Non mi va un granché

Non c’è bisogno che tu esca di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare nemmeno, aspetta soltanto. Non aspettar neppure, resta lì tutto solo e in assoluto silenzio. Il mondo verrà ad offrirsi a te perché lo smascheri, non può fare altrimenti, si voltolerà estasiato ai tuoi piedi.

Franz Kafka, Meditazioni sul peccato, la sofferenza, la speranza e la vera via

 

Che cosa vuol dire jomo? Definizione di JOMO tratta dall’Urban Dictionary (by narajan, 13 marzo 2013):

Short for “joy of missing out”, that means that you prefer being unavailable and deliberately risking to miss a party that could be the freakest of all time, because (to be honest) you really don’t care and rather stay home and watch that new Sandra Bullock movie.

  • Dude, did you go to that awesome party last night?
  • No, I was home watching a movie. JOMO!

 

Un’altra definizione di JOMO, stessa fonte (by thepeachman, 5 gennaio 2014):

Joy Of Missing Out: you’re enjoying what you’re doing in the here and now and not on social media broadcasting or seeing what everybody else is doing.

  • Guy #1: I had a great day, climbed a hill and didn’t check facebook
  • Guy #2: Good day?
  • Guy #1: Yea pure JOMO!

 

Da qualche parte e in qualche punto, fra il 2012 e il 2013, l’acronimo JOMO è riuscito a riservarsi un tavolino in quel riservatissimo club dove le nuove parole che incarnano lo spirito del tempo bevono (Tanqueray) Gin Tonic con il cetriolo nei barattoli.

La “irresistibile passione degli acquisti” (Gianni Celati dixit) si può soddisfare dal computer. Il divano è comodissimo, il mondo là fuori è potenzialmente pronto a fotografarti e trasformarti in meme in ogni istante

Non ho voglia di leggere il caso letterario dell’estate. Non ho intenzione di bere molta acqua, mangiare molta frutta e stare a casa durante le ore più calde della giornata. Non mi va di andare a vedere il nuovo film di Paolo Virzì. E neanche di vederlo in streaming. Città in fiamme? L’ho abbandonato a metà. Devo andare a far rammendare quel penultimo bottone di quella bellissima camicia estiva, me lo sono ripromesso da tempo. Chissenefrega di leggere i buongiorno di Gramellini e i contro-buongiorno contro Gramellini, del Nobel a Piliph Roth, della vita notturna di Peter Gomez. Carsten Holler e Philip Parreno in dialogo all’Hangar Bicocca? Si, va bè, domenica mattina alle undici… Leggere Virginia Woolf? Come ha detto Julian Barnes (o era Martin Amis? Zero voglia di ripescare la citazione), ci sarà tempo per farlo, da morti.

Che palle andare a teatro, rifornirsi di tovaglioli, vedere la partita al bar, fare benzina, avere un opinione su La Grande Bellezza, avere un’opinione sui grattacieli, avere un’opinione su questioni macroeconomiche, avere un’opinione su Pasolini e Saviano, buttare giù la spazzatura, informarsi sugli orari, curare le piante in terrazzo, “Vacanze?”, “Lavoro?”, comprare la sabbietta del gatto. Non parliamo poi di lavorare, produrre, consumare.

A voler essere sentimentali, si può ipotizzare che uno dei superpoteri dei libri sia quello di coccolarci l’anima quando percepiamo in austeri autori vissuti due secoli addietro le stesse emozioni (forse giusto un tantino meno digital) che proviamo noi.

E allora diamo (in contumacia, tra le proteste di Ralph Waldo Emerson) a Bartleby lo scrivano di Melville la qualifica di pater jomis, quel Bartleby “scialbo nella sua dignità, pietoso nella sua rispettabilità, incurabilmente perduto”, gran mangiatore di biscotti allo zenzero e ripetitore seriale del suo eterno, impersonale, spiazzante manifesto: I would prefer not to. Secondo Deleuze, nel libro dell’autore di Moby Dick:

“La formula ha dieci occorrenze principali. La prima si ha quando l’avvocato gli dice di collazionare, di rileggere la copia dei due scrivani: PREFERIREI DI NO. La seconda quando l’avvocato lo chiama a rileggersi le sue copie. La terza quando l’avvocato lo invita a rileggere con lui personalmente, a quattro’occhi. La quarta quando l’avvocato vuole mandarlo a fare una commissione. La quinta quando gli chiede di andare nella stanza accanto. La sesta quando l’avvocato vuole entrare nel suo studio una domenica mattina e si accorge che Bartleby vi pernotta. La settima quando l’avvocato si limita a porre delle domande. L’ottava quando Bartleby ha smesso di copiare, ha rinunciato a ogni copiatura, al che l’avvocato lo caccia via. La nona quando l’avvocato ripete il tentativo di cacciarlo. La decima quando Bartleby è stato espulso dall’ufficio, si è seduto sulla rampa del pianerottolo e l’avvocato sconvolto gli propone altre inaspettate occupazioni (tenere i conti di una drogheria, fare il barista, incassare fatture, fare l’accompagnatore di un giovane di buona famiglia…).”

L’erede ideale di Bartleby nel ventesimo secolo è L’uomo che dorme (1967, Georges Perec), bevitore di Nescafé con latte condensato e lettore di Raymond Aaron, un ragazzo di venticinque anni che la mattina del suo primo esame scritto in Sociologia generale ignora la sveglia e se ne sta nella sua mansarda di cinque metri quadrati al sesto piano, a Parigi. Non va più al caffè dove era solito trovarsi con gli amici, di cui ignora visite e biglietti, esce solo di notte. Scrive Perec: “Non rivedi i tuoi amici. Non apri la porta. Non scendi a prendere la posta. Non restituisci i libri che hai preso in prestito alla biblioteca dell’Istituto di pedagogia. Non scrivi ai tuoi genitori.”

Il povero Bartleby, vivesse oggi, non è escluso si guadagnerebbe un trafiletto a sinistra nelle “Storie vere” di Internazionale, e il giovane personaggio di Perec forse sarebbe già finito a destra, sui boxini morbosi dei siti dei quotidiani, vicino al bradipo che non riesce a attraversare la strada.

Non ho niente di speciale, dicono i protagonisti di questi due libri, niente contro cui ribellarmi. Solo, non mi va un granché. E allora prendiamoli, eleggiamoli a nostri modelli di comportamento, diamo a loro lo stesso spazio sui giornali che ora è riservato a Linus di Radio Deejay.

Non sciatteria, pigrizia o atarassia, attenzione, ma precisa scelta stilistica. Consapevole. Non sarà che la più rumorosa ribellione alla omogeneizzazione culturale e alla marmellatizzazione della fruizione è non fare niente? Non fruire, non fare. Jomo.

Di pochissimo interesse le conseguenze politiche (astensionismo? Reddito di cittadinanza?). E “Se l’attivismo è una falsa positività, perché trascinato solo dall’ansia e dall’impazienza” (come ha scritto Gianni Celati), allora ci si sentirà vaccinati dal pietismo altrui, quando mangeremo con poco appetito (sigh), leggeremo sul divano anche più di un libro al giorno, mai contemporaneo o mondano o di moda, per formarsi un’opinione indipendente, non seguiremo nessuna moda molto camp, non usciremo mai, non faremo niente – la vera ribellione, il ’68 del terzo millennio senza la narrativa nostalgica propugnata da Mario Capanna a Domenica In, la fantasia al potere della nostra cameretta, quando fra qualche anno ci ribelleremo e dai nostri profili social cliccheremo lì.

Ah no, aspetta un attimo. Dimenticavo. La rivoluzione è già cominciata.

Cao Fei BRICK Not VR @cao_fei

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Credit immagine copertina: Philippe Halsman

Lorenzo Camerini

Milanese, gigante del pensiero, maneggia gravemente i temi leggeri, e leggermente i più gravi. Possiede l'allure e la verve di un sovrano settecentesco vivacissimo, e di un banchiere cosmopolita carismatico e seducente. Scrive storie per Topolino.

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