrigidisce di fronte all’amore omosessuale, sono proprio le storie che lo raccontano ad aiutare a forzare i tabù, ad allentare e rimuovere la repressione e a sdoganare il desiderio. Queste storie ci rendono padrone del nostro corpo e delle nostre emozioni e libere di amare senza paura del giudizio altrui. E sono sempre queste storie che ci permettono di accedere agli infiniti modi e configurazioni dell’amore, a far capire che qualunque sia la forma che si addice a noi, per quanto unica e particolare, è condivisa e supportata. Si sa che cercare di catalogare le conformazioni dell’amore è un esercizio totalmente inutile e pericoloso, eppure allo stesso tempo avere una boa di riferimento permette di misurare la propria posizione in un mare che, altrimenti, potrebbe far sentire continuamente perdute.

 

Note:
* La definizione di letteratura lesbica in sé potrebbe risultare piuttosto controversa, ma in questo contesto si userà per identificare narrazioni in cui la tradizionale trama eteronormativa viene sovvertita dalla presenza di un desiderio omoerotico.
** “Donna” viene usato in questo articolo in senso inclusivo.

 

Giorgia Tolfo

Vive tra Londra e i libri. Promuove un uso consapevole e rivoluzionario della letteratura. O almeno ci prova.

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