Gli animali che dunque siamo

Da piccolo leggevo degli strani libri in cui i protagonisti venivano infettati da degli alieni a forma di lumache che entravano nella loro testa dalle orecchie e li trasformavano, ne prendevano il controllo. Mi sono sempre chiesto, sin dalla prima lettura, perché immaginare degli alieni in una forma così comune come quella delle lumache. Diversi anni dopo, ma non troppi, ho letto Orwell e anche in questo caso erano gli animali ad essere il centro della narrazione, questa volta gli animali di una fattoria, vicini all’uomo come le lumache. Poi, sempre durante il liceo mi hanno fatto leggere Leopardi e ho iniziato a capire qualcosa sul rapporto tra animali e uomini. Nei testi leopardiani c’era un rapporto viscerale tra gli uomini e gli animali, quasi come se Leopardi volesse mostrare che gli uomini e gli animali abitano questa terra nello stesso modo. Da lì poi mi sono accorto che in moltissimi scrittori gli animali appaiono centralmente nelle loro opere, a margine, o vengono utilizzati per metafore o allegorie. E quindi sono diversi anni che mi porto dietro una domanda fondamentale: cosa ci rende diversi dagli altri animali? O addirittura: siamo diversi dagli altri animali?

Non so perché ma è sempre stata la letteratura lo strumento che ho ritenuto utile utilizzare per arrivare a capo di qualcosa, anche se spesso al lavoro letterario si è aggiunto anche quello filosofico. Proprio per questo è necessario utilizzare come stampelle alcuni autori fondamentali così da riuscire a intravedere una risposta a queste domande.

Il primo amore è stato Kafka, non nella misura dell’insetto, spesso definito scarafaggio, ma nel personaggio di Pietro il rosso, protagonista del racconto “Una relazione per un’Accademia”. Pietro il rosso è una scimmia non più scimmia che riferisce di questa sua trasformazione, con linguaggio umano, a un’accademia, quindi verso un pubblico dotto di studiosi. In questo racconto Kafka fa dire a Pietro il rosso dopo esser stato catturato: “A star sempre contro la parete di quella cassa – sarei certamente crepato. Ma le scimmie per Hagenbeck devono stare dentro una cassa – ebbene, allora smisi di essere una scimmia. Un ragionamento chiaro e bello, che devo in qualche modo aver tirato fuori con la pancia, perché le scimmie pensano con la pancia”.

In una relazione per l’accademia Kafka rende ciò che è umano nella volontà: è forse questo che differenzia gli esseri umani dagli altri animali? Possibile sia solo uno scarto di volontà? (Si narra che Kafka sia diventato vegetariano e che abbia dichiarato, davanti a un acquario, davanti a dei pesci, la sua serenità nel guardarli perché finalmente non li avrebbe più mangiati, ancora una decisione, ancora la volontà, che però questa volta rende prossimi e non differenti).

Ed è a questo punto che entra in gioco un altro grandissimo amatore/odiatore degli animali Gilles Deleuze. La passione di Deleuze per le zecche è famosa in chi studia filosofia, perché le zecche sono degli animali decisamente lontani dall’idea del rapporto tra uomo e animale, ma in questo caso è utile parlarne per comprendere quel Divenire Animali che Deleuze esplicita più volte. Divenire animali è un concetto complesso che si può spiegare proprio attraverso il comportamento della zecca:

“La zecca risponde o reagisce solo a tre cose, a tre eccitanti e basta, in una natura che è una natura immensa. Tre eccitanti e nient’altro. Tende verso l’estremità del ramo di un albero. Attirata dalla luce, può aspettare sul ramo degli anni, senza mangiare, senza niente, completamente amorfa, aspetta che un ruminante, un erbivoro, una bestia passi sotto il ramo. Poi si lascia cadere, è una specie di eccitante olfattivo. La zecca annusa la bestia che passa sotto il ramo. Questo è il secondo eccitante, quindi, luce e poi odore, e poi quando è caduta sul dorso della povera bestia, va a cercare la zona meno ricoperta di peli, dunque abbiamo un eccitante tattile, e si ficca nella pelle. Del resto non le importa assolutamente niente. In una natura brulicante, estrae e seleziona tre cose.”

Questa capacità di selezionare solo 3 cose rende l’idea della differenza tra l’uomo e l’animale, innanzitutto nel caso, l’uomo tende a non affidarsi più di tanto al caso, cerca una sistematicità, delle certezze. La zecca è lì e aspetta. In secondo luogo la selezione degli argomenti: l’uomo amplia, gestisce le informazioni, genera cultura, si trasforma, si evolve. La zecca no, è lì e reagisce agli impulsi. Forse è proprio in questo rapporto tra il caso e l’affidarsi al mondo che Deleuze ritrova una differenza tra uomini e animali.

In letteratura però non è sempre stato così, a partire da Argo, sino alla Balena Bianca di Melville, gli animali sono quasi sempre stati rappresentati attraverso umanizzazioni, trasformazioni che li hanno resi ancelle o schiavi. È solo dopo Darwin che abbiamo iniziato a comprenderne le differenze e le somiglianze. In questo contesto sono nate le passioni di Nabokov per le farfalle o di Primo Levi per i ragni o di Derrida per i gatti, le già citate zecche di Deleuze o i racconti di animali di Kafka. Il piano scientifico, dopo Darwin ha iniziato ad acquisire consapevolezza, a far perdere agli animali quell’aurea mistica che li ha accompagnati da sempre anche le narrazioni religiose. Parlare di animali in letteratura è parlare della letteratura stessa, dal mito, alla religione, alla filosofia. Ma per non perdersi davanti alla vastità dell’argomento, bisogna rimanere sulla domanda iniziale: cosa ci rende diversi dagli altri animali? E soprattutto perché la letteratura è così importante per comprenderne la risposta?

È il riconoscimento che la letteratura offre, e che altrimenti non riusciremmo ad avere immaginando semplicemente il modo di pensare degli animali, che ci avvicina a una risposta possibile. Non è semplice Divenire Animali, ma attraverso una narrazione organica, uno stile che sia in grado di catturare il lettore, alcune volte riusciamo a perderci e a diventare altro da noi, uscire e comprendere le distanze. È lo stesso rapporto di finzione letterario che genera la comprensione di ciò che è eternamente altro per via della lingua e della comunicazione.

Forse è anche per questo che da piccolo rimasi così tanto colpito, inconsapevolmente, da quelle lumache aliene. Nello stesso modo oggi immagino i racconti sugli animali come delle lumache che entrano nella testa dei lettori e portano avanti la rivoluzione iniziata da Darwin e che impone di comprendere che viviamo in un contesto dal quale non possiamo prescindere.

 

Bibliografia minima
M. Belpoliti, La strategia della farfalla, Guanda 2016.
F. Kafka, Tutti i racconti, Mondadori 1970.
G. Deleuze, Abecedario, Derive Approdi 2014.
J. Derrida, L’animale che dunque sono, Jaka Book 2006.
G. Deleuze, F. Guattari, Kafka per una letteratura minore, Quodlibet 2010.

Luca Romano

Sono nato a Bari nel 1985. Mi sono laureato con lode in scienze filosofiche con una tesi sul pensiero aporetico in Cézanne, Nietzsche e Derrida. Attualmente scrivo per HuffingtonPost Italia e Ultimapagina.net. Attraverso il progetto universitario Philosophia Ludens insegno filosofia ai bambini delle scuole primarie. Organizzo seminari di filosofia presso l’università degli studi di Bari, sono redattore per la rivista internazionale di filosofia Logoi.ph e per il trimestrale di critica cinematografica Uzak.it. Pubblico racconti in antologie e riviste.

Nessun commento, per ora

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email NON sarà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>