Molte birre con… Alessandro Raveggi

Le interviste sono un po’ come le birre: possono essere molto o poco alcoliche, sono, o almeno dovrebbero essere frizzanti, finiscono o in allegria o a botte fuori dal locale, cementano amicizie e, se troppo lunghe, obbligano a fare una breve pausa per andare in bagno.

Le interviste sono anche un po’ come i bambini: ti tengono sveglio la notte, sono una scoperta continua, fanno ridere e fanno anche incazzare, quelle degli altri sono carine ma le tue sono bellissime e prima di farle non le vorresti, ma poi quando le vedi finite sei contento e pensi: perché non l’ho fatta prima.

Per questo, nella quinta puntata di “Molte birre con…”, la rubrica che azzarda paragoni impopolari, dopo aver parlato di editoria americana con Giulio D’Antona, di criminalità organizzata con Simone Sarasso, di sciabattamenti del Novecento con Marco Rossari e di agenzie e riviste con Pastrengo, questa volta siamo insieme ad Alessandro Raveggi, autore di romanzi, racconti, saggi e opere teatrali, con cui parleremo del suo nuovo libro di racconti, Il grande regno dell’emergenza, e di The FLR, la rivista letteraria di cui è direttore.

E questa intervista l’abbiamo fatta, nel rispetto delle similitudini, nella sala dei bambini della libreria Verso, a Milano, immortalati nello splendore dei nostri trent’anni dall’obiettivo di Alberto Cocchi, ritrattista ormai richiestissimo da tutte le quarte di copertina del mondo.

Prima birra

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Non si può parlare di un libro di racconti parlando dei racconti dentro al libro; mi sembra abbia molto più senso parlare di quello che ci sta attorno e della sua costruzione. I tuoi sono racconti, non dico difficili, ma che chiedono una collaborazione a chi li legge: non sono immediati, ci devi entrare dentro. Di solito, mi pare, la maggior parte dei racconti devono scontare sempre il fatto di essere tali, come se si scusassero per la loro brevità, come se espiassero il fatto di essere racconti; quindi o sono semplici, lineari e con twist finale, o non fanno capire un cazzo al lettore di proposito. I tuoi, invece, non funzionano così. Tutti dicono che sono romanzi compressi, ed è vero, ma il punto è un altro, secondo me: hai preso il concetto e hai restituito la forma del racconto come dev’essere. Che ragionamenti hai fatto attorno alla scrittura?

Non faccio troppa distinzione tra scrittura in prosa breve e in prosa lunga, piuttosto parlo semplicemente di forme brevi o lunghe. Il rischio è sempre quello di ghettizzare il racconto. Ci sono autori molto importanti, penso a Melville, grandiosi nella forma lunghissima, ma anche in quella breve. Alla fine sono due tipi di strategie diverse che uno stesso autore può usare. Io non mi metto mai a tavolino dicendo: oggi scrivo un racconto, o un romanzo. Il racconto è una specie di caccia leggera, in cui vado a cercare una preda che è quello che voglio dire, con strumenti diversi da quelli del romanzo.

Questo è un libro sovrascalato di racconti, che non si pone il problema di esserlo. Il racconto sembra sempre una cosa più facile da scrivere ma, in realtà, se perdi il lettore in poche pagine, sei un pollo. In un romanzo, ogni tanto, puoi permettertelo.

L’idea che gli editori non pubblicano i racconti perché non li legge nessuno e gli scrittori non propongono racconti perché nessuno glieli pubblica è vera o è ormai un’autoconvinzione editoriale? Sono le case editrici che non pubblicano racconti perché la gente non li legge, o sono le persone che non leggono racconti perché nessuno li pubblica?

Se penso alla mia formazione, al liceo ho imparato a leggere attraverso i racconti, come quelli di Pirandello, quindi dovrebbero essere la forma più classica per approcciarsi alla letteratura. Abbiamo anche una grande tradizione passata, penso a Calvino e a Buzzati. Forse l’editoria italiana è stata viziata dal fatto che gli scrittori di racconti italiani sono molto letterari, non c’è un autore locale mainstream. Possiamo citare Mari, ma non è uno scrittore che vende. Anche lo stesso Luca Ricci, che pubblica per Rizzoli, non è sempre immediato.

Secondo te in Italia c’è una sorta di comunità di scrittori di racconti? Persone che dicono: siamo quelli che scrivono i racconti, o con noi o contro di noi.

Non mi piacciono le sette, non mi piacciono le distinzioni. Anche quella tra prosa e poesia la trovo sconveniente. L’idea dei vari scomparti è un’idea molto da supermarket. Il problema che lo scrittore si deve porre non riguarda tanto la forma, ma quello che ci mette dentro, e come la gestisce. Romanzi e racconti sono due sport diversi, ma sempre sport sono. Come se metti McEnroe a giocare a ping pong: è diverso, ma McEnroe è sempre lui.

Seconda birra

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I racconti che compongono questa antologia li avevi già scritti da altre parti, e poi sono stati messi insieme. Ma chi li ha messi insieme? Tu o l’editore?

A un certo punto, l’anno scorso, mi sono trovato davanti a un buon numero di racconti che avevo scritto dal 2009 al 2015, una decina, più o meno. Questi racconti avevano qualcosa in comune, il tema dell’emergenza, trattato da punti di vista molto differenti tra loro. La mia intenzione non è stata tanto quella di fare un’antologia, nome che tra l’altro mi ricorda qualcosa di mortifero; piuttosto fare un album di racconti atipici, una specie di concept album musicale: mi piaceva che ogni racconto fosse una porta sugli altri, e che insieme risuonassero, creando un’unica atmosfera. Anche l’ordine è molto importante, la grammatica della successione dei racconti ha un significato in sé, che si aggiunge a quello della somma delle parti.

L’editore che ti ha pubblicato, LiberAria, sta provando a fare delle belle cose, negli ultimi anni.

LiberAria è un editore indipendente che punta sulla qualità; Giorgia Antonelli, direttore editoriale, sta seguendo questa strada, puntando anche sui racconti. Io sono molto contento di questo perché stanno crescendo molto. All’inizio non volevo nemmeno pubblicarlo, questo libro, ma Giorgia l’ha letto e ha deciso che voleva farlo. È una bella cosa, ed è un bel coraggio: spero che continuino così.

Ma se pubblicare una raccolta di racconti è un rischio, perché se lo prende un editore piccolo e non uno grande?

Giorgia Antonelli è disposta a rischiare molto, ovviamente sempre nelle logiche editoriali, di mercato e di completezza delle collane. Forse un editore indipendente è proprio la dimensione giusta per pubblicare libri del genere.

[Giulio D’Antona, partecipante silenzioso all’intervista, propone un altro giro di birra. Noi, schiacciati dalla peer pressure, cediamo immediatamente e finiamo in un sorso le nostre pinte]

Terza birra

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Parliamo un po’ del Messico, che è stato importante per te.

Io sono andato in Messico per lavoro, su Calvino, e per amore, mia moglie è messicana. E ci sono andato davvero all’avventura, non tanto perché volevo aprire una pizzeria in spiaggia, ma piuttosto perché andavo all’Universidad Nacional Autónoma de México, quella di Bolaño, che è un monumento straordinario, e parlavo malissimo spagnolo. Il Messico è stato un’esperienza fondamentale, anche per decidere di scrivere.

Che posto è Città del Messico?

Letterariamente parlando, se vogliamo fare un po’ i nerd, è un posto interessantissimo, ci sono tanti scrittori che vivono lì. Negli ultimi dieci anni ha sviluppato una vitalità mostruosa dal punto di vista culturale, più di città simili come Bogotà e addirittura Buenos Aires. Per me è stata un’esperienza molto forte, e una presa di coscienza delle difficoltà e dei limiti del Messico. La violenza, per esempio, che conforma la società messicana, un’aspetto che per uno straniero è quasi inebriante ma per chi ci vive davvero, e io ho quasi preso la cittadinanza, diventa molto difficile. La città è densamente letteraria, e non solo per le numerose librerie e luoghi dove fare cultura, ma anche per un rispetto e una considerazione per la letteratura che non trovi da nessun’altra parte, nemmeno in Europa. Le presentazioni e i libri hanno quattrocento persone di pubblico, non quattro.

Ecco, appunto. Qua c’è un po’ meno hype attorno alla cultura.

Mi sembra che sia perché, in quanto società avanzata, abbiamo superato il livello di sofisticazione degli anni cinquanta, quando Pasolini o Calvino erano davvero importanti per la società, avevano un peso, venivano seguiti dalle persone. Oggi lo scrittore italiano non è più seguito in quel modo, è diventato un personaggio da salotto. In Messico, invece, la società è ancora in evoluzione ed espansione, e le persone considerano la cultura come pane, come un appiglio indispensabile per capire il mondo che li circonda.

Ultima birra

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Nella scorsa puntata di Molte birre con abbiamo parlato con i ragazzi di Pastrengo anche di riviste, e della storia delle riviste letterarie in Italia. Secondo te possono tornare a essere incubatrici per nuovi autori?

Le riviste sono delle palestre, momenti in cui si fa comunità e si rende esplicito quello che si sta facendo e che si vuole fare. La nostra sfida, con The FLR, è stata quella di mettere insieme una pluralità di persone e visioni diverse: la rivista ha la dimensione dell’assemblea.

 Ecco, com’è nato The FLR, e perché?

È nato per fare quello che purtroppo l’editoria non fa più: diffondere letteratura di qualità per tutti e a tutti, non solo nei circoli letterari, e con il testo a fronte in inglese, per farla conoscere anche fuori dai nostro confini. L’idea della vecchia Italia da cartolina funziona sempre, certo, basti pensare al successo della Ferrante, ma io che insegno letteratura italiana agli studenti americani mi sono accorto che, se gli propongo una cosa contemporanea italiana, sono molto attenti e interessati. E’ come provare a fare una didattica, un intento editoriale dove, adesso, c’è un grande vuoto. L’italiano, oggi, è una lingua minoritaria: è studiata molto perché piace, ma le letteratura non è più così forte come in passato.

Finiamo parlando dell’argomento che ci interessa di più: il cash. 

Noi abbiamo la fortuna di avere un editore molto spregiudicato, The Florentine, che crede molto nell’idea di produrre un bell’oggetto, anche da vedere, ed è disposto a rischiare per una rivista di racconti e poesie di buona qualità, con una veste grafica molto studiata. Per ogni numero noi scegliamo un tema e, su invito, chiediamo a vari autori, racconti dedicati. Quindi sono racconti scritti apposta per quel tema e, ovviamente sono pagati. La cosa che ci piace di meno è non avere una struttura che permetta di ricevere racconti spontanei, ma ancora non possiamo, perché come si pagano gli autori, bisogna pagare anche i redattori che li valutano.

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Tutte le foto sono state scattate alla libreria Verso di Milano, che ci ha amabilmente ospitato. Ogni tanto bisognerebbe proprio andarci, che si sta bene.

Jacopo Cirillo

"La critica è semplicemente letteratura sulla letteratura. La critica non spiega, non giudica, non individua valori, non ha nulla da capire; è una gestione di parole a proposito di parole. È una narrazione che ha per personaggi le parole di un libro".

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