C’era una volta l’editoria

Si scrive troppo, si legge troppo poco: un ritornello ormai entrato a far parte a pieno titolo della catena di stereotipi che, come nella maggior parte dei casi, riflettono malgrado tutto la realtà dei fatti. Una verità banale, dunque, ma che descrive perfettamente il panorama editoriale italiano (e non solo) e finisce per unificare sotto il segno di una sorte comune i grandi gruppi ormai prossimi al monopolio e le piccole realtà indipendenti che annaspano a testa alta.
Accade però che la sempre più precaria e ristretta cerchia dei lettori continui a guardare all’editoria come a un mondo fantastico, in cui si svolge il più nobile dei mestieri: fare Libri, trasmettere la Cultura, diffondere il Sapere. E questo vale tanto per il franzeniano che sfoggia in casa una libreria composta interamente da dorsi bianchi di Einaudi con qualche concessione più sofisticata ai colorati Adelphi, tanto per il fervido sostenitore degli indipendenti devoto ai titoli di minimum fax, quanto – ebbene sì – per il fan di Fabio Volo che, sebbene privo di velleità letterarie, invidia comunque coloro che hanno la fortuna di lavorare con il suo beniamino. Perché in fondo gira tutto intorno alla figura inevitabilmente autorevole dello Scrittore che, in quanto detentore di quel sapere cullato e svezzato dalle case editrici, incute sempre una qualche forma di rispetto – o in molti casi di disprezzo, ma questa è un’altra storia.

Succede così che, all’alba dell’epoca di Mondazzoli, l’ammissione di lavorare in una qualsivoglia casa editrice suscita ancora cori stupiti di “ma che bello! Wow!”.

Wow.

Fermo restando che la demistificazione di questo mondo ideale fatto più di nevrosi e routine prive di senso che di aneliti alla conoscenza non è cosa nuova, ma annovera da oltre cinquant’anni un nome illustrissimo come quello di Luciano Bianciardi, alcune pubblicazioni recenti hanno a loro modo riportato sotto i riflettori l’editoria vista dall’interno, ritraendola nei suoi aspetti più miseri, commerciali, ipocriti, eufemisticamente meno culturali.

Si tratta, com’è facile intuire, di tre voci di addetti ai lavori, editor che si sono confrontati giorno dopo giorno con i limiti del loro nobile mestiere e hanno deciso ciascuno a suo modo di darne un assaggio all’appassionato pubblico di lettori: storie diversissime gravitanti intorno al racconto di un’istituzione culturale che si accartoccia su se stessa.

«Questa è una storia d’amore. Parla dei bei tempi andati, quando gli uomini era uomini, le donne erano donne e i libri erano libri, con la rilegatura incollata o magari cucita […] arredavano tante stanze, e il loro contenuto, quelle parole magiche in poesia e prosa, erano liquore, profumo, sesso e gloria per i loro devoti. Quei lettori fedeli, seppure mai numerosi, sono sempre stati impegnati, udibili e visibili, sensibili al fascino della lettura. Forse esistono ancora, rintanati da qualche parte, seguaci nascosti del culto della parola scritta»

La premessa che apre La Musa di Jonathan Galassi (Guanda, 2015) è già un’ode all’editoria che non c’è più, schiacciata dai grandi gruppi privi di identità e dai colossi online. Che una considerazione del genere venga proprio da Galassi, presidente della Farrar, Straus&Giroux, una delle più importanti istituzioni dell’editoria americana (si pensi a nomi quali quelli di Flannery O’Connor, T.S. Eliot e Philip Roth) poi inglobata dalla tedesca Holtzbrinck, non ci stupisce.
La storia è quella di Paul Duckach, giovane editor erede di Homer Stern, «ultimo degli editori “gentiluomini” indipendenti», «fondatore, presidente e proprietario dell’elegante casa editrice Purcell&Stern», ovvero «la più piccola, battagliera e “letteraria” delle “grandi” case editrici, mentre la Impetus Editions di (Sterling) Wainwright, con tutta la sua autorità culturale, era vista come la più grande e stimata delle “piccole”, cioè tutto un altro mondo». Muovendosi tra questi due rivali dall’indubbio fiuto letterario, Paul si trova coinvolto non solo nei misteri che ruotano intorno alla figura di Ida Perkins, poetessa contesa da entrambi, ma anche nelle contraddizioni dell’epoca dell’editoria generalista con le sue minacce costanti, scisso tra la volontà di indirizzare i gusti del pubblico oppure di inseguirli, nell’ottica di rendere il lettore «un po’ meno comune».
E poi ci sono gli autori, sì, quegli esseri volubili e capricciosi così difficili da accontentare: «Il mondo dell’editoria sarebbe bellissimo senza tutti quei maledetti autori» afferma un collega disilluso, ma non Paul, che conferma quanto sostenuto in apertura a questo articolo: «Lui galleggiava in un mare di estasi, stordito dall’egocentrismo capriccioso dei suoi scrittori ma ricompensato dalla soddisfazione di aiutare le loro opere a vedere la luce». Il fatto che sia uno dei pochi, se non l’unico, a pensarla in questo modo è ulteriormente sottolineato dal paradosso della sua vicenda personale: non solo sarà costretto a cedere il suo catalogo alle grinfie di un’azienda interessata a digitalizzarlo, ma finirà per legarsi sentimentalmente a un dipendente della stessa.
Le pagine più interessanti, quelle che più di altre gettano luce sulle dinamiche contorte dell’industria dei libri, sono quelle consacrate alla descrizione caricaturale della Fiera del libro di Francoforte, tutt’oggi il più prestigioso evento editoriale internazionale. Vale la pena riportarne la descrizione di pagina 129: «Francoforte non era un evento mondano: era frequentata da carnivori rapaci con una verniciatura di raffinatezza europea. Gli abiti eleganti, le feste, i sigari, i prezzi gonfiati di alberghi e ristoranti, il cibo deludente: faceva tutto parte dell’esperienza. La fiera era spossante, ripetitiva e deprimente, e chiunque contasse qualcosa nel mondo dell’editoria non se la sarebbe persa per nulla al mondo». Un luogo pieno di noia e di nefandezze in cui i contratti da milioni vengono firmati da ubriachi e si lamenta l’assenza di una pillola del giorno dopo per disdirli una volta pentiti; il regno indiscusso degli editori di qualità, «i Signori della Cultura, i parassiti principali seduti in cima a quel letamaio brulicante». Sono loro che si aggirano ondeggiando come a bordo di un transatlantico, «cosa che in un certo senso era vera anche se non lo sapevano: una lenta ed enorme nave dei folli destinata fatalmente a schiantarsi contro il grande iceberg digitale».
La disfatta è quindi inevitabile agli occhi di Galassi, che ha già assistito al naufragio di una nave che ha trascinato con sé l’idea stessa di autore e la sua centralità.
Il romanzo di Galassi restituisce l’immagine di un mondo editoriale in declino ma che, pur nei limiti delle ipocrisie e bassezze che lo contraddistinguono e del suo doversi confrontare con il dio denaro, brilla ancora in parte della luce riflessa dei vecchi ideali: è così che i lettori trovano giustificazione alla loro personale fede, alla loro natura, appunto, di «devoti».

La nota amara del finale lascia a noi la scelta, se ostinarci a raccogliere le briciole di qualcosa che è stato ormai divorato, letteralmente, o se limitarci a prendere atto del tramonto di un’epoca piegandoci alla macrocategoria più contemporanea che mai dei “beni di consumo”.

Quasi parallelamente alla traduzione del libro di Galassi in Italia, in uno dei nuovi stand del nostro più modesto Salone del libro di Torino fa la sua comparsa un volumetto interessante: si tratta di Panorama di Tommaso Pincio, nome noto ai suddetti “lettori meno comuni” per la sua attività di scrittore, critico e traduttore. A renderlo particolarmente meritevole di attenzione è innanzitutto il fatto di rappresentare uno dei primi titoli sul mercato della neonata casa editrice milanese NN Editore, ultima e coraggiosa new entry nella cerchia sempre più angusta degli indipendenti. A ciò si aggiunga che il romanzo descrive, anche se in maniera più marginale rispetto a La Musa e solo parallela alla trama di fondo, uno spaccato dell’editoria nostrana e la combo risulta vincente.
Panorama racconta, con continue escursioni cronologiche che consentono di inquadrare meglio il personaggio principale, la controversa storia d’amore virtuale di Ottavio Tondi con Ligeia, coltivata attraverso il futuristico (ma non troppo) social network Panorama però, è soprattutto lettore di professione, allo stesso tempo anonimo ma integrato in quel mondo editoriale «cerchia di incestuosa angustia dove il non conoscersi tra addetti ai lavori era fantascienza». La sua devozione (parola galassiana) alla lettura è, più che totale, totalizzante e fine a se stessa; un modo di fruire la letteratura senza volerne far parte – da cui il rifiuto per la scrittura -, nel disinteresse per il contesto che la circonda e per le impure trame dell’editoria in primis: il rovescio paradossale dello stereotipo contemporaneo dello scrittore che non legge.

«Il fatto di non avere gli stessi sogni, di non ambire minimamente a scrivere, gli infondeva una serenità strana, forse sadica ma comunque inebriante, quasi una sorta di rigenerante distacco dalla vita, dall’ansia di dover desiderare comunque qualcosa. Lui non desiderava nulla, a parte leggere. Leggere come leggeva lui però, senza cercare altro che la lettura, senza aspettarsi risposte o consolazione. Un leggere che non contemplava desideri e speranze, i bisogni che solitamente avvertono le persone».
In un mondo autoreferenziale come quello di una casa editrice, riflesso delle velleità degli aspiranti scrittori che «volevano diventare scrittori, gli scrittori volevano diventare scrittori di successo, gli scrittori di successo volevano diventare scrittori apprezzati dalla critica», la figura atipica di Tondi spicca a tal punto da diventare un fenomeno, in quanto solo e unico artefice del successo di un’opera. Anche in questo caso assistiamo al ribaltamento di un punto di vista totalmente condiviso da chi, degli scrittori, dovrebbe essere il garante: «Sebbene non lo dicesse apertamente, come molti dei suoi colleghi, questo direttore editoriale riteneva che molti scrittori non fossero altro che sue invenzioni e dovessero a lui la fama, l’apprezzamento della critica e forse persino il loro stesso talento, sempre che ne avessero. Il fatto che gli scrittori scrivessero gli negava tuttavia la soddisfazione di arrogarsi tutti i meriti».
Siamo davvero al tramonto di quell’editoria che Galassi vagheggiava nel suo romanzo, di cui sopravvive soltanto la figura controversa di un capo spregiudicato, non proprio aggiornatissimo sui contenuti e il valore dei suoi prodotti e dai valori comunque discutibili: «Si diceva, nell’ambiente, che quel direttore editoriale avesse la moralità e il fiuto di un topo; che la sua maggiore qualità fosse capire all’istante se una barca stava affondando (il suo peggior difetto era ovviamente quello di essere il primo ad abbandonarla)».
Quella che in La Musa si configurava come una catastrofe annunciata ma forse, in qualche modo non ancora chiaro, gestibile nella sua inevitabilità, in Panorama si è già scatenata con violenza, lasciando spazio solo a uno scenario desertico di fronte all’asprezza del quale la nostalgia cede il passo alla rassegnazione: l’autentico lettore non solo si piega alla scrittura, ma lo fa per mezzo delle logiche perverse e autoreferenziali di un social network, denunciando con la sua personale parabola discendente la fine di un’era – «Il minuscolo mondo letterario per il quale aveva vissuto, una comunità dalla spropositata considerazione di sé benché ignorata dai più, aveva meritato di soccombere, spazzata via dall’arroganza di credersi testimone del mondo, custode di valori millenari, cuore dell’umanità». Verrebbe da dedurre che la Letteratura con la maiuscola è ormai nietzschanamente morta la conclusione di Pincio è un’altra: «non era morta la letteratura, erano morti loro, i letterati». Quanto poi le due cose possano essere scindibili, sta a noi valutarlo.

In questa apoteosi di desolazione ho voluto lasciare per ultimo un libro che è una chicca: scritto molto prima dei due di cui abbiamo discusso – siamo nel 1964 – , con una lungimiranza che non ci stupisce considerando il personaggio che vi si cela dietro, anch’esso racconta l’inesorabile declino dell’editoria di qualità e, più in generale, di una certa idea del fare cultura, ma con un approccio satirico e demistificatorio che finisce per offrirci un ritratto grottesco e incredibilmente divertente della medesima realtà. Stiamo parlando di Mordecai Richler e del suo La vera storia di Mortimer Griffin, pubblicato in Italia da Adelphi lo scorso anno. Griffin, per certi aspetti antesignano del più noto fratello Panofsky, è l’editor della sofisticata casa editrice londinese Oriole Press, una delle ultime superstiti della catena di fallimenti, raggruppamenti e acquisizioni da parte di società americane che aveva scombussolato il panorama editoriale inglese degli anni Sessanta: una raffinatezza fatta di «antiquati sistemi di schedatura e ciambelline per il tè» che le veniva garantita dal non essere ancora stata acquisita dal Creatore di Stelle.
«Il Creatore di Stelle, l’uomo che non invecchia, l’immortale, di cui non si sapeva quasi nulla. L’uomo su cui non esistevano che voci, voci orripilanti. Di recente anche il suo sesso era stato oggetto di un acceso dibattito. Qualcuno diceva che era un uomo, altri insistevano che stava trasformandosi in donna, e certi mormoravano perfino che bolliva in pentola qualcosa di ancor più sinistro. Il Creatore di Stelle. Immaginarsi, pensò Mortimer, la Oriole Press affidata a mani così oscene».
Eppure è con questa temuta acquisizione che Griffin si trova a dover fare i conti, gestendo in contemporanea le accuse di antisemitismo, il tradimento della moglie con il migliore amico hippy e le molestie di altri personaggi bizzarri.
Una tragicommedia a tutti gli effetti, in cui il brusco passaggio del libro da mezzo di trasmissione del sapere a oggetto remunerativo viene estremizzato fino al paradosso, e in cui a troneggiare è indiscutibilmente la figura del Creatore di Stelle, declinazione mostruosa del “last tycoon” di fitzgeraldiana memoria, prodigio della medicina moderna ossessionato dal delirio di onnipotenza e capace di gesti di raccapricciante crudeltà. Riferimenti che, nella fase storica di Mondazzoli, non possiamo che sentire come attuali.
Mortimer Griffin, proprio come Paul Duckach e Ottavio Tondi, si trova suo malgrado spettatore del crollo di un modello culturale, e come loro risulta incapace di rapportarsi a esso. Tra l’impotente nostalgia e la cruda rassegnazione, l’intellettuale richleriano sceglie l’unica via praticabile per evitare di restare sommerso dai cocci dello sfacelo: abbandonare la barca prima della catastrofe, proprio come il direttore editoriale descritto in Panorama.

I tre romanzi sembrano dunque inneggiare alla rinuncia: all’idea di editoria nel senso più nobile del termine, a quella di intellettuale come paladino della cultura, a quella di Letteratura autentica, scevra da ogni interesse economico. Raccontando dall’interno il tracollo definitivo di una realtà, offrono a noi lettori un’immagine desolante di ciò che rimane, nell’intento di squarciare il velo dell’illusione che ancora, malgrado tutto, filtra l’immagine del lavoro editoriale. Un tentativo di reprimere, insomma, il Paul Duckach che vive nel profondo di ogni lettore appassionato: «Paul credeva nei credenti: non nei religiosi ingenui, ma in coloro che aspiravano a produrre un cambiamento, a portare qualcosa nel mondo».
Nell’ottica di questa missione condivisa stona solo un piccolo dettaglio: tutti e tre gli autori, intellettuali consapevoli come i loro personaggi, sembrano quasi crogiolarsi con orgoglio in un mondo che descrivono come denaturato. E viene dunque da chiedersi se non risieda proprio in ciò la radice del problema. Basta pensare che oltre cinquant’anni di declino editoriale separano il romanzo di Richler da quelli di Galassi e Pincio per rendersi conto di un certo autocompiacimento dell’editoria letteraria nel romanzare la propria fine. Eppure, in qualche modo, siamo ancora qua. Noi lettori, loro editori e scrittori. Arranchiamo, è vero, sopravviviamo di compromessi che ci vanno stretti, ma nostro malgrado abbiamo accolto il cambiamento, talvolta piegandoci a esso, perché consci della sua inevitabilità. Si stava meglio quando si stava meglio, e ribadirlo esercita sempre il suo nostalgico fascino. Adesso stiamo peggio, ma forse l’apocalisse può aspettare ancora un po’.

Ph. editor: Alberto Cocchi

Foto di copertina: Frankfurt am Main – International Book Fair, Picturepest – https://www.flickr.com/photos/ picksfromoutthere/, da qui.

Oriana Mascali

Abusa come se non ci fosse un domani dell'espressione "come se non ci fosse un domani". Specializzata in letteratura francese per aver scoperto troppo tardi gli americani, ha una sola certezza nella vita: avrebbe voluto essere Francis Scott Fitzgerald, ma non lo è. Peccato. Comunque le sarebbe andata più che bene anche Sylvia Plath.

1 Commento
  1. Si legge poco, ma è anche vero che l’editoria italiana è vittima di se stessa. Si “spingono” a livello di marketing opere paraletterarie alla Gamberale, mentre gli editori (pochi e piccoli) che cercano di puntare su autori “fuori dal coro” devono accontentarsi delle briciole. Una legge dell’economia vecchia come il cucco sostiene che “ogni offerta crea la propria domanda”. E mi chiedo: quale domanda si sta creando oggi?

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