Less is more, La casa dei nomi di Colm Tòibìn

L’immagine di copertina è di EVREN AYDIN

Desidero dimostrare, non come gli uomini considerano il mito, ma come il mito opera nella mente dell’uomo senza che lui ne sia cosciente
(Claude Levi-Strauss)

Reinventare i classici e in modo particolare i miti non è semplice, e per delle buone ragioni. Raramente complessificare ciò che è sintetico porta al successo e sempre implica rischi notevoli. La scrittura di Colm Tóibín è coinvolgente e leggera, come i tratti di certi fumettisti che con pochi tocchi danno vita ad atmosfere e avventure magiche. Tuttavia la leggerezza che sceglie nel romanzo La casa dei nomi (Supercoralli Einaudi, 2018, traduzione di Giovanna Granato) e con cui decide di approfondire, dettagliare, spiegare e rendere più terreno il divino che si trova nell’umano (e che la mitologia ci racconta), sembra togliere piuttosto che aggiungere.  Perché?

Il romanzo di Tóibín è uscito in Italia quest’anno e ci racconta la triste storia di Clitennestra, suo marito Agamennone e i loro figli Ifigenia, Oreste ed Elettra. La scrittura elegante cattura con leggiadria, avvolge il lettore e lo trasporta in un viaggio che esplora i processi relazionali a discapito dei simbolismi. Il valore simbolico degli avvenimenti emerge soltanto di rado ed ex-post, appare e traspare tra le righe, rimanendo volatile e alla mercé della capacità di comprensione e di immaginazione del lettore.

In La casa dei nomi la rete di processi relazionali, avvenimenti e sentimenti, ha però le maglie molto larghe – forse troppo. Come un velo leggero, dalla trama lasca e i fili sottili. Tòibìn si cimenta in quello che è un processo inverso. Dal simbolico al realistico, dal denso e complesso – ma sintetico – al leggero e più semplice ma prolisso, perché, appunto, espanso, diluito, narrato. Nel farlo compie tre operazioni che tipicamente vengono fatte attorno al racconto mitico, la terza delle quali, però, trascina il romanzo lungo una china potenzialmente pericolosa.

Prima di tutto rimuove la percezione del tempo storico. E il tempo diviene quasi intangibile, scorre con l’intensità delle emozioni e non con il passare degli anni. Tutto si svolge in una dimensione umana tracciata in un tempo assoluto e non oggettivato. La vicenda è ambientata nell’antica Grecia per puro caso, si tratta di un fatto trascurabile e che passa presto in secondo piano. Come in uno spettacolo dei Momix o in uno spettacolo di prestidigitazione, Tóibín costruisce una storia in cui a contare è la suggestione dettata dal punto di vista da cui osserviamo, molto più di ciò che effettivamente accade sul palcoscenico. I riferimenti sono confusi e fondamentalmente smettono di interessare il lettore quasi subito, per lasciare posto a suggestioni, emozioni, reminiscenze.

Poi Tóibín introduce il parallelismo tra temi classici e contemporanei, facendo saltare per aria definitivamente (e con grande maestria) quei pochi riferimenti concreti che ancora avevamo. Declina l’eterno significato del mito seguendo le corde della propria narrazione più profonda. La voce dell’autore emerge così chiaramente attraverso le tematiche che a lui sono più care, come la questione dell’identità personale e dell’omosessualità. In questo, forse, Tóibín non conosce pari.

L’ultima operazione che si compie nel romanzo e che lascia, in un certo senso a bocca asciutta, scoprendo tutta la prosaica aridità dei giorni nostri, è la traduzione della “condensazione simbolica” del mito in una processualità che ha tutto di contemporaneo e dove il mito classico perde la presa. La spiegazione, il dispiegamento di una sequenza di azioni e atteggiamenti che, di fatto, sono ciò che dà forma alla trama, sembra in alcuni momenti gridare “il Re è nudo! È nudo!”

Nessun percorso predestinato, nessuna trascendentalità o senso ulteriore, nessun Dio; solo il risultato di una serie infinita di tentativi, errori, dubbi, congetture e menzogne, illusioni e manipolazioni fatte da punti di vista estremamente soggettivi.

Ogni personaggio è dotato di un punto di vista talmente forte e di un discorso interno talmente peculiare che potrebbe scrivere una propria storia del tutto diversa da quella degli altri.

E così entriamo nello studio e ci stendiamo sul lettino dello psicoterapeuta con ognuno di loro. Clitennestra, Oreste, Elettra, sono personaggi famosi non solo per le loro vicende, ma anche per come queste siano state utilizzate dalla psicanalisi. Tòibìn lo sa e ce lo mostra senza nascondere i “fantasmi”, come direbbe Lacan, che si celano nel percorso terapeutico. Trasformandosi in persone quasi reali, questi personaggi perdono la loro forza simbolica, la loro trascendentalità. È come se Tóibín, forzandoli attraverso questo percorso fatto solo a metà, di dispiegamento di dettagli concreti ma anche evanescenti e infidi, li privasse della loro verità più profonda. La contemporaneità irrompe indirettamente, attraverso il punto di vista da cui si osserva, e scardina la circolarità del mito rendendone il percorso incerto e – soprattutto – estremamente aperto all’interpretazione.

Oreste ed Elettra diventano allora due personaggi pieni di confusione che seguono un percorso solo apparentemente predestinato, dove gli Dei non hanno ruolo, ma ci sono solo le proiezioni dei propri cari perduti e blandi riferimenti morali. Clitennestra è preda del proprio dolore, ma la sua complessità e la forza di questa “lacerazione” emotiva si perdono appena dopo il primo capitolo, per dare spazio a una madre sconosciuta, una donna di potere visto negativamente, preda della meschinità del proprio amante e di un istinto materno ormai deforme. Viene a mancare il panorama immaginifico/immaginario di figure astratte e simboliche che orientano la vita terrena e danno senso anche agli accadimenti più feroci. Appunto, gli Dei, o se preferiamo, la rappresentazione di un grande Altro.

Vale forse qui la più che contemporanea massima di Mies van der Rohe, per cui “di meno è di più”? Forse si, con tutta la sua ambiguità e doppiezza. “Di meno” – meno immaginazione, meno simbolismo, meno religione, meno riferimenti ad entità superiori, trascendenti e insondabili – è “di più” nel momento in cui apre a una narrazione più prolissa, più estesa ed esplosa. Apre al dubbio, alla necessità di percorrere in dettaglio ciò che non si comprende mai appieno. E alla rovescia, “di più” equivale a “meno” nel momento in cui si palesa il vuoto di senso e significato che il modo di pensare contemporaneo inevitabilmente spalanca di fronte all’individuo. Che cosa resta, una volta che eliminiamo gli Dei che così crudelmente hanno condotto Ifigenia e di conseguenza Agamennone alla morte?
Gli eroi non ci sono più. E nemmeno i puri. La loro stessa identità e natura sono messe in discussione.

Restano, a questo punto, solo le domande: il progetto di Tóibín è riuscito alla perfezione o è incompleto? Il riflesso di chi vediamo in queste pagine? Perché ci appare sempre parzialmente appannato, inafferrabile?

Forse l’obiettivo vero di questo libro non è compiere un cerchio mitico in cui bene e male, giusto e sbagliato, vita e morte, coesistono. Ma piuttosto smascherare la ferita che lacera la vita contemporanea, e cioè quella eterna distanza incomprensibile e stimolante tra tutti questi opposti. Ferita che ci lascia inevitabilmente pieni di domande e dubbi.

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