Intervista a Valerio Callieri (e anteprima)

Valerio Callieri, Teorema dell’incompletezza, Premio Calvino, Feltrinelli.
Sono in sostanza tutte qui, le informazioni basilari.
Unendo i trattini insieme: esce il 12 gennaio, per Feltrinelli, il primo romanzo di Valerio Callieri, Teorema dell’incompletezza. Valerio, con questo romanzo, ha vinto – ex aequo con Cristian Mannu, il Premio Calvino 2015. Il Premio, per chi non lo sapesse, è dedicato a tutti gli aspiranti scrittori che hanno un libro nel cassetto e che hanno voglia di farlo leggere agli addetti ai lavori. Solitamente chi vince il Calvino ha poi modo di pubblicare con una casa editrice di respiro nazionale e di finire quindi sui banchi delle librerie.

Abbiamo avuto modo, grazie alla casa editrice Feltrinelli, di intervistare Valerio a pochi giorni dall’uscita del romanzo e – per aggiungere crema alla crema – vi possiamo regalare in anteprima anche un estratto del suo romanzo.

Intervistare un emergente non è sempre facile. Non si sono libri pregressi a cui aggrapparsi o a cui fare riferimento, per esempio. Ma può essere anche un bene, perché ti permette di parlare con una persona che non ha ancora raggiunto la totale padronanza della sua personalità “letteraria”, non si finisce per parlare di massimi sistemi e soprattutto si ha la sensazione di parlare con una persona che è come te, che si è fatta un mazzo tanto ed è lì lì per vedere cosa succederà.

 

Vorrei partire subito con una domanda per metterti a tuo agio. La mia idea, magari sbagliata, è che un esordiente non dovrebbe mai scrivere un primo libro più lungo di 150 pagine, per via del fatto che è un po’ come un biglietto da visita, o un curriculum che porti al primo datore di lavoro. Se è troppo lungo nessuno lo leggerà davvero.  Ecco, il tuo primo libro di pagine ne ha 400. Intendiamoci, va benissimo. Però è una scelta azzardata. Che faccia hai fatto quando hai salvato il file sul computer e hai visto che avevi scritto così tante cose? La domanda che non ho il coraggio di farti è: posto che il tuo libro l’ho già letto, perché dovrei dedicare due settimane della mia vita a leggere 400 pagine del tuo libro anziché, chessò, Anna Karenina?

Per trarmi abilmente d’impaccio non posso che rispondere con un gossip che farà tremare la Russia, le repubbliche limitrofe e almeno tre quarti della mia palazzina: Tolstòj è nato il 9 settembre, come me. Poi posso dirti che, esordienti o meno, per gusto personale preferisco azzardati romanzi capaci di portarmi per diversi giorni in un altro mondo piuttosto che levigatissime prose di un centinaio di pagine, per intenderci, e se la vuoi sapere tutta, la versione vincitrice del Premio Calvino era di 500 pagine e non di 350 come questa (non 400, eh), rilavorata successivamente insieme alla mia editor Laura Cerutti. Comunque, ecco, è ciò che vuoi raccontare a determinare la “lunghezza” e secondo me su questo c’è poco da fare: non si può allungare il brodo, né ficcare tutto dentro una scatola troppo stretta (per usare due metafore per cui gli eredi di Tolstòj, ovviamente lettori di finzionimagazine cyrillic edition, staranno già giustamente inviando dei sicari per il semplice fatto di aver accostato il suo nome al mio).

Il tuo libro ha una struttura molto intrecciata. Parla di due fratelli molto diversi tra loro e del rapporto che li lega/divide. Ma anche del rapporto che ognuno di loro ha o aveva con il padre. Poi c’è una storia di amicizia, c’è una donna. E poi ancora la storia d’Italia. È un libro che parla molto di politica, di storia, di relazioni. Di quanto – anche – pensiamo alle persone attorno a noi in un certo modo, e a volte in modo errato. C’è insomma un sacco di roba, tante storie tutte unite e tutte messe dentro alla stessa narrazione. Le storie ti sono venute tutte insieme? Come le hai costruite e intrecciate?

La prima storia è stata credo: un trentenne indolente che deve suo malgrado elaborare il lutto del padre, mai vissuto pienamente, e per farlo deve attraversare i misteri della storia italiana. Quello che per cui ho perso molto tempo, a parte la ricerca storica, è stata la ricerca della voce adatta. Non volevo fosse melodrammatica o troppo seriosa. Volevo che il narratore avesse il piglio leggero di chi è nato dopo i vari -ismi della nostra storia, l’ironia che tenta di disinnescare sia le emozioni sia le Grandi Narrazioni Politiche, ma che alla fine dovesse comunque scegliere, prendere parte (almeno a livello interiore). Da là sono venuti gli altri personaggi (e le altre voci), come il fratello Tito con il suo sguardo affilato e spirituale, Sirio con la sua militanza “tossica”, Elena una donna che sfugge alle leggi del femminile, a cui abbiamo costretto il femminile, una donna goffa con una sensibilità “lucida”, una silenziosa forza motrice, in qualche modo avevo l’impressione, mentre la scrivevo, che lei fosse sempre un passo avanti ma senza compiacersi nè mostrarlo… per farla breve ogni personaggio abita la Storia in una maniera autonoma e molti incontri tra di loro sono collisioni senza possibilità di ripristinare i pezzi. Intrecciare le storie è stato un continuo confronto tra vicende storiche, istinto e manuali di struttura narrativa. Concluderle è stato… dire “grazie lo stesso” al sistema nervoso che ha resistito fin che ha potuto.

Hai vinto il premio Calvino, che è per gli esordienti una specie di sala privé da cui si esce con un editore pronto a pubblicarti. Il Calvino è uno di quei (pochi) premi che servono principalmente agli scrittori, prima che agli editori. Nel senso: ovviamente un editore ha modo di scovare l’esordiente bravo, e di vendere, ma di sicuro l’esordiente ha un modo meritocratico di farsi conoscere. Ti sei svegliato una mattina e hai detto: mando il mio romanzo al Calvino? Insomma come è nato questo romanzo? Quali sono i mattoncini che si sono accumulati nella tua testa? Cosa è successo? Raccontaci qualche cosa bizzarra successa durante la scrittura.

Il  Calvino è stato fondamentale. La cerimonia di premiazione con la giuria di lettori che hanno letto il tuo libro e l’hanno fatto arrivare in finale e si sono affezionati perché sono stati i primi a leggerti “veramente”, è veramente emozionante. Però viene dopo. Prima ci sono anni di tentativi più o meno inconcludenti in cui cerchi di buttare giù la storia. Poi capisci che l’unico modo per essere letto dalle case editrici, almeno per me, può essere quello di partecipare al concorso. Lo spartiacque è stato quando mi hanno telefonato per comunicarmi che ero tra i dieci finalisti, più che la vittoria in sé con Cristian Mannu. Ecco, l’idea di mandarlo al premio aiuta forse a imporsi una disciplina, una scadenza, ma le motivazioni che portano alla scrittura sono diverse e diverse per ognuno: c’è il bisogno di raccontarsi, di elaborare alcune emozioni, c’è quello narcisistico di sentirsi dire “che bravo!”, di trovare la propria strada proprio grazie alla cosa che ti fatto crescere, di trovarla in un mondo molto diverso da quello da cui si proviene. Una cosa bizzarra: un giorno andai a casa di Luca Rastello a cui avevo portato in precedenza delle pagine in lettura (pagine che poi ho cancellato dalla versione definitiva per altri motivi). Lui mi guarda e mi dice: e poi qua hai scritto “la Mole Adriana”. E io: “Eh… la mole di Torino. Embè?” (con sguaiata cadenza romanesca). “È la Mole Antonelliana, non adriana, Antonelliana! Maledetto romano romanista etnocentrico!”. Per capire l’entità della sua reazione devo aggiungere che ci mandavamo sms di insulti e prese in giro ogni Juve-Roma. Per capire l’entità del mio etnocentrismo devo confessare che ho vissuto 5 anni a Torino e vedevo la Mole quasi tutti i giorni…

Tu hai fatto la scuola Holden, che, diciamolo, per anni è stata vista da molti malissimo. O meglio: è una cosa di cui tutti parlano, che affascina, ma che alla fine può ritornarti contro. È un po’ come quando uno vuole fare l’attore, però quattro anni prima ha fatto il Grande Fratello. Tutti arricciano il sopracciglio e stanno sul chi va là.
Fino a qualche anno fa tutti dicevano: “Eh, la Holden è come il dams, ma costa un sacco di soldi. Nessuno riesce ad avere più successo di Baricco e su 1000 allievi, forse tre fanno il salto grosso”.  In realtà ultimamente stanno uscendo romanzi molto interessanti scritti da allievi della Holden. Il primo che mi viene in mente è Gabriele Di Fronzo. Quanto ti è servita una scuola di scrittura? Le scuole di scrittura servono? Senti di essere un partecipante del Grande Fratello che vuole fare l’attore?

La scuola di scrittura per me è stata fondamentale. Non riesco mai a capire come mai nessuno mette in discussione le scuole di specializzazione per diventare professori, attori o psicoterapeuti. Sono tutte professioni molto delicate e per le quali bisogna studiare e praticare anni. Tutte professioni che richiedono una sensibilità particolare o un’attitudine che non si può apprendere, però è evidente che ci sono un sacco di strumenti che bisogna imparare a maneggiare per svolgerle. Dopo questa risposta un po’ piccata passerò al personale: credo che queste scuole siano fondamentali per chi non proviene da ambienti culturalmente frizzanti, diciamo così. Se non hai la fortuna di avere il padre professore, la zia regista o l’amico di famiglia giornalista, quindi non per forza scrittori ma mestieri che in qualche maniera possiedono una certa “retorica” (intesa come arte) e danno valore alla parola, queste scuole ti mostrano che è “possibile”, che esistono persone del genere che scrivono per lavoro o che danno un’importanza quasi straziante alla scrittura. Chiaro che nulla serve senza esercizio quasi “sacrificale”. Chiaro che esiste il talento naturale, però penso che persino Maradona qualche allenamento se lo sia fatto. Poi c’è la questione più importante di tutte: il costo delle scuole di scrittura e ormai anche il costo dell’università. In questa maniera si tagliano fuori fasce sociali fondamentali.  Anche senza buttarla sul “sociale” in senso stretto, si perde  anche la capacità di leggere narrazioni di mondi che non conosciamo; credo che ci sia un rischio se lo sguardo sia solo quello (anche se intelligente, profondo, divertito, geniale) dell’alta borghesia. Cioè diventiamo meno consapevoli come paese. Per come la vedo io ci vorrebbero anche dei corsi universitari e questo dovrebbe essere supportato da un’infrastruttura di produzioni cinematografiche, teatrali, televisive, editoriali, disposti a investire sul nuovo, a guardare sul lungo periodo come hanno fatto in Nordamerica o altri paesi europei. Forse fa un po’ ridere tutto ciò se ci affacciamo alla finestra politica del paese.

Parliamo del titolo, Teorema dell’incompletezza. Perché Gödel? Il titolo l’hai scelto tu? Adesso salta fuori che oltre a scrittore, sceneggiatore, analista della stampa, tifoso della Roma, sei anche un matematico.

Sì, il titolo l’ho scelto io. Non sono un matematico ma in qualche maniera credo che il teorema sia la metafora perfetta sia di alcuni personaggi del romanzo, sempre alla ricerca del “controllo” e della perfezione diciamo così, e, per motivi quasi opposti, anche della storia della Repubblica e dei suoi misteri irrisolti. Per farla il meno soporifera possibile: il teorema è una verità che emerge accanto o contro la razionalità (ma senza per questo essere una scoperta “new age” di un tizio sotto acido), è allo stesso tempo il punto di arrivo e la distruzione di duemila anni di logica occidentale. Bisogna immaginare i vecchi e cari paradossi dei Greci tipo “io sto mentendo” oppure “tutti i cretesi sono bugiardi” affermato da un cretese, con una risposta che superi l’indecidibilità sui quali per l’appunto sono fondati i paradossi.

Senti, è venuto il momento di fare i pavoni e bullarsi un po’. Ti senti uno Scrittore? quand’è che uno si può definire tale?

Non lo so. Se vogliamo veramente prendere sul serio una cosa come “l’identità dello scrittore” probabilmente mi vengono in mente tre fattori: il primo è il passaggio dalla scrittura diaristica, imprescindibile come inizio, a quella per un lettore. Implica il coraggio e la necessità di farsi leggere e accettare le critiche (e forse la mamma o il miglior amico non sono troppo utili in questo). Il secondo è la perseveranza nell’esercizio, senza credere troppo al talento in sé o perlomeno questa non è la mia storia, e non è falsa modestia, se fossi una persona coraggiosa ti farei leggere quello che scrivevo dieci anni fa. Il terzo è affrontare socialmente il mondo là fuori: personalmente ci ho messo tutto là dentro, anche se ho fatto e farò necessariamente altri lavori, la parte più importante della mia vita è questa, e magari prima di vincere il Calvino o di sapere che Feltrinelli mi avrebbe pubblicato, c’erano certi sguardi o imbarazzi quando rispondevo durante un aperitivo a “cosa fai tu nella vita?”, o ancora certe frasi buttate lì come “lo sai che tuo cugino guadagna 3000 euro al mese con l’import/export della porchetta caramellata?” (sto scherzando, non credo che funzioni eh) oppure “c’è che si fa veramente il mazzo sgobbando nei call center invece di fantasticare” o ancora “ma che sei stupido che tra un lavoretto e l’altro scrivi tutto il giorno da solo in una stanza senza pensare seriamente a un piano B, un piano adulto?”, frasi e riflessioni che naturalmente venivano in primis da me stesso o che trovavano un terreno fertilissimo per attecchire dentro di me. Mentre ti rispondo mi rendo conto che la prendo molto sul serio “l’identità dello scrittore” e che potrei andare avanti per ore ma mi fermo qui perché bullarsi è anche ritenere che qualsiasi cosa tu dica sia interessante solo perché hai scritto una storia pubblicata e mi sono già bullato abbastanza (sembra modestia ma in realtà voglio mantenere le scorte di narcisismo e pavoneggiamento per il futuro).

 

callieri feltrinelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di seguito un estratto in anteprima del libro di Valerio Callieri, in uscita il 12 gennaio.
Ringraziamo la casa editrice.

CAPITOLO 15  – Diventare inferno
(Pagina 102 – 103)

Le cose cambiano colore all’improvviso in fabbrica. Il cielo era ancora scuro e dall’impianto usciva fumo biancastro. La Mole dall’alto spiava tutta Torino. Ero con Dante er Valligiano, come lo chiamava zio Ettore.
Quando avevano combattuto insieme in Spagna dovevano essere stati una miscela curiosa: mio zio largo di spalle, occhi neri e barba nera che emergevano appena dalla faccia terrosa scritta dal sole. Dante alto e ossuto, gli occhi azzurri incastonati in una faccia bianchiccia come neve.
Entrammo e ci spogliammo con gli altri. Era lunedì e nessuno parlava, a parte Alberto che aveva attaccato la prima pagina della “Gazzetta dello Sport” e la dedicava a tutti i servi della famiglia Agnelli. Torino-Juve 2-1: c’era la foto di Pulici che aveva fatto il primo gol. Era novembre 1970.
Alberto era uno che aveva attaccato sul suo armadietto la foto di Gigi Meroni, l’ ala destra del Torino, che poi portai con me a Roma.
Chi sgata ‘l feu a fa surti le splue, disse Dante da fiero juventino.
E che significa?, chiesi.
Che non devi giocare col fuoco… partono scintille che non sei in grado di controllare, rispose Dante.
Alberto chiuse ritmicamente le dita unite sopra il pollice, come un piccolo becco: blablabla.
Indossammo la tuta, l’ elmetto, gli occhiali, i guanti. Ci avviammo verso il forno. C’era un ronzio continuo. La colata era in affinazione, tutte le ceste caricate, la fusione era finita. Il nostro gruppo scambiava i saluti con i morti viventi che smontavano dalla notte. Prendemmo le consegne. La secchia era in posizione. Una rapida manovra e il forno si inclino maestoso sulla secchia e l’ acciaio usci dal foro di colata. Il fumo sali in alto attraverso le corna. Come ogni giorno.
La vedi la colata di acciaio a migliaia di gradi?
Tutto allo stato originario. Tutto e rosso e brillante. La memoria e acciaio liquido prima del laminatoio. La puoi modellare prima che si freddi e cambi colore, forma, peso. Dopo e difficile dare una nuova forma. E preferisci dimenticare il materiale incandescente originale. Dimenticare da dove sei fuggito. Che cosa hai addomesticato.

E molto strano vedere mio padre in questo forno enorme. Non ho mai pensato a cosa volesse dire lavorare in acciaieria. Quando ne parlava, io e Tito da piccoli immaginavamo che nostro padre a
Torino avesse fabbricato spade. Questo posto e invece magnifico e terribile. Da questo forno maestoso, alto decine di metri, scaturisce una nebbia piena di scintille. Rivoli di sudore e polvere ferrosa impregnano mio padre sotto l’ elmetto e faccio veramente fatica a combinare questa immagine con quella dietro il bancone del bar. Ma perché mi mostri queste cose? Riesco a vedere tutto ciò che descrive. Ma non posso parlargli, lui non mi sente. Posso solo ascoltare mio padre che racconta ciò che riesco anche a vedere.

Silvia Cardinale Pelizzari

Viveva una vita tranquilla finché non hanno iniziato a chiamarla Cardinale. Da allora nessuno capisce quale sia il nome vero, lei compresa. Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è anche l'ufficio stampa.

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