I libri non sono importanti

I libri non sono importanti. Nonostante questo sembra che siano diventati oggetti magici, sia nel senso di Propp che in quello di Zelda (the legend of). Basta avere un libro vicino per sentirsi più intelligenti ed è sufficiente aprirne uno per diventarlo. Questa taumaturgia romanzesca – perché è di narrativa che stiamo parlando, troppo pochi gli indignati per la poesia e i saggi – ha oltrepassato la quarta di copertina, irraggiandosi dappertutto e sfamando la sensibilità e l’anima di chi i libri li compra e li sfoggia.

I libri non sono importanti. Nonostante questo i poveri lettori forti, accerchiati dall’ignoranza e dall’analfabetismo di ritorno, si sono visti costretti a coniare una categoria a partire da una negazione e tirargli merda addosso: i non lettori. I non lettori sono quelli che non leggono romanzi, poveri sprovveduti che, obliterata qualsiasi plausibile complessità morale e di pensiero, vengono ridotti a una larva di disinteresse nei confronti dei libri. Operazione antiletteraria se ce n’è una, a pensarci, quella di far confluire la diversità in un imbuto di ignoranza e anoressia spirituale, ineluttabile maelstrom per chi non è minimamente interessato a leggere un libro.

Il non lettore è una caricatura nel senso wittgensteiniano dell’esagerazione di un dettaglio poco rilevante nella complessità del campione. Sarebbe come se i miei amici sportivi mi identificassero in quanto non calciatore e annullassero tutto ciò che di positivo (nel senso matematico) mi pertiene, come la simpatia, per esempio, o l’uso esacerbante di termini desueti. Se un losco messaggero mi avvicina per strada, mi tira una pallonata in faccia e mi “suggerisce” di iniziare a dare calci al supertele, io gli rispondo: che cazzo vuoi.

È vero, i libri non sono giochi di squadra, e nemmeno lavatrici, per riprendere una similitudine molto in voga; allo stesso tempo, però, la loro rilevanza culturale ha assunto dimensioni artificiali, un po’ come il bambino sfigato e scarsissimo che nessuno vuole scegliere al momento di fare le squadre al campetto e allora l’educatore della parrocchia prova a spiegare ai ragazzini che dovrebbero sceglierlo proprio perché è scarso e dunque, in qualche deviato senso, speciale. Diciamolo una volta per tutte: i libri non sono speciali ed escludere il compagno più scarso dalla vostra squadra è la scelta giusta.

I libri non sono importanti, dicevamo, e nonostante questo hanno fatto la campagna #ioleggoperché, dove una legione di volontari si sparpagliava per le strade cercando di convertire i non lettori, in un afflato di oscurantismo degno di chi, non troppe generazioni fa, quegli stessi libri li bruciava allegramente, insieme al corredo genetico dei gatti neri. Il problema vero è che la categoria dei non lettori è diventata una figura del discorso e una linea di demarcazione: noi di qua e voi di là. E voi contate talmente poco da (im)meritarvi una definizione all’incontrario, un’identità costruita a partire dall’elenco di ciò che non siete e che, giocoforza, dovreste essere. Dovreste. Essere. Imperativo mascherato da condizionale presente, fastidioso quasi quanto il rimbrotto coniugale al condizionale passato: avresti dovuto, e invece.

Magari può sembrare che stiamo esagerando, ma in fondo è tutta una questione di contesto. Se Il Libraio mi racconta i dati ISTAT sulla diffusione dei libri la suddivisione tra lettori e non lettori diventa pertinente perché, in questo caso, la formazione di categorie contingenti avviene all’interno di un sistema delimitato dalle sue stesse premesse. Ma la domanda: i lettori sono più felici dei non lettori, per esempio, cambia completamente il campo da gioco, travasando la contingenza nella necessità e nell’assolutismo, e questa (lo dico? Lo dico) è una cosa fascista. O religiosa, decidete voi.

Considerare i libri come oggetti magici che conferiscono proprietà spirituali a chi li maneggia e pensare che i libri facciano particolarmente bene alle persone nella misura della loro libritudine porta a devianze abbastanza preoccupanti. Come i libri distillati, di cui hanno parlato praticamente tutti (1, 2, 3 e 4) da tutti i punti di vista possibili e che implicano una frase che, se la leggessi di notte con le luci spente, la fiammella tremolante e un gufo che ulula sul ramo più alto di un vecchio salice nodoso, mi farebbe davvero rabbrividire: distillati o integrali poco importa, l’importante è leggere. L’importante. È. Leggere. I libri sono diventati lettura, si sono trasformati nella pratica che sottendono. Sarebbe come se un papà prendesse sulle ginocchia la figlia quattordicenne circondata da compagni di classe in piena tempesta ormonale e le dicesse: figliola, non preoccuparti di trovare la persona giusta, né che la prima volta sia speciale. L’importante è scopare. Ma babbo… Aspetta, fammi finire. Hai presente quel ragazzo che ti guarda sempre dall’ultimo banco? Quello brutto, con i brufoli, gli occhialoni e che puzza come una discarica? Proprio lui. Ecco, tu scopatelo, e poi vediamo.

Se i libri si trasformano in lettura, la lettura abolisce i libri. Perché è ovvio che se in un romanzo ci sono cinquecento pagine quelle cinquecento pagine fanno parte del romanzo e, in quanto tali, vanno lette, com’è ovvio che se su cinquecento pagine centocinquanta potrebbero essere tranquillamente tagliate senza togliere nulla all’esperienza di lettura, allora abbiamo un problema di editing a monte, e cioè che quel romanzo doveva essere pubblicato in prima edizione SENZA le centocinquanta pagine inutili. Il dilemma di questo discorso è che è talmente condivisibile che diventa quasi impossibile da sostenere, a causa di quello strano meccanismo legato ai discorsi culturali che tendono a complessificare i sillogismi, come se avessero paura delle cose lineari, in una continua corsa all’oro che potrebbe anche trasformarsi in una corsa alla pirite, tanto l’importante è correre. Ma noi non siamo gazzelle, né leoni, siamo gente che legge libri per piacere, lavora con i libri per passione e tende a scopare persone che gli piacciono o, comunque, che si sono lavate prima dell’appuntamento.

È come se i libri si impegnassero troppo a essere considerati dalla gente, e chi si impegna troppo spesso ha la coda di paglia, o anche peggio. Come i nostri due nuovi amici Esposito e Pierobon, in una meravigliosa tavola di Mauro Entrialgo e del suo Tyrex (pubblicato in Italia da Diábolo Edizioni).

tyrex

Esposito non si impegna ma supera l’esame, pur partendo dallo stesso livello di Pierobon. Pierobon si impegna tantissimo ma non riesce a superare il risultato del compagno e, proprio per questo, viene bocciato. Immaginiamo Pierobon come un messaggero di #ioleggoperché che si sbatte come un matto per convertire gli amici in lettori. Esposito, invece, è un tipo normalissimo a cui non frega nulla dei libri ma preferisce guardare le serie tv e giocare ai videogiochi, invece di studiare per l’esame. Magari va pure a un concerto, ogni tanto, o a una mostra, e di certo non viene a spaccarci le balle con gli hashtag e il cibo dell’anima ma rimane nel suo, senza pretese di necessità morale. Insomma: Esposito è un tranquillone, Pierobon un rompicoglioni che non supera nemmeno la prova. Chi vorreste come compagno di banco, tra i due?

Ecco.

Guardare un film o una serie tv, giocare ai videogiochi, ascoltare musica e leggere un libro hanno lo stesso statuto, partono entrambi da cinque e mezzo. Solo che, al contrario dei cuginetti, il libro si impegna troppo, si sente più importante degli altri, si arroga la presunzione della propria miglioratività, come se essere letterario fosse un upgrade. Ma essere letterario non è un upgrade, come non lo è essere cinematografico o seriale, e i promotori dei libri si impegnano un po’ troppo per convincerci e questo, com’è normale in ogni attività e relazione umana, allontana i potenziali lettori, invece di avvicinarli. Perché Esposito ha passato l’esame non solo per meriti personali ma anche, se non soprattutto, per demeriti altrui. È l’idiozia di Pierobon a spingere Esposito verso il traguardo, come una profezia che si autoavvera, ma al contrario.

Se i discorsi attorno ai libri continueranno a perseguire questa strada, se la massa critica dei messaggeri della lettura continuerà ad aumentare e diventerà ancora di più parte di un discorso culturale collettivo, rischiamo seriamente di fare la figura degli idioti davanti al 99% degli italiani che non siamo noi e di fallire pierobonescamente l’esame, che poi è l’esame del mercato, ed è il mercato che permette agli editori di pubblicare i libri ed è il mercato che permette agli scrittori di continuare a scriverli. E forse è Fabio Volo che dà la possibilità ad Antonio Moresco di sfornare mattoni.

Non vogliamo fare gli apodittici, semplicemente qualsiasi complessificazione e intellettualizzazione di questo sillogismo ha la valenza di una scoreggia affidata al vento. E gli angeli dei libri mangiano molti fagioli.

I libri non sono importanti, dicevamo. Per questo Finzioni è tutto nuovo, per questo abbiamo lavorato per mettere in piedi un sito che prova a riportare i libri alla loro dimensione, senza complessi di inferiorità mascherati da complessi di superiorità mancata. I libri non sono nemmeno intoccabili, non devono esserlo, e buttarli giù da questo cazzo di piedistallo da vitelli d’oro è l’unica possibilità che ci rimane per divertirci nel leggerli, e nel raccontarli tra amici.

Per questo Finzioni cambia, per essere un sito che non ci prova troppo a parlare di libri, che non si impegna troppo a contagiare i non lettori e che, semplicemente, si diverte, fatto da persone che si divertono a leggere i libri e a guardare i film e le serie tv, a giocare con i videogiochi e a farsi i fatti propri, cullati dalla beata ignoranza. I libri non sono nulla di più che libri, oggetti culturali in connessione con altri oggetti culturali e con le persone con cui vengono in contatto. Niente di più e, soprattutto, niente di meno.

 

Credit immagine di copertina: Roberto Gimmi via

 

Jacopo Cirillo

"La critica è semplicemente letteratura sulla letteratura. La critica non spiega, non giudica, non individua valori, non ha nulla da capire; è una gestione di parole a proposito di parole. È una narrazione che ha per personaggi le parole di un libro".

10 Commenti
  1. Ho aperto questo post con la convinzione di trovare dopo poche righe la smentita al titolo e, con piacere, ne ho scoperto la coerenza fino all’ultima riga. Sono d’accordo,questo costante tentativo di elevare la lettura come attività superiore allontana anziché attirare. Io non credo nelle barricate lettori-non lettori e non credo neanche nelle “bariccate” della letteratura come suprema salvezza destinata a pochi, ma spacciata come collettiva manna dal cielo. Seguirò con piacere gli sviluppi del nuovo Finzioni da lettrice e da apprensiva scribacchina che ha appena lanciato le sue creature nel labirinto dell’editoria italiana. Grazie e bentornati!

  2. Va bene, però basta con questo linguaggio astruso e contorto. Davvero, basta. Speravo che nel 2016 questa forma di espressione da accademico anni Settanta che vuole ostentare la propria superiorità linguistica (e, immagino, intellettuale) a tutti coloro che, poverini, non sanno che cosa significa “maelstrom” fosse una cosa superata.
    Puoi anche aver detto delle cose giuste (o perlomeno interessanti), ma io ho comunque smesso di leggere dopo il quinto paragrafo.
    Poi vabé, immagino che abbiate studiato bene il vostro target di riferimento e abbiate capito che chi vi legge adora questo tipo di linguaggio… Però davvero, sappiate che per molte persone è fastidioso e pregiudica gravemente la comprensione del testo.

  3. Sbaglio o la tesi per cui i libri non sono importanti si riferisce prevalentemente ai romanzi (ed eventualmente alle poesie)? Ma se parliamo di saggi, libri didattici, cataloghi ecc.? Mi sembra che siano importantissimi per la semplice ragione che contengono informazioni, e con le informazioni ci possiamo fare qualcosa. Boh, alla fine questo articolo mi è sembrato un po’ confuso, principalmente perché non ho ben capito a cosa si riferisce “libri” e cosa si intende per “importanti”. Forse è più che altro uno sfogo, ma in questo caso lo si prende per quello che è.

  4. Concordo pienamente con il messaggio dell’articolo, ha stancato l’indignazione -modello “signora mia”- quando esce una qualsivoglia statistica sul consumo di libri di una qualsivoglia fascia di popolazione italica, e deve scomparire la retorica ritrita e stucchevole del libro come unica elevazione culturale e personale.
    Questo pensiero poteva essere non del tutto scorretto nel passato, quando la trasmissione della conoscenza non aveva molti mezzi oltre il testo cartaceo (e la comunicazione orale).
    Oggi è un pregiudizio superficiale e ridicolo, come stigmatizzare un giovane “che sta tutto il tempo attaccato allo smartphone”: è un’idiozia confondere il mezzo con il contenuto.

  5. Ho sempre pensato – e in questo concordo con l’autore dell’articolo – che la maggior parte delle iniziative volte a trasformare in lettori dei non lettori siano deleterie, e lo sono principalmente perché trattano il libro come una sorta di oggetto sacro, un talismano innalzato sopra un piedistallo e lontano da ogni gesto che ha a che fare con la quotidianità. E, da che mondo è mondo, un oggetto trattato con riverenza è guardato per forza di cose con sospetto da chi lo conosce poco o per nulla. Detto questo sono dell’idea che la vera sfida sia non tanto convincere i non lettori a diventare dei divoratori di romanzi, saggi, raccolte di racconti o poesie, quanto quello di creare uno spazio e un tempo in cui il libro possa diventare in concreto un oggetto che ha a che fare con la sfera quotidiana. Perché è proprio questo il problema: quante persone possono permettersi di leggere con costanza e con la mente riposata dopo una dura giornata di lavoro? Di certo non chi passa quaranta o più ore alla settimana in una fabbrica, in un cantiere edile o in un supermercato.
    Non viviamo in una società che favorisce la lettura, non certo con questi ritmi lavorativi. Meglio allora qualche passatempo più “passivo”come la TV o i videogiochi, dove la mente può rilassarsi maggiormente e non è richiesta una partecipazione da lettore “attivo”, direbbe Cortazar. Perché vede, caro Jacopo Cirillo, io posso essere d’accordo con buona parte del suo articolo e con le premesse dello stesso, ma mettere dentro lo stesso calderone i libri – tutti, come ha fatto lei -, serie TV, videogiochi, tecnologia, o “i fatti propri”, non è soltanto sintomo di ingenuità, ma anche di incompetenza nel trattare la materia di cui vorrebbe parlare. Perché lo sa anche lei, esistono libri e libri, e anche nell’epoca del totale rimescolamento di carte riguardo i generi letterari e dell’illusoria indifferenziazione tra letteratura alta e letteratura di consumo, ognuno di noi può ancora arrogarsi il diritto di rimarcare la differenza tra Antonio Moresco e Fabio Volo, tra Aldo Busi e Daria Bignardi, tra Roberto Bolano e Isabel Allende. In altre parole sono del parere che ognuno possa leggere ciò che vuole leggere e abbia il diritto di passare il proprio tempo libero come meglio desidera, ma, per quanto lo si voglia sbraitare ai quattro venti, tutto non è e non sarà mai uguale a tutto, con buona pace dei benpensanti.

  6. @Roberto siamo infatti d’accordo, esistono libri e libri, c’è differenza tra Moresco e Volo, e qui ci siamo. Il problema dunque è quando i libri diventano lettura, quando le differenze tra i singoli titoli, come mostra lei, si annullano nella pratica della lettura. Una frase come “L’importante è leggere” distrugge qualsiasi ragionamento sulla qualità dei libri.
    Per quanto riguarda lo stesso calderone, sì, io i libri li metto insieme a tutto il resto, perché i libri, come tutto il resto, hanno senso solo se sono usati da qualcuno, letti da qualcuno, esperiti da qualcuno. Altrimenti rimangono risme di carta con segnetti neri sopra e basta. Non vedo però l’ingenuità o l’incompetenza nel dire che considerare i libri superiori, in qualche modo, a tutto il resto sia sbagliato e, per sillogismo, i libri non sono superiori a nient’altro, per principio. Poi c’è chi preferisce leggere, chi preferisce giocare, chi preferisce guardare, e nessuna di queste attività è intrinsecamente superiore o inferiore a tutte le altre.

    @Delia sì, stiamo parlando di narrativa, che comprende di fatto la maggior parte dei libri da leggere per piacere, e non per imparare o studiare. Certo che i libri didattici sono importantissimi, c’è anche da dire però che non è detto che la didattica possa essere trasmessa solo attraverso i libri.

    @Francesco Mi dispiace tu abbia smesso di leggere, certamente come immaginerai il mio intento non è sfoggiare proprio nulla. Semplicemente penso che si debba scrivere al meglio delle proprie possibilità, sempre, e usare i termini giusti per le idee che si vogliono sostenere. Se alcuni termini sono poco conosciuti e usati, potrebbe essere anche un modo per conoscere nuovi termini che così, nel tempo, diventeranno più conosciuti e usati. Maelstrom dice molto più di abisso, per esempio. Certo, potevo usare abisso dirai tu, ed è vero, ma maelstrom funziona meglio, e se uno lo conosce lo coglie, se non lo conosce comunque coglie il senso, e magari la prossima volta che legge maelstrom si ricorda. E’ un po’ come guardare le serie tv in inglese con i sottotitoli in inglese: la prima volta si conosce il significato di poche parole, poi piano piano, con le loro continue occorrenze, si deduce il significato dall’insieme di contesti in cui sono state usate e si imparano. Altrimenti che bisogna fare? Scrivere e usare le parole “facili” e appiattire tutto?

  7. Articolo stupendo, lo condivido subito. A me leggere piace tantissimo ma questo razzismo nei confronti dei “non lettori” lo trovo veramente idiota: non è che diventi un essere superiore solo perché leggi!
    Finalmente qualcuno che smentisce ‘sta retorica ridicola 🙂

  8. Ok, concordo che la retorica sui romanzi è una cretinata e dobbiamo liberarcene. Personalmente considero i libri come strumenti, compro quelli che mi servono per il mio lavoro, sono pronta a spenderci delle cifre ma solo se posso trarne una qualche utilità in termini di conoscenza. Ma i non-lettori veramente preoccupanti probabilmente sono non-lettori DI TUTTO, quindi anche di saggi, manuali, cataloghi, riviste, giornali, probabilmente anche quotidiani online. Nel senso, c’è probabilmente una sovrapposizione tra i non-lettori e gli analfabeti di ritorno, che secondo me non possono sensatamente essere assolti… Ora, probabilmente i tentativi di proselitismo sono destinati a fallire completamente, ma sarebbe irresponsabile interromperli completamente. Forse il male minore è un po’ di retorica, se l’alternativa è il nulla.

  9. @Delia, verissimo quello che dici, ma tutte le campagne di promozione della lettura e, in generale, i discorsi attorno ai non lettori si focalizzano sul leggere i romanzi. Nemmeno saggi o manuali tecnici, figuriamoci riviste e quotidiani. Proprio romanzi. E’ questo il problema: leggere romanzi in sé non migliora nulla, oltre al fatto che far leggere un romanzo a uno che non ne ha voglia, oltre a essere una tortura, è di fatto impossibile

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