Una quasi intervista a Jonathan Coe

L’autore non conta nulla. Meglio, le interpretazioni di un autore sul libro che ha appena scritto non contano nulla. Non sono rilevanti nella lettura del romanzo, non devono essere linee guida per il suo srotolamento nella testa del lettore. Ciascuno di noi può fare ciò che vuole con le cose che legge, è un diritto e un dovere che, rispetto al misero decalogo di Pennac, pare scolpito nella roccia con il fulmine del buon senso.

Ecco, questa è la prima frase che ho detto a Jonathan Coe quando l’ho incontrato per parlare di Numero undici, il suo nuovo romanzo appena uscito per Feltrinelli. Gliel’ho detto perché Numero undici è un libro pieno di cose che stanno al posto di altre cose senza che l’autore dica apertamente al posto di che cosa stiano, o almeno questo è ciò che ci ho trovato dentro. E Coe, devo dire, ha confermato l’idea secondo la quale le opinioni dell’autore non dovrebbero quasi nemmeno essere rese pubbliche, pena la loro strisciante ma tutt’altro che invisibile perniciosità.

Un esempio: il numero undici, quello del titolo. Perché si chiama così? Anzitutto perché, tarantinescamente, è il suo undicesimo romanzo. Poi perché il romanzo in questione è, in realtà, un sistema di cinque storie interrelate tra loro da personaggi, ambienti e tematiche e in ogni storia ricorre questo numero, dal civico di una vecchia casa da brivido al piano sotterrato di una nuova villa da sogno. Mentre leggevo mi chiedevo: perché? Che cosa significa davvero? Jonathan Coe mi ha detto, testualmente: “Non lo so, non ci ho mai davvero pensato”. Ecco, il lettore ci pensa per forza, ma sempre con una premessa importante: che non si esca fuori dal contesto tracciato nella narrazione, che non si dia cioè un’interpretazione incoerente e incompleta del testo quanto, piuttosto, una sua propedeutica. Che poi è la stessa cosa che sosteneva Umberto Eco quando ci avvertiva del rischio della semiosi illimitata, una deriva incontrollabile di interpretazioni illegittime che, diceva lui, va contrastata con le sbarre di grafite fornite inequivocabilmente dal testo.

Ecco allora che l’undici (11) non è un numero ma due modi contraddittori, e dunque mondani, di vedere le cose. I e I sono due linee parallele che, per definizione, non si incontrano mai. Ma la definizione è matematica, euclidea; nella realtà una cosa del genere non si dà mai, perché a un certo punto le linee collidono. Si scontrano. In un sistema di riferimento astratto, le due stanghette effettivamente non si toccano, così come le grandi contrapposizioni che animano questo libro: pubblico e privato (come e in che modo i fatti pubblici riescano a toccare le singole vite), ricchezza e povertà (come la ricchezza di per se stessa risulti di fatto un’alienazione sovrumana), politica e individuo. Il romanzo di Coe è la risultante della collisione tra questi opposti, e funziona esattamente come quando metti due lineette parallele una vicino all’altra e gli attribuisci un significato inedito, quello appunto numerale. Le due lineette diventano un numero, prendono significato dalla loro collisione, facendo scintille; e le scintille sono il libro.

Appena seduti, mentre Coe guardava rapidamente i feed di Twitter e ordinava un cappuccino – chiedendosi se fosse d’uopo ordinare un cappuccino a mezzogiorno e mezzo – gli ho sparato la teoria giustappunto illustrata. Lui mi ha guardato per un po’ e mi ha detto: Interesting, I never thought of it. E io: That’s precisely the point, e tutti giù a ridere. Poi ha chiesto: ci sono altre teorie? Sì. Quella del ragno.

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Potete osservare il ragno sulla copertina dell’edizione italiana, penzolante davanti a un muro di mattoni con una teiera fumante che fa capolino e il Big Ben come contrappunto. Non staremo qui a dire perché ci sia, né a cosa serva. Ma sicuramente è uno dei simboli più potenti di tutto il libro e, come spesso succede in tutte le belle storie, bisogna partire da Stephen King. IT, per la precisione, libro che Jonathan Coe ammette candidamente di non aver mai aperto, provocandomi il sussulto per la possibilità, davvero inedita, di consigliare una lettura a un campione come lui. Comunque. It è un essere millenario che assume tantissime forme, la più famosa è quella di Pennywise, il clown con i denti aguzzi. Ma diventa anche ragno, un ragno gigante, e diventa ragno perché l’aracnide è la forma perfetta per descrivere la natura di It: è allo stesso tempo intellegibile per la mente umana e insostenibile allo sguardo, in un cortocircuito cognitivo che obbliga a concepire l’incontemplabile, e non viceversa, ed è questa, a mio parere, la grandezza di tutta la questione. Comunque il ragno è questo, il mettere in mostra ciò che si può ma non si vuole vedere. Ed è anche la sua emanazione, cioè la tela, la rete. In una critica sociale acuta e perspicace come quella che fa Coe nel suo Numero undici, l’Inghilterra senza welfare e senza rete di sicurezza si scontra con la tela del ragno che, pur essendo anch’essa rete, non assicura nulla ma, al contrario, imbriglia, immobilizza. Dunque: l’immobilizzazione forzata di un concetto concepibile ma difficilmente accettabile dalla mente umana. Questo, esattamente questo secondo me è il senso di Numero undici.

A questo punto Jonathan Coe inizia a parlare di Shelob, il ragno gigante del Signore degli Anelli, raccontando cose bellissime che penso sia doveroso riportare in virgolettato.

«Sapevo da molto tempo che dovevano esserci ragni in questo libro. E secondo me il ragno più spaventoso di tutti i tempi è proprio Shelob, l’ostacolo che Frodo e Sam devono superare per arrivare a Mordor. Credo che praticamente nessuno l’abbia mai notato, ma leggendo i miei libri ci sono molti punti di contatto tra me e Tolkien. Abbiamo frequentato la stessa scuola, siamo cresciuti nella stessa zona di Birmingham, e molti dei luoghi di Birmingham che racconto nel romanzo sono gli stessi che Tolkien raccontava cento anni fa. Solo che allora era tutta campagna e quella zona era lo Shire, la Contea. Ancora adesso cammino tra stessi boschi che percorrevano gli Hobbit e ricordo quando mi spaventai da morire leggendo di Shelob tra quegli alberi, a soli undici anni (UNDICI again, n.d.r.), e da quel momento ho sempre pensato che per me fosse inevitabile parlare del ragno».

Ma alla fine, questo libro, di cosa parla? Ecco, qui la faccenda si fa interessante. Perché nella terza di copertina dell’edizione italiana – e Coe mi ha confermato che è molto simile a quella inglese – non c’è la sinossi del romanzo, non c’è la trama, non ci sono riferimenti specifici a quello che succede. Piuttosto viene elencato ciò che questo libro è. Tipo: “è un romanzo sull’infinità delle piccole connessioni tra pubblico e privato”, “è un romanzo sui lasciti della guerra e sulla fine dell’innocenza”, “è un romanzo su come spettacolo e politica si disputino la nostra attenzione”, eccetera. Questo mostra chiaramente l’irraccontabilità di Numero undici, delle sue collisioni, e delle sue infinite storie, all’apparenza monadiche ma in realtà interrelate tra loro come la tela di, guarda un po’, un ragno. E su questo Coe è stato molto chiaro.

«Numero undici è un libro sulla connettività e sulle cose che si connettono anche se all’apparenza non hanno nulla a che fare tra loro, ed ecco perché mi piace l’idea di raccontarlo in cinque storie separate. Ho avuto anche una discussione con il mio editore: se presentarlo come romanzo o come raccolta di racconti. Per me è assolutamente un romanzo, perché le storie sono intrecciate ed è proprio questo il punto. Ma facciamo un passo indietro. Se penso alla storia del mio paese, ci sono alcune frasi che, quando sono state pronunciate, non hanno fatto troppo scalpore ma che, nel tempo, hanno attecchito e risuonato nella memoria collettiva. Per esempio quando Margaret Tatcher disse: non esiste la società ma solo individui. Al tempo non fu quasi nemmeno riportata dai giornali ma in qualche modo quella frase ha iniziato a farsi notare, è tornata in superficie ed è sbagliata. Esiste la società, e tutti dipendiamo uno dall’altro. Ed è questo ciò che il libro cerca di mostrare, che storie diverse sono parti dello stesso mondo. E che dobbiamo vedere il mondo in questo modo, altrimenti perdiamo la nostra umanità».

Insomma: perché mai leggere un libro senza sapere di cosa parla, dopo essersi sorbiti una tiratona su linee parallele che collidono in uno spazio non euclideo e su ragni imbriglianti e imbrigliati? Intanto perché è scritto molto argutamente, poi perché le cinque storie, quelle che sembrano non c’entrare nulla l’una con l’altra, sono proprio belle. Per esempio: c’è una signora di mezza età, ex cantante di successo, che decide di andare all’equivalente dell’Isola dei Famosi UK e farsi massacrare dalla twittersfera britannica, intanto la figlia della sua migliore amica diventa l’insegnante privata in una villa di ricchissimi finanzieri di Londra in cui imponenti lavori di ristrutturazione stanno creando undici piani sotterranei, mentre il marito morto dell’insegnante dell’ulteriore migliore amica della figlia si ossessionava con un brevissimo film tedesco visto per caso quando era piccolo e un giovane detective cercava di spiegare a Scotland Yard, e al mondo, che il detective contemporaneo deve sapere di storia, filosofia e politica, per immergere i casi, e far emergere le soluzioni, nel contesto sociale e culturale di riferimento. E tutto questo non è NIENTE rispetto alla complessità e all’originalità di tutto il cucuzzaro.

Numero undici di Jonathan Coe è un libro che ci fa vedere quello che non vorremmo, mostrandoci l’ineluttabilità delle nostre capacità di comprenderlo. Per non tacer del ragno. 

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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