La lunga strada verso casa

[Giulio D’Antona è stato in America per un sacco di tempo, ha scritto un bellissimo libro-saggio-reportage-analisi-approfondimento-cronistoria sull’editoria d’oltreoceano e ha inaugurato la famosa rubrica Molte birre con… più di un anno fa. A un certo punto, ha letto L’ultima estate in città di Gianfranco Calligarich e si è preso benissimo. Ecco perché].

 

A New York mangiavo due volte al giorno, mai a casa. La mattina uscivo dopo un paio d’ore di scrittura e mi procuravo un caffè e un bagel, che finivano prima che potessi risalire gli scalini dell’ingresso, rimettermi alla scrivania, tirare le due del pomeriggio e andarmene da qualche parte a leggere o camminare. La sera c’era sempre una festa, un aperitivo o una cena fuori. Qualcuno con cui sedersi a un tavolo e venire serviti e non occorrevano particolari motivi per farlo. Avevo fatto amicizia con vari ristoratori italiani, così, anche nelle occasioni in cui mi trovavo da solo, non lo ero veramente e non correvo il rischio di non dover uscire. Qualche volta pagavo io, qualche volta pagavano gli altri, con incoscienza. Ogni tanto conoscevo una ragazza e ci frequentavamo per un po’, io mi innamoravo, lei se ne accorgeva e faceva in modo di sparire, così tornavo dagli amici e il cerchio si riapriva.

Il lavoro era il riempitivo delle ore vuote, il collante per i vari momenti che componevano la giornata, la giustificazione per tutto: dal cinema ai reading, dai cocktail ai party. Stavo sempre lavorando e non lavoravo mai, mandavo in Italia articoli che mi venivano pagati troppo poco ma non mi dispiaceva. Parlavo con moltissima gente ogni giorno, con o senza interessi in comune, speranze, secondi fini, ma non mi ricordavo quasi di nessuno. I rapporti cominciavano e finivano, le persone partivano, sparivano, erano tutti di passaggio e tutti eravamo addestrati a perderci.

Dopo le prime volte, ci si abitua senza difficoltà a questo tipo di fragilità sociale che impone un’individualità di cartone, continuamente costretta alla ricerca del contatto con gli altri. Dire che a New York ci si sente soli in mezzo a nove milioni di persone sarà pure una banalità, ma porta in sé una grande verità: a New York ci si sente soli in due. Da soli si sta abbastanza bene.

Quello che preferivo, nel fine settimana, era vedere una coppia di amici architetti, Francesca e Matteo, che vivono a Williamsburg in un bellissimo appartamento affacciato su Manhattan. Non erano la vista sulla città, le risate condivise o i Martini a scaldarmi il cuore: ma la familiarità istintiva con cui ci eravamo trovati. Vederli era sempre come tornare a casa. Era ammettere, finalmente, che quel posto che stavo cercando di trasformare in casa mia non lo era ancora e non sapevo se lo sarebbe mai diventato.

A Roma, la cosa che più mi manca è questa sensazione di frenesia accomodante, trascinante, ingenua, che accompagnava ogni mia giornata. La familiarità immediata con cui accoglievo ogni nuova conoscenza, ogni casa sconosciuta nella quale venivo invitato per la prima volta, il freddo degli inverni e il caldo delle estati, il suono dell’italiano dopo molti mesi di inglese, il tavolo di un ristorante. Francesca, che, sulle rive del Delaware per un weekend di pesca, mi chiede: «Cos’hai intenzione di fare?» e io, che mi ero preparato la risposta a qualsiasi domanda in qualsiasi situazione, che me ne sto lì a guardare il fiume senza sapere cosa dire.

Recentemente ripensavo a queste sensazioni, mollemente spiaggiato sul divano che occupo da qualche tempo in via Tuscolana, intrappolato in un’inedia castrante, malinconica e grassa che mi impediva di intraprendere qualsiasi attività. L’amica con cui divido la casa, dopo aver pazientemente ascoltato tutte le mie atone lamentele, ha sentenziato: «Vivi come Calligarich». Non sapevo di cosa stesse parlando, per cui mi sono procurato una copia di L’ultima estate in città, scritto nel 1973, e l’ho letto.

A volte capita che i libri piombino nelle vite delle persone al momento giusto. Se avessi letto il romanzo d’esordio di Gianfranco Calligarich solo una decina d’anni fa, quando divoravo agnosticamente qualsiasi cosa mi capitasse a tiro, non ci avrei dato peso. Leggerlo adesso è stato un fulmine a ciel sereno.

La vita di Leo, il protagonista, giornalista milanese trapiantato a Roma più per indecisione che per scelta, si divide tra gli amori di passaggio, i compagni fidati, i lavori abbandonati e la costante, intima e sovversiva, necessità di trovarsi da qualche altra parte. Mangia due volte al giorno, spesso a spese di altri ed è toccato da quella stessa fortuna che illumina le esistenze di chiunque si trovi sospeso, senza certezze, lontano da un posto che non ricorda bene e completamente immerso in un altro che non ha ancora imparato a padroneggiare. La domanda che gli viene posta più spesso, con materna angoscia è «Che cosa stai facendo?».

Ama la sua città adottiva e la attraversa continuamente a bordo di un’Alfa scalcagnata presa in prestito dagli stessi amici che gli hanno lasciato un posto dove abitare, per il solo piacere di guardarla mentre passa. Allo stesso tempo non la capisce: non sa quando gli toccherà andarsene, se sarà costretto a farlo contro il suo volere o se dovrà per aver raggiunto il limite di sopportazione. Roma è mastodontica, altera e distaccata, ma lascia che i suoi abitanti facciano quello che possono, nel modo migliore che trovano. «Qui non è nato nessuno, vengono tutti da fuori», per dirla con Arianna, sublime ossessione che attraversa il romanzo. Leo, mi sono trovato a pensare, vive a Roma come io vivevo a New York. Che è anche l’unico modo di cui sono capace, per non morire di noia.

Va molto di moda parlare della nostra generazione di creativi, a volte definendola di indecisi e altre di poveri sfortunati che si sono trovati per le mani un mondo malridotto e sono costretti al precariato. La verità è che, nella maggior parte dei casi, i trentenni di oggi scelgono la vita precaria per non dover rinunciare al lusso della libertà di movimento, che comprende sì le lamentele, i pasti saltati e le notti insonni, ma è anche il carburante che riempie il serbatoio di idee lampo che ci tengono al mondo, in un passaggio di sensazioni che dura quanto lo scroll della pagina di un social network.

Forse ai tempi di Calligarich i Leo che se ne andavano alla deriva rincorrendo ogni stimolo intellettuale potessero trovare erano molti meno di adesso. Forse erano meno visibili, ma non erano diversi dalle decine di persone che condividono con noi la sensazione di non essere mai nel posto giusto e che dovrebbero rileggere L’ultima estate, per sentirsi meno fuori luogo. «Siamo assediati e assedianti», dice la voce narrante. «E gli assedianti sono sempre più stremati dalla fame e dalla nostalgia di casa». Ma è la stessa nostalgia a non darci pace e a costringerci ad aspirare a qualcosa di sempre più avventuroso, appagante e irrimediabilmente precario. Chi si lamenta di questa condizione pur continuando a viverla è un illuso che spera di trarne profitto standosene seduto in casa ad aspettare, e non si rende conto che il profitto sta proprio nella mancanza di certezze che si trasforma in stimolo al movimento. Quella domanda, cosa stai facendo?, che pende sulla mia testa, quella di Gianfranco e quella di molti che leggeranno è il punto di arrivo a cui tendere, per non fermarsi mai e continuare a trovare conforto nei piccoli ritorni a casa che punteggiano l’oceano di incertezze nel quale nuotiamo. Senza di essa saremmo come squali che sperano di galleggiare: morti. Tutti dovremmo leggere L’ultima estate per capirci meglio, non tutti dovremmo voler vivere come Leo. Come scriveva John Leonard: «Non siete costretti a inseguire i vostri sogni. Se non ci siate tagliati, fate qualcos’altro».

Esiste un senso di straniamento comune, un vivere al di fuori della geografia e della socialità che unisce Gianfranco a me e a chiunque altro, di qualsiasi tempo e qualsiasi generazione, si sia trovato sospeso tra le notti sui divani letto, gli appartamenti in prestito, le auto a noleggio, le lingue straniere, gli amici più cari conosciuti da una settimana, gli affetti irraggiungibili, le valige utilizzate come armadi, i libri accatastati negli angoli, ripetendosi ogni mattina allo specchio: «Voglio tornare a casa», ma senza mai potersi dire certi di non esserci già, a casa. E di non essersene ancora accorti.

Poche settimane prima di mettermi a scrivere queste righe, io e Gianfranco ci stavamo dividendo un Martini nella terrazza dell’hotel Locarno, dietro piazza del Popolo. Mi raccontava delle sue cene fuori, delle donne e della scrittura che fatica a venire. Scherzando gli ho detto: «Vivi ancora come nell’Ultima estate!». Lui mi ha risposto: «Hai ragione, sì. Ma tu cosa stai facendo?». E ricominciamo da capo.

 

Immagine di copertina via

 

La Redazione

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il nostro orgoglio sta in quelle che abbiamo letto

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