La grande invasione per chi l’ha vista e per chi non c’era

I festival letterari si dividono in due grandi categorie: quelli divertenti e quelli noiosi. La cosa interessante, però, è che l’ampiezza del gradiente di sbadiglio non si misura tanto dalla qualità degli ospiti o dalla brillantezza delle presentazioni – che il livello è sempre abbastanza alto, o abbastanza basso; neppure le contingenze atmosferiche e i mal di testa della domenica mattina affliggono necessariamente il divertimento. È piuttosto qualcosa d’altro, di ineffabile, di chimico. Qualcosa che succede ogni tanto, ma non sai spiegarti bene il perché.

Prendi La grande invasione, per esempio, il festival organizzato da Marco Cassini e Gianmario Pilo a Ivrea dal 2 al 5 giugno. Ecco, quello è stato un festival divertente, anche se ha piovuto. Anche se i mal di testa partivano dal giovedì mattina, per dire. Provare a spiegare perché, però, è impossibile; meglio andare per approssimazione, scavando attorno a questa roba che non si capisce bene che cos’è ma che dev’essere per forza la singolarità che rende divertente, ripeto, divertente un festival in cui degli intellettuali leggono libri e parlano di libri. Chiaramente stiamo parlando di un’impresa titanica, ma non c’è nemmeno bisogno di dirlo.

Il potere degli aneddoti è molto sottovalutato: relegati spesso a storielle da bar o, per i più intellettuali, iperboli mendaci, in realtà il loro concatenamento racconta molto di più della semplice somma delle parti. Per questo, il modo migliore per parlare de La grande invasione è raccontare gli aneddoti della grande invasione, sperando che ci conducano graziosamente all’ineffabile. Pronti, via.

 

La città

Ivrea è la città dove si svolge la celebre battaglia delle arance. Durante il Carnevale Storico, un sacco di gente si tira delle arance addosso. Un testimone che ha chiesto di rimanere anonimo ci ha confidato che i più grintosi mettono le arance nel freezer la notte prima, “così sono più dure e fanno più male” (cit.). La storia che c’è dietro è bellissima, e la potete leggere qui. A parte tutto, comunque, tale usanza dice molto sullo spirito della città.

Battaglia-delle-arance
I più furbi, e i più cattivi, hanno i caschi e i guantini antisdrucciolo

Ivrea è anche famosa per l’Olivetti, quell’utopia illuminata che ha lasciato le tracce un po’ dappertutto e che è meritoriamente responsabile dell’hotel dove abbiamo alloggiato e dove consigliamo a tutti di passare almeno una notte: la macchina da scrivere. Un palazzone fatiscente e meraviglioso a forma da macchina da scrivere, e le camere sono nei tasti, e sembrano delle piccole barche dentro, con scale che si sovrappongono tipo Escher e armadi basculanti e passaggi segreti e lavatrici dove meno te le aspetti. Un testimone che ha chiesto di rimanere anonimo ha commentato: «Sembra uno squat di Berlino degli anni ’80, ma nel senso positivo».

Ivrea è anche famosa perché è lambita e attraversata dalla Dora, e proprio nel weekend de La grande invasione si sono svolti i campionati mondiali di canoa, e un po’ tutti si affacciavano dai ponti per vedere le gare e gli aitanti vogatori, con un tifo da stadio quantomeno sospetto. Una concentrazione di cose ed eventi che ti aspetti da Broadway, di solito.

 

I bar

Il mai abbastanza compianto Guido ‘Dogui’ Nicheli diceva: scatta la regola numero due, giro di ricognizione del pueblo alla ricerca de los amigos.

Ecco, a Ivrea è la stessa cosa. Entri nella macchina da scrivere, metti il panta nell’armadio, e prima di fare qualunque altra cosa vai al bar a vedere chi c’è. E ci potrebbe essere chiunque, da Alan Pauls a Francesco Piccolo, da Vinicio Marchioni a Catherine Lacey, dalle brutte persone di Finzioni alle belle persone che vanno ai festival per scoprire libri nuovi e amici vecchi.

Ma nel pueblo di Ivrea non c’è un solo bar di riferimento, addirittura tre. Due diurni e uno notturno. C’è il bar/ufficio (perché è l’unico con il wifi e tutti si attaccano come sanguisughe) in piazza Nazionale, dove fanno un tè shakerato che detta così sembra una schifezza ma è buonissimo. Al bar/ufficio, che in realtà si chiama Bar Pasticceria Tamborini, ci trovi i turisti inglesi che mangiano la pizza alle undici di mattina ed Etgar Keret che spara minchiate divertentissime per chiunque lo voglia ascoltare. C’è Francesco Piccolo che vive qualche momento di trascurabile felicità e una decina di avventori con il mal di testa dalla sbronza della sera prima che vivono, ahiloro, momenti di affatto trascurabile infelicità.

A metà pomeriggio, la gente si sposta al Rocket Cafè, in piazza Ottinetti, dove c’è il palco per i concerti e tutto il cucuzzaro. Il Rocket Cafè è un posto stranissimo perché dentro sembra un diner americano e fuori ha i tavolini e gli ombrellini da centro storico italiano. Ecco, al Rocket il livello sale, si sentono gruppi di persone che ordinano Negroni con disinvoltura e alcune signore coltissime bevono Martini ripensando al One Man Show di Dario Cassini la sera prima.

E proprio dopo il monologo di Cassini, proprio dopo il Late Show con ospiti e divertimenti dal festival, l’unico bar aperto dall’una di notte si riempie di gin tonic ed esclamazioni tipo: “Moravia è sopravvalutato” o “Se voti sì al referendum sei un fascista”. Non ricordiamo il nome di questo bar, per evidenti motivi, ma di sicuro verrà tramandato come il luogo in cui la nottata volge al termine. Tutti nella macchina da scrivere e domattina si ricomincia, con qualche pezzetto d’anima in meno.

 

Il mangiare

Ci sono un sacco di ristoranti a Ivrea, ma due valgono una menzione d’onore. Prima di tutto: La Gusteria. La Gusteria è famosa per due cose: la pasta buonissima fatta in casa e il racket dei posti. Mi spiego: durante il festival, ovviamente, la gente è molta più del solito e bisogna aspettare un po’ per sedersi. Altrettanto ovviamente il galateo suggerisce di sbrigarsi a finire quel cazzo di piatto di pasta che abbiamo fame; tuttavia il posto non c’è mai. I tavoli rimangono sempre pieni, anche se la gente appare diversa. Un testimone che ci ha scongiurato di rimanere anonimo ha confidato che alcuni figuri misteriosi rimangono seduti alla stessa sedia per ore congedando e accomodando i loro amici, di modo da far apparire il tavolo sempre diverso e lasciare ai crampi nello stomaco i poveri stracci che aspettano fuori sotto la pioggia.

Nessuno, a parte il fotografo, ha MAI visto la Gusteria vuota
Nessuno, a parte il fotografo, ha MAI visto la Gusteria vuota

Seconda menzione d’onore per Ocio, una hamburgeria buonissima proprio sul fiume con un metodo di consegna dei piatti alquanto particolare e ansiogeno. In pratica tu entri, ordini al banco, loro ti danno una specie di telepass più piccolo e ti dicono: appena vibra vuol dire che i vostri panini sono pronti. Questo significa che, per i successivi venti minuti, sulla tavolata cala un silenzio di morte perché tutti stanno attenti alla possibile vibrazione del telepass, chiedendosi effettivamente quanto vibrerà e a che distanza sarà possibile percepirne il tremore. Appena la scatoletta inizia a dimenarsi, può partire il primo brindisi liberatorio all’eroe che se ne è accorto ed ecco che la serata è ufficialmente cominciata.

 

Gli autori

Una delle cose belle dei festival cittadini, quelli sparsi per le strade, è che trovi gli autori un po’ dappertutto e, se hai abbastanza faccia da culo, puoi fermarti a bere qualcosa con loro, così, in tranquillità. Noi lo abbiamo fatto più o meno con tutti, questi i migliori.


Etgar Keret. Il campione del mondo. Keret ha presentato il suo Sette anni di felicità, un libro di racconti davvero entusiasmante, ironico, tagliente, lucido, eccetera. Ma in questi casi puoi andare oltre al libro e scoprire che il suo autore è il miglior menestrello di tutti; con un inglese particolarissimo, Keret si mette lì e spiattella storie senza soluzione di continuità, e fa degli autografi bellissimi tipo questo:

A big hug from the future!
A big hug from the future!

Tutti lo stanno ad ascoltare rapiti, almeno fino al momento in cui non si sparge la voce che sta per arrivare Vinicio Marchioni, che al festival leggerà L’inseguitore di Julio Cortázar (tra l’altro, un reading della madonna), e che forse lo ricordate nel ruolo del Freddo in Romanzo criminale. Appena Vinicio entra nella piazza il tempo si ferma e, se chiudi gli occhi, puoi sentire distintamente il rumore di cento teste che si girano all’unisono.

E poi si parla di Borges con Alan Pauls, quello che ha scritto Il fattore Borges per Sur, ed è un gran ganzo, e si parla di Islanda e del fatto che prima del 1989 non si poteva bere la birra con Jón Kalman Stefánsson, e si parla di niente con chiunque, e si sta bene.

 

Le persone

Oltre agli autori, ai volontari e agli organizzatori (con una menzione specialissima a Mariangela Pilo che è un fenomeno), la spina dorsale di ogni festival che si rispetti è formata dalle persone che partecipano, che siano turisti, curiosi, gente che passa di lì per caso. E a Ivrea ce n’è per tutti: dai bambini che giocano a calcio per strada alle giovani coppie di hipster venute solo per sentire I Cani e Calcutta, alle signore ingioiellate con il binocolino da teatro. Gli eventi erano TUTTI pieni, anche perché, e questa è la genialata, nessun evento si sovrapponeva con gli altri. Sembra banale dirlo, ma non succede praticamente mai.

E poi c’è quella categoria amplissima e variegata che sono gli addetti ai lavori: il blogger semisconosciuto, i signori dell’internet letterario, i giornalisti che moderano gli incontri, gli interpreti degli autori stranieri, gli editor e gli uffici stampa delle case editrici e tutto il resto. E la cosa più bella di tutte è che queste persone si vedono una o due volte all’anno tutte insieme, solo nelle occasioni dei vari festival in giro per l’Italia, e ogni volta sembra di tornare in gita del liceo.

Ci mettono tutti nello stesso corridoio della macchina da scrivere e, verso l’una di notte, iniziano gli scambi di camera, la gente che fa casino mentre gli altri vogliono dormire, gli scherzi divertenti e quelli cattivissimi, la foto di fine gita con i professori e i fazzolettini bianchi al momento degli addii. Ed è già ora di tornare a casa, stanchi ma felici.

Dormono i monti eporediesi, coperti da inerti cumuli di vapore
Dormono i monti eporediesi, coperti da inerti cumuli di vapore

Forse si sarà notata la mancanza di riferimenti agli incontri, ai reading, alle mostre e, in generale, alle cose precipuamente culturali. Questo perché gli eventi, così come i libri, non possono essere raccontati, bisogna starci dentro. E allora abbiamo raccontato tutto il resto, quel contorno che non è mai contorno quando si parla di cultura, ma parte integrante di un’esperienza – perché di esperienza si tratta – che si è bellamente rotta il cazzo della distinzione tra alto e basso, tra letture e bevute, tra rigore e colletti allentati.

Ivrea è una città con un sacco di cose dentro, così come i libri che ospita ogni anno. E se volete davvero sapere come sono gli eventi de La grande invasione veniteci l’anno prossimo. Noi ci siamo di sicuro.

 

Credit immagine di copertina: © Luisa Romussi

Jacopo Cirillo

"La critica è semplicemente letteratura sulla letteratura. La critica non spiega, non giudica, non individua valori, non ha nulla da capire; è una gestione di parole a proposito di parole. È una narrazione che ha per personaggi le parole di un libro".

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