Gli intellettuali che vogliamo

La morte di Umberto Eco è stata una morte illustre come purtroppo tante altre concentratesi negli ultimi mesi ma, a differenza di Bowie o dell’inventore della brugola, la sua dipartita ha provocato su internet due tipologie ben definite di reazioni pubbliche. La prima riguarda gli individui che hanno un ricordo personale con il professore (quando gli ho stretto la mano, quando mi ha dato 27, quella volta che abbiamo chiacchierato, quell’altra in cui l’ho visto da lontano ma poteva anche non essere lui) e, almeno seguendo il mio feed di Facebook, praticamente chiunque ha avuto a che fare con Eco una volta o l’altra, rendendolo di fatto la persona con più amici retroattivi del mondo.

La seconda categoria scoperchiata dal trapasso umbertiano riguarda invece un gruppo ben definito e ben considerato di persone: gli intellettuali. Per dirla come un titolista medio di giornale, “la comunità degli intellettuali italiani si è stretta attorno al collega scomparso”. La dinamica ha funzionato pressappoco così: intellettuali vivi parlavano del grande Intellettuale morto provando di fatto a misurarsi e a definirsi attraverso di lui come coloro che comprendono, raccontano e nominano il mondo (via).

Leggendo tutti i contributi viene quasi da pensare che la morte di Umberto Eco, multiplanare come multiplanare era lui, sia stata anche un modo per gli intellettuali italiani di legittimarsi come tali, unendosi nel ricordo di chi, come, loro, comprendeva, raccontava e nominava il mondo. La sua morte l’ha trasformato, giustamente, in paradigma e, in quanto tale, pietra di paragone per chi vuole essere definito intellettuale.

Intellettuale come lui, intendiamoci.

Pare brutto, però, pensare che il significato e la percezione del ruolo di intellettuale divergano così tanto tra loro, come pare difficile accettare che gli intellettuali siano una categoria di persone che si definisce solo attraverso l’appartenenza a un gruppo, appartenenza decisa quasi sempre dal gruppo stesso. Se l’intellettuale è colui che comprende, racconta e nomina il mondo, se è cioè chi possiede le competenze, le capacità e l’intelligenza per rielaborare il caos di informazioni che ci passa sopra la testa e restituircelo in maniera intellegibile e originale, la percezione della categoria oscilla pericolosamente tra due poli opposti a partire da un terreno comune di incomunicabilità.

Ma andiamo con ordine e parliamo di bugiardini. I bugiardini sono le istruzioni per l’uso e la posologia dei farmaci contenute e irriproducibilmente ripiegate all’interno delle scatolette dei medicinali. Durante gli anni del boom della farmacologia i bugiardini vennero definiti tali a causa delle continue omissioni di importanti informazioni che potevano essere compromettenti per la vendita del prodotto, cose tipo: può causare morte. Un peccato di omissione e, dunque, veniale, un po’ come per il fidanzato fedifrago che ha appena tradito la sua compagna e si butta sotto la doccia prima dell’abbracciatona del bentornato a casa amore pensando: oh, non è che le sto dicendo una bugia, semplicemente ometto di aver scopato con un’altra.

Qualche anno dopo, però, un giro di vite legislativo impose regole di completezza ed esaustività molto più rigide per la compilazione dei foglietti illustrativi, portando comunque altre lamentele perché, secondo quei pezzenti dei consumatori, i bugiardini erano scritti troppo in piccolo e dicevano cose che non capiva nessuno.

Riassumendo: i bugiardini prima erano tali perché non dicevano ciò che avrebbero dovuto dire – che i poveri consumatori e la fidanzata cornuta dovevano capire da soli – e poi sono rimasti tali perché non fanno capire le informazioni essenziali, complicandole con una marea di paroloni inutili. Ecco, a volte gli intellettuali sembrano fare la spola tra il non dire per non far capire e il non far capire per non dire. Tutto il contrario della storiella di comprendere, raccontare e nominare il mondo.

Secondo una possibile percezione esterna, spesso condivisa dai fatti e innegabilmente deteriore, la categoria degli intellettuali oscilla dunque tra due assunzioni: da un lato, gli intellettuali si definiscono attraverso la relazione tra pari, una rete in cui tutti si danno la mano e fanno un girotondo magico che lascia il mondo fuori e certifica uno spazio sacro e impermeabile di interscambio culturale certificato da “quelle cose che l’uomo della strada non potrebbe capire”. Anche il fidanzato fedifrago, se ci pensiamo, crede segretamente che sia meglio non confessare il tradimento perché la compagna non potrebbe capire. E tutto questo, volendo, si può anche chiamare autoreferenzialità, guardarsi l’ombelico e pisciarsi nelle scarpe, ed è come se loro dicessero: vi teniamo fuori dai nostri luoghi intanto perché sono nostri, cazzo vuoi, e poi perché non potreste capire. E se mai ci capiste qualcosa, forse dopo non ci ascoltereste più con deferenza.

Dall’altro lato, invece, quando gli intellettuali si devono interfacciare con il mondo e mettere in discorso la loro intellettualità, lo fanno parlando una lingua alt(r)a, con un distacco noumenico dai discorsi comuni, industriandosi nel non farsi capire attraverso un uso iperbolico di complessificazioni inutili e, come nel caso dei bugiardini, anche perniciose. Un modo come un altro per ergere una barriera e farsi lasciare in pace da quei poverini che non sanno mettere due parole in fila e non hanno mai letto un libro, vedi mai che sono anche dei tossici.

A proposito di tossici, tutto risulta più chiaro guardando il video de Il signor speziale.

Il cliente normale, cioè la signora mascolina e riccioluta, paga il farmacista con una valuta adeguata (condivisione di un codice comune) e viene servita con un sorriso. Il tossico, poverino, ha solo una banconota da cinquanta euro (rubata chissà dove), un taglio esageratamente grossolano per la finezza della cassa (e delle categorie per comprendere e nominare il mondo); dunque, egli viene allontanato in malo modo. Ma lui vuole essere considerato un cliente come gli altri e gli altri gli dicono cazzo vuoi. La donna con gli spiccioli e l’uomo che vuole gli spiccioli si alleano contro il tossico con un taglio grosso(lano), erigendo una barriera, un wall of sound di philspectoriana memoria evocato dal coro finale: Vergogna! Vergogna!

Certamente non è sempre così e la percezione esterna, temperata da un pochettino di invidia, tende a stiracchiarsi un po’ troppo; chiunque l’ha pensato almeno una volta, però, e chiunque ha ben chiara in testa la propria definizione di intellettuale. È vero perché ne abbiamo bisogno, e perché è giusto che ci sia qualcuno che parli difficile, che sia aspirazionale e ispirazionale, che sembri migliore di noi o, almeno più colto, preparato ma anche affidabile. Qualcuno di cui fidarsi che ci guidi nella complessità degli avvenimenti e, secondo me sopra tutto, qualcuno che ci includa, che ci faccia sentire più intelligenti, che ci insegni a ragionare come lui. Abbiamo bisogno che gli intellettuali siano aperti (come Umberto Eco, tra l’altro, e non come chi lo distorce attraverso il ricordo e finisce per parlare di se stesso) e si commensurino con il mondo, abbiamo bisogno che siano volenti, e non nolenti, nel mostrarci il loro bellissimo mondo, un mondo costruito dalla loro preparazione, dai loro studi e dalla loro intelligenza, un mondo che, però, sarebbe anche ora di farci entrare qualcun altro, altrimenti inizia a puzzare un po’ di chiuso.

Il problema allora diventa: chi decide chi sono gli intellettuali? E quali sono i requisiti per diventarlo? Per quanto concerne la prima domanda, la risposta si spalma in un range che va dall’autodefinizione per prossimità (sono nel giro degli intellettuali e quindi lo sono anch’io) all’acclamazione popolare. I requisiti sono tutti e dunque nessuno (scrivere su un giornale, insegnare, scrivere libri, dire semplicemente la propria) ma non possono prescindere dalla necessità di un punto di vista personale sulle cose, anche se posticcio, legittimato da un’adeguata preparazione alle spalle.

Svevo_Rossari_OKMC1

Visto che abbiamo parlato di bugiardini, l’esempio perfetto per spiegare come dovrebbe essere e cosa dovrebbe fare l’intellettuale che vogliamo (come il Mulino Bianco) è il Piccolo dizionario delle malattie letterarie di Marco Rossari, Italo Svevo Edizioni.

Il piccolo dizionario delle malattie letterarie è un libro colto e divertente scritto da una persona colta e divertente per delle persone colte e divertite. Di fatto si tratta di una lista di malattie con nomi e riferimenti letterari che raccontano, attraverso il gioco del bugiardino, alcune idiosincrasie e specificità della letteratura. Ma si fa prima a fare qualche esempio. Tipo:

Salinger [Sindrome di]: terribile squilibrio che spinge il paziente a isolarsi, sebbene nessuno lo stia cercando.

Oppure:

Pynchon [emicrania di]: disturbo dovuto alla dispersione dei personaggi.

Dunque. Se tu lettore non sai la storia e un po’ della vita di Salinger, se non conosci Pynchon e i suoi protagonisti, probabilmente non coglierai appieno il senso di queste due definizioni. Allo stesso tempo, però, vieni preso per il braccio e tirato dentro a un mondo alto e altro, quello in cui Salinger diventa il simbolo dell’isolamento autoimposto e Pynchon della dispersione. Non sai bene perché ma intanto ne capisci ugualmente l’umorismo (e questa è una cosa mooolto sorkiniana) e apprendi nozioni in maniera laterale e, dunque, molto più efficace.

Ma gli intellettuali che vogliamo devono fare di più. Altri esempi:

Silloge: morbo letale. Abbattere.

  • Ho scritto una sillog… (Stunc)
  • Avevi scritto.

Se tu lettore conosci il significato della parola “silloge” ti fai una bella risata. Se invece non lo conosci, ridi lo stesso perché deduci, dal dialogo successivo, che la silloge dev’essere per forza qualcosa di noioso e pesante, e ti viene ancora più voglia di scoprire cos’è (per rimanerne terribilmente deluso, insomma, una raccolta manoscritta di poesie del medioevo?!). L’intellettuale sa più cose di te ma te le mostra, te le illustra in un modo facile, divertente e diagonale, come se fosse su una giostra di cavallucci e ti prendesse per un braccio dicendoti: monta su!

Ancora:

Macero: stato di morte apparente.

  • È finito al macero.
  • Dai, magari tra qualche anno te lo ristampa un piccolo editore. Che ne sai?

Bene, il macero è un’apertura ancora maggiore. Chiunque sa cos’è, non tutti sanno però che può essere una vera preoccupazione per uno scrittore fallito. Con una battuta scopriamo un mondo, senza asperità cognitive o nozionistiche da scalare. E anche questa è una cosa mooolto sorkiniana.

Potremmo andare avanti ancora per molto ma poi dopo roviniamo tutto il libro, meglio leggerselo con calma.

Si capisce bene però quello che stiamo cercando di dire da un milione di battute a questa parte: gli intellettuali servono in quanto depositari consapevoli e preparati di un sistema di conoscenze e visioni del mondo inedite, originali e permeabili; gli intellettuali fanno il loro lavoro quando ci prendono su, ci mettono sul cavalluccio e ci raccontano la bellezza antica delle giostre e il funzionamento moderno dei loro ingranaggi.

 

Credit immagine di copertina: “Bile Beans for Biliousness, a dubious medicine c.1905” via.

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

1 Commento

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email NON sarà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>