Memoria degli inverni passati – Intervista a Paolo Cognetti

Il nuovo libro di Paolo Cognetti è una storia magica a cui il numero otto fa da talismano portafortuna: uscito per Einaudi l’otto novembre, ottavo libro e primo romanzo (e caso letterario già in traduzione in trenta paesi) di questo scrittore di trentotto anni, s’intitola Le otto montagne e al centro ne ha una, la prima e più importante. Riassumendo molto, si potrebbe dire che è un libro che parla di uomini e di montagna. E che succedono molte cose, a tutti, anche se alcune capitano fuori dalle pagine, in pieghe di vita che non vediamo. Ci sono due genitori, un figlio, e un segreto custodito da un inverno del passato. C’è la Val d’Aosta, dove la piccola famiglia Guasti va a cercare nuove montagne per allontanarsi dalle montagne vecchie, perché ci sono vite in cui l’ovest da trovare non è la frontiera di un continente ma l’ovest di se stessi, e la loro è una di quelle. E ci sono le cose che la Val d’Aosta porta in dono. Qui Pietro trova la sua montagna, quella che diventerà il suo centro e in confronto a cui tutte le altre saranno cime minori. Trova il legame con suo padre, che a Milano vive in perenne lotta con la vita e il mondo e che solo qui si placa, lasciandosi intravedere diverso e dando a suo figlio un’educazione che passa attraverso le creste e il ghiacciaio. E trova Bruno, un piccolo pastore con modi da adulto. Bruno sarà l’amico – e in un certo senso l’amore – della vita, il suo quasi fratello, e anche il suo specchio e contrario.
Ogni montanaro sa che tutte le valli hanno due facce. In quella di Bruno e Pietro le due facce si chiamano adret ed envers; nella mia, adrech e ubac. Il dritto e l’inverso, il versante al sole e il versante in ombra, entrambi fondamentali. Ogni montanaro sa che la stessa cosa vale per gli esseri umani: che ci sono persone adret e persone envers, e soprattutto che ciascun adret ha il suo envers, e se hai la fortuna di trovare il tuo farai bene a tenertelo stretto.

Paolo Cognetti è capace di una magia che di libro in libro si fa più potente: sa schiuderti dei mondi e farti sperare di caderci dentro, senza fare niente di particolare lì dentro se non esistere e guardare. Questo scrittore ha un dono vero e grande: ti fa desiderare di esserci stato anche tu, in mezzo a quelle vite, di esserci stato da sempre o almeno da prima. E il suo dono qui allaga tutto, splende.

Questo libro è una cosa viva, che pulsa. Rimarrà dentro a chiunque abbia occhi in grado di vederne la luminosità. Quindi a chiunque abbia occhi, penso.
Ho fatto con Paolo Cognetti una lunga chiacchierata a New York, a cui poi è seguito un giro di mail con le domande che ne sono scaturite. Il risultato di questi due momenti è l’intervista che avete davanti.

Partiamo da una domanda scontata, ma necessaria: com’è nata l’idea di questo libro?

L’idea iniziale era quella di raccontare la montagna come luogo di un’educazione. Ciò che è stata per me e per molti altri, ma mi pareva che questo racconto nella nostra letteratura mancasse. Mio padre, i nostri padri, ci portavano in montagna dalla città pensando che fosse il modo migliore di educarci a diventare uomini, di insegnarci i valori fondamentali. Per me era un’idea molto potente dal punto di vista narrativo e soprattutto era la mia storia, avevo urgenza di scriverla.

È anche una grande storia di amicizia. Tu ce l’hai un amico così?

Sì, il mio amico di montagna. Bruno è ispirato a lui. Un’altra cosa misteriosamente non raccontata dalla grande letteratura (mi vengono in mente pochissimi libri su questo) è l’amicizia maschile. Intendo l’amicizia tra due uomini adulti, non i legami adolescenziali né il cameratismo da bar. Un rapporto fondato sulla lealtà, la comprensione, l’affetto, il sentire che l’altro ti conosce bene e che è un rifugio per te. Credo sia un sentimento antico, dimenticato dai nostri tempi, e forse per questo nella mia storia nasce in montagna, un po’ come quegli alberi dei duemila metri che non potrebbero vivere altrove.

Paolo Cognetti Roberta Roberto

C’è una scena molto bella in cui racconti che a Milano, in certi rari giorni di vento, in fondo ai viali compaiono le montagne. C’è un luogo che ti fa pensare a un altro luogo? Dove vai, a Milano, quando ti manca la montagna?

La vista delle montagne è una delle cose che mi fanno amare Milano nord. Da sud le montagne non si vedono, tutto il carattere della città da quella parte è più legato alla pianura, con i navigli, i campi, le cascine. A Milano nord il paesaggio è diverso, con le fabbriche e le ferrovie e qualche volta le montagne all’orizzonte. Io le vedo dal ponte della Ghisolfa, perché si alza un po’ rispetto ai palazzi, o dalla stazione della Bovisa. Non il mio Monte Rosa ma le montagne lombarde, la Grigna e il Resegone.

Citi molto spesso il cielo: “da quei vetri vedevamo molto cielo”, “e oltre soltanto cielo”, “fuori ci aspettavano il bosco, il torrente, il cielo”. Tu cosa vedi dalla tua finestra preferita? E qual è la principale differenza tra il cielo di Milano, il cielo della tua montagna, “il gran cielo della costa atlantica”, come chiami il cielo di New York, e il cielo del Nepal?

Io dalla mia finestra preferita vedo il bosco. Il cielo di Milano mi piace di sera, con la foschia che riflette le luci, quando diventa arancione; il cielo di New York quando c’è vento e le nuvole viaggiano verso l’oceano; il cielo della mia montagna quando d’inverno il bianco della neve lo rende incredibilmente blu. In Nepal tutti i giorni succede che il cielo è terso all’alba e si copre prima di mezzogiorno, e poi nel pomeriggio può anche piovere. È un paese che ti spinge a svegliarti presto e ad amare la mattina.

In certe descrizioni del padre, specie quando arriva in montagna all’inizio delle sue ferie, ho scorto un omaggio a Natalia Ginzburg e ad alcune indimenticabili descrizioni che dà di suo padre Giuseppe Levi in Lessico famigliare. Tu sostieni che una cosa molto importante, quando si inizia a pensare a un libro, sia individuarne i possibili maestri. Quali sono i maestri e i libri nascosti dentro questo libro?

Natalia Ginzburg assolutamente sì! Tra l’altro suo padre la portava a scarpinare a Gressoney, conosco benissimo quei sentieri. Nel libro ho apertamente citato anche Primo Levi, Ernest Hemingway, Karen Blixen (ma le citazioni non le rivelo: voglio vedere chi le trova). C’è moltissimo Rigoni Stern nella lingua che ho cercato di usare e c’è Mauro Corona in almeno due scene importanti. Le storie che avevo in mente erano Due di due di De Carlo e Gente del Wyoming di Annie Proulx. Come vedi, sono maestri del tutto disparati. Ma per me è fondamentale averli in mente, e mentre scrivo leggo e rileggo i loro libri (sostengo sempre che uno scrittore non dovrebbe leggere tante cose diverse, ma rileggere le sue preferite fino a impararle a memoria).

Mi hai detto che per Bruno hai scelto il cognome Guglielmina perché compariva in varianti diverse nelle tre valli della tua vita: ci racconti? Mi piacerebbe poi sapere come avviene per te, in generale, la scelta del nome di un personaggio. E come decidi a chi non darne uno. In questa storia, per esempio, la madre non ha nome.

Nelle storie non mi piacciono i nomi con un significato, né i nomi in cui vedo la vanità dell’autore. Però non mi piace nemmeno sceglierli a caso. Vorrei che fossero giusti per i luoghi e il tempo in cui la storia avviene. Nel caso di Bruno, il ragazzino di montagna, ho fatto il giro di molti cimiteri, e ho scoperto che il suo cognome compare in tutte le valli del Monte Rosa, trasformandosi da una valle all’altra (il Monte Rosa è un crocevia linguistico unico sulle Alpi, in cui si incontrano l’italiano, il francese e il tedesco, oltre a diversi dialetti): è Guglielmina in Valsesia, Willermin a Gressoney e Vuillermin in Val d’Ayas. Era proprio giusto per lui. A Pietro e suo padre ho dato certi nomi della mia famiglia, solo un po’ cambiati. Cose che sappiamo noi. Le madri qui non hanno nomi perché, benché siano importanti anche loro nella vicenda, questa è una storia di maschi.

Non è la prima volta che incontriamo Pietro. Nella sua storia e nella sua vita magari cambiano degli elementi, ma Pietro è sempre Pietro. C’era già, bambino, in un racconto che in un certo senso mi sembra l’antenato di questo libro: La stagione delle piogge, contenuto in Una cosa piccola che sta per esplodere. E c’era anche in Sofia si veste sempre di nero: lì è il Pietro che Sofia incontra a New York. Mi pare molto bello questo aprire, in momenti diversi della tua vita di scrittore, stanze diverse della sua vita. Vorrei sapere com’è, per te, ritrovarlo ogni volta, raccontarne un pezzetto.

Sì, La stagione delle piogge è il seme di questo romanzo, brava che te ne sei accorta (quel libro, per qualche ragione che non capisco, è il meno letto dei miei, eppure sia Sofia si veste sempre di nero che Le otto montagne vengono da lì). Con Pietro è successo così: mi sono accorto che tutte le volte che scrivo in prima persona uso sempre la stessa voce, e ho in mente lo stesso personaggio. Allora, mi sono detto, che senso ha inventargli nomi diversi e vite diverse da una storia all’altra? Mi pare più semplice e più giusto che sia sempre lui, Pietro. È stato in montagna da bambino, a Milano da ragazzo, e per un certo periodo a New York con Sofia. Poi è tornato in montagna. Insomma ha fatto più o meno la mia vita, è quello che si chiama un alter ego.

In effetti c’è un giorno che vi unisce: il 29 giugno, San Pietro e Paolo! È per quello che hai scelto il nome Pietro?

Sì. Sono cresciuto in una famiglia e in un mondo in cui si raccontavano ai bambini le vite dei santi. Pietro e Paolo sono molto vicini nella mia testa, e del resto tutt’e due a un certo punto della vita hanno lasciato un nome vecchio per prenderne uno nuovo, dunque anche per loro i nomi erano importanti. Uno si chiamava Simone ma fu ribattezzato Pietro perché “su questa pietra edificherò la mia chiesa”, l’altro si chiamava Saul ma dopo la conversione scelse il nome Paolo, che vuol dire piccolo, per ricordarsi la modestia. Anche il mio Pietro a un certo punto cambia nome e diventa Berio, sasso. Mi piace quest’atto di ridefinire la propria identità, dichiararsi liberi ribattezzandosi: succede spesso nei miei racconti. Ho poi scoperto che Pietro è anche il patrono degli alpeggi, Paolo invece era un grande scrittore di lettere e poesie. Uno crocifisso a testa in giù e l’altro decapitato. So un sacco di cose su di loro.

A un certo punto scrivi “Ognuno ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene”. Per la madre di Pietro sono i 1500 metri; per Pietro, “la montagna che viene dopo”; per il padre, il mondo di roccia “ancora più in alto”. Questa cosa mi ha ricordato una frase bellissima che c’è in un racconto di Una cosa piccola che sta per esplodere: Tutte le cose che non so di lei. Quando la zia Violetta dice tra sé e sé: “Le facce stanno alle risaie, pensa, come le finestre agli specchi: anche se sembrerebbe il contrario”. Nella tua opera in generale, e in questo libro più che mai, il paesaggio è un personaggio tanto quanto le persone. E ha una doppia funzione: è sì la natura che c’è fuori, ma anche uno specchio della natura interiore dei personaggi. Le persone sono anche il paesaggio che sta loro intorno. Ecco: che cosa dice il paesaggio, di una persona?

Dice come quella persona si sente in quel momento. Se io adesso ti chiedo che cosa vedi fuori dalla finestra, sono sicuro che nel tuo racconto mi dirai come stai. Perché fuori dalla finestra magari c’è un uomo che cammina, ma anche un gatto randagio, un gruppo di bambini che giocano, le nuvole che si addensano: ci sono tutte queste cose insieme. I tuoi occhi però cercano la cosa che ti assomiglia di più, che ti rispecchia. Allora io dovevo scrivere una storia di uomini che non si raccontano, non dicono mai come stanno. Non solo per incapacità o pudore ma per un senso di dignità che apprezzo. E ho pensato: invece di raccontare come stanno loro, racconterò com’è il bosco, il cielo, la montagna quel giorno, e da lì si capirà come stanno. Ecco perché il paesaggio è così presente. Questa era una delle idee di scrittura alla base del libro.

Infatti ci sono magnifiche descrizioni della natura. Anzi, per non far arrabbiare Bruno (direbbe che “natura” è il nome che le dà la gente di città), diciamo: magnifiche descrizioni del bosco, del torrente, del pascolo, del lago, delle cime, delle rocce. Un esempio: “Il lago laggiù assomigliava a una seta nera, con il vento che la increspava. Anzi no, era il contrario di un’increspatura: il vento sembrava una mano gelida che ne spianasse le pieghe”. Mi chiedo quanto tu possa averlo osservato, il lago, per arrivare a capire che il vento provoca “il contrario di un’increspatura”.

Io sto molto da solo in montagna: non ho problemi a confessarti che spesso soffro di solitudine. Però ho scoperto anche che dalla solitudine nasce un rapporto intimo tra te e il paesaggio che non sarebbe possibile se stai lì con qualcun altro, neanche con un amico o una donna. Ci siete solo tu e la montagna, per giorni e giorni, e in qualche modo parlate tra di voi. Le descrizioni di questo libro nascono da lì. Ho impiegato quattro giorni, alla fine di agosto, camminando da solo di rifugio in rifugio, per mettere a fuoco un sentimento che adesso sta in sette parole nella penultima pagina del libro (“la libertà e la gioia dell’esplorazione”). Quattro giorni per ottenere solo sette parole? Sì, però sono vere. Le ho provate. Questo credo che un lettore lo senta. Non ho descritto un lago immaginario dal tavolo di casa mia a Milano: ho preso zaino e bastone, ho camminato un’ora e mezza e sono andato a guardare quel lago così tante volte negli ultimi due anni, come un pittore con la tavolozza e il cavalletto. Questa è scrittura dal vero.

cover cognetti

Quando Pietro è ragazzino, l’inverno diventa per lui “la stagione della nostalgia”. E dice: “I giorni di Grana mi sembravano così lontani da chiedermi se fossero esistiti davvero”. E anche qui ritorna, mi sembra, un tema che ti sta a cuore. Lo dico perché questa frase mi ha ricordato una cosa che scrivi in Tutte le mie preghiere guardano verso ovest: “Pare impossibile che quel pomeriggio sia esistito”. E allora vorrei chiederti qual è il rapporto di uno scrittore con la nostalgia.

Henry James diceva che bisogna essere in esilio per scrivere bene del proprio paese. Serve a osservarlo da lontano, ma anche a sentirne la mancanza. Se non proviamo noi stessi un sentimento forte per le cose che scriviamo, come possiamo sperare che lo provino i lettori? La nostalgia è uno dei sentimenti più potenti e dà alla scrittura l’urgenza che le serve: scrivo per trattenere i ricordi che altrimenti perderei, scrivo per salvarli dall’oblio.

Nelle tue storie c’è un altro tema che torna spesso: il prendersi cura di qualcuno. Adottare, accudire, avere cura. In Sofia si veste sempre di nero, la zia Marta si prende in casa Sofia, Sofia si prende cura di Mozzo e in un certo senso, per quel che può, di suo padre, il padre si prende cura di Emma, Emma di sua madre, e poi si ritorna a Sofia che in un modo o nell’altro vorrebbe farsi adottare da tutti. In Una cosa piccola che sta per esplodere ci sono Mina che viene cresciuta dalla vicina di casa e Pietro che vorrebbe che Tito gli facesse da papà. Qui i genitori di Pietro vorrebbero adottare Bruno. Poi Pietro e Bruno continuano a prendersi cura l’uno dell’altro anche da grandi. Ti sei chiesto da dove nasca, in te, la spinta ad andare spesso verso questo nocciolo?

È proprio così, scrivo sempre del prendersi cura. “Care” in inglese, “caritas” in latino. Non so da dove mi viene, probabilmente da mia madre. Per citare un poeta che mi sta a cuore:

Se anche parlassi le lingue
degli uomini e degli angeli
ma non avessi la carità
sarei un bronzo risonante
o un cembalo squillante.
Se avessi il dono della profezia
e sapienza dei misteri e della scienza
e tanta fede da spostare le montagne
ma non avessi la carità
non sarei nulla.

In questo libro a mio parere i protagonisti sono tre: la montagna, il rapporto tra Pietro e Bruno, il rapporto tra Pietro e suo padre. Nella tua opera il padre è una figura importante, che torna spesso. Penso a Roberto, il padre di Sofia, a cui è dedicato il mio racconto preferito di Sofia si veste sempre di nero: Disegnata dal vento. Un racconto meraviglioso. E penso a Giovanni, il papà di Pietro. Mi hai spiegato che entrambi sono ispirati al tuo, di padre (anche se poi ne nascono due personaggi molto differenti tra loro), e che in entrambi i casi raccontare questi due padri ti è servito per conoscere meglio il tuo. Mi sembra procedimento quasi magico, e ti sarei grata se ci raccontassi un po’ meglio com’è avvenuto in questo caso.

L’hai detto benissimo tu: ho preso mio padre, ho cominciato dai miei ricordi puri e semplici, poi il personaggio ha preso vita nel romanzo ed è diventato Giovanni, che un po’ è mio padre e un po’ no. Ma scrivendo di Giovanni mi è sembrato, se non di conoscere meglio mio padre, almeno di dirgli com’è stato per me essere suo figlio, e anche di dirgli che gli voglio bene. Questa è una bella fortuna che hanno gli scrittori, ad altri non basta una vita per riuscire a farlo.

Pietro e suo padre hanno un rapporto molto complicato. Ma si somigliano più di quanto immaginano. Nell’amore per la montagna, nella quota prediletta, e soprattutto in una perdita che segna la vita di entrambi. Questa cosa, quando arrivi a capirla, è pazzesca. Che cosa significa? Che il destino che “abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa” abita un po’ anche nella nostra storia e nelle nostre radici? Che ciò da cui fuggiamo vive sempre già in noi?

Sì, significa quello. Il padre di Pietro glielo chiede all’inizio del libro: Secondo te il passato può passare un’altra volta? E Pietro ci mette una trentina d’anni e duecento pagine a pensarci sopra, poi da grande trova la risposta: Papà, a me pare che non faccia altro.

Nel capitolo otto ho incontrato una frase che mi è piaciuta molto: “A mia madre le finestre piacevano”. Sono sei parole buttate lì, e poi si passa a parlare d’altro. Eppure mi è sembrato che contenessero un mondo, o almeno un’altra dozzina di storie possibili, di diramazioni dentro la storia. Puoi aprirci per un momento la porta su quelle sei parole e farci intravedere che cosa c’è dietro?

C’è gente che osserva molto. Gente che sente molto, anche. A me sembra che il mondo si divida tra quelli che capiscono gli altri e quelli che se ne fregano, perché sono tutti presi da sé. A questo secondo tipo di persone non interessano le finestre, si annoiano a restare lì a guardare fuori. La madre di Pietro invece è capace di stare alla finestra per ore, cercando di capire il mondo che ha intorno. Ho messo dei versi di Coleridge all’inizio del libro per spiegarmi meglio: avrà pregato bene chi ha amato bene. Ma si può dire anche che avrà vissuto bene chi ha amato bene, o che avrà scritto bene chi ha amato bene. Questo è il senso della finestra.

C’è un elemento che in questo libro torna sempre, ed è la luce delle montagne. Mi sono segnata tutte le volte in cui alla montagna associ una parola legata alla luminosità: ce ne sono tantissime. E quando te l’ho detto mi hai spiegato che in effetti una delle opzioni per il titolo conteneva la parola “luminosa”. Del titolo ti chiederò dopo, ma ora vorrei sapere qualcosa in più di tutta questa bellissima luce.

Adesso prendo spesso un treno da Milano a Torino, e da quel finestrino è chiarissimo come il Monte Rosa splenda sulla pianura come una montagna di luce. Non ti vengono altre immagini per descriverla. È anche questa una cosa semplice che viene da una lunga osservazione: la neve illumina. Lo sanno tutti, credo, ma lo sai meglio, lo sai sulla pelle, se ti è capitato di tornare alla tua baita in qualche notte d’inverno. La pila non serve. Basta un minimo chiarore di stelle per vedere tutto. Se c’è la luna, la montagna è illuminata come di giorno: con le stesse ombre e i riflessi che produce il sole. Il titolo alternativo del romanzo era La memoria luminosa delle cime, ma poi ho preferito questo perché è più semplice e scarno, assomiglia di più al libro.

Ecco, ora ci racconti la genesi del titolo?

È un titolo magico, quando l’ho scelto non sapevo che cosa significasse. Ma l’8 in quel periodo mi rincorreva ovunque. Avevo appena cominciato a scrivere questa storia, mi serviva un titolo e ho pensato: la chiamerò Le otto montagne, poi magari scrivendo scoprirò cosa vuol dire. È stato l’8 che mi ha portato verso il Nepal, perché è un numero molto caro al buddismo. Leggendo dei testi buddisti ho scoperto la figura delle otto montagne e ho anche capito il senso e il finale di questa storia. Tutto per un titolo piovuto dal cielo.

È  interessante anche la lingua di questo libro, perché è molto diversa da quella delle altre tue opere di narrativa. Mi hai spiegato che volevi usare la lingua del Ragazzo selvatico, il tuo diario di montagna, provare a usarla per un romanzo. E mi sembra bello e giusto: anche il Ragazzo era un libro di montagna e di uomini. Com’è stato questo lavoro con la lingua?

Questa è una lunga storia: io sono cresciuto a Milano, tra amici che erano figli di siciliani e pugliesi, in una casa in cui si parlava dialetto veneto. Non ho una lingua che è la mia lingua dell’infanzia. Sono stato un gran lettore di letteratura americana, perciò l’italiano della mia scrittura è stato per molto tempo un italiano neutro, senza radici. In montagna, cercando di raccontare la montagna, questa lingua diventava inadatta, insufficiente. L’italiano è nato in pianura ed è molto povero di parole per descrivere il paesaggio alpino (ho scoperto, per esempio, lavorando con la mia traduttrice alla versione francese del Ragazzo selvatico, che quella lingua ha molta più varietà e precisione per descrivere la montagna). Ho dovuto studiare, leggere, imparare a memoria Rigoni Stern, impossessarmi di parole nuove. La domanda più frequente che faccio ai miei amici montanari è come si chiama una cosa, e perché si chiama così, e che cosa vuol dire, e come si scrive. Come se fosse una lingua straniera.

cognetti roberta roberto

Qui la città c’è, ma non è mai raccontata: tutto succede in montagna. Però a un certo punto Pietro, da Milano, si trasferisce a Torino. Ecco: anche se su Torino non scrivi quasi nulla, la scelta non è casuale.

Tra le idee iniziali di scrittura c’era anche questa: Pietro andrà in tanti posti nella vita, ma qui lascio fuori tutto il resto e lo racconto solo quando è in montagna (questo è un decidere i confini della storia, uno stabilire che cosa resta fuori: per me è molto importante e forse viene dal mio essere uno scrittore di racconti). La scelta di Torino non è stata affatto casuale: è la capitale delle Alpi Occidentali. È la città in cui è nato il Cai, la città dell’alpinismo. In più, per la prima volta in questa storia insieme ai miei maestri americani ce ne sono di italiani, come la Ginzburg, Levi, Rigoni Stern: per tutti questi Torino ha significato una casa, reale o simbolica che fosse. Io stesso sono finito in questa loro casa che è l’Einaudi. È un onore essere vicino a loro sugli scaffali e non riesco a immaginare un editore più giusto per Le otto montagne.

A proposito di vita quotidiana. Il libro ti ha portato in Nepal, perché quando hai capito che Pietro sarebbe andato a conoscere montagne lontane dalla sua sei partito e sei andato a conoscerle anche tu. Ma il viaggio in Nepal ti ha portato a fare una scelta che ora vivi nel quotidiano: sei diventato vegetariano. Ci racconti com’è maturata in te questa decisione, durante e dopo il viaggio?

Be’, da quando c’è il mio cane Lucky (circa tre anni) l’idea di uccidere animali e mangiarli ha cominciato a darmi un po’ fastidio. Poi sono andato in Nepal, dove la gente è vegetariana per necessità e cultura: ho fatto due settimane di trekking in giro per l’Himalaya mangiando solo riso, lenticchie e verdure al curry. Il piatto si chiama dal-bat e i nepalesi in montagna non si nutrono d’altro. Sono stato benissimo. Mi ha colpito molto anche un cartello, sul sentiero per l’Annapurna, che diceva: da qui in poi si entra in una valle sacra e per rispetto alla montagna non si uccidono né mangiano animali. Lì ho pensato: è giusto, io non lo farò mai più. Certo che mi piaceva la carne, ma da quando sono tornato dal Nepal non l’ho più mangiata. È un’astinenza di cui vado fiero. Come dice il mio amico e maestro Goffredo Fofi: sono vegetariano perché non voglio esercitare nessun tipo di violenza, nemmeno sugli animali.

“Non c’è niente come la montagna per ricordare”, dici. E c’è poi la frase cruciale del libro, che ne contiene tutti gli snodi: “Il ghiacciaio è la memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi”. Allora, se l’acqua di adesso “magari viene da un inverno di cent’anni fa”, come dice il papà di Pietro, ti chiedo questo: tra tutte le cose che il Monte Rosa potrebbe custodire e raccontare tra cent’anni a chi si spingerà fin lassù, cosa ti piacerebbe che raccontasse di te?

Ero un bambinetto di sette anni la prima volta che ho pestato il ghiacciaio, tutto fiero perché mio padre era fiero che fossi il più giovane del rifugio. Mi piacerebbe che il Monte Rosa custodisse quel giorno lì.

Francesca Pellas

Mezza cuneese e mezza genovese, ha il caschetto, un cognome greco (rassegnatevi: non è sardo) e un'àncora tatuata sul polso in onore del suo nonno marinaio. In Italia lavorava nell'editoria. Da un anno si è trasferita a New York, dov'è reporter e apprendista pirata. Ama il cinema, l'autunno, le margherite, la mitologia greca, i suoi amici, il cibo buono e i posti belli. I libri saranno sempre il suo luna park e il suo grande amore.

4 Commenti
  1. Finalmente un’intervista come dovrebbero esserne tante altre! La si legge come un libro!Grazie Francesca che hai fatto che Paolo si raccontasse in modo naturale,spontaneo ed entusiasmante!Che grande persona è Paolo!

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