Per una nuova epica

Un’epica per essere davvero tale ha bisogno di una cosa sola: i numeri.

Ha bisogno di tanti lettori, tanti fruitori, tanti entusiasmi, altrettanti – o quasi – autori.

Ha bisogno di frammentarsi, di perdere l’identità, di perdere il padre e di banchettare sulle sue stesse ceneri, di celebrare filoni sottili quanto atmosfere e di vedere prosperare i suoi personaggi più secondari.

In questo senso Game of Thrones è l’unica vera epica moderna dopo Il Cid, i romanzi arturiani, l’Orlando furioso.

È una questione di meccanismo.

Un lievito madre di cinque romanzi (in lingua originale, suddivisi in dodici volumi nella traduzione italiana), da cui peraltro il perturbante alone dell’incompiutezza non è stato ancora fugato, e qualche prequel – un tempo avremmo detto enfance – scritto dallo stesso autore, incontrano l’amplificazione narrativa dei tempi moderni e si fanno digitali.

L’autore inizia a evaporare e chi lo rimpiazza, come accadeva con i giullari che non erano poeti, piega la storia ancora fortissima ai voleri del pubblico, che a dimenticare e tirare verdura marcia ci impiega un attimo.

La storia regge, si chiuderà e inizierà a sciogliersi in episodi precedenti anche in formato schermo, ad oggi quattro sono i progetti di serie tv in discussione in questo senso.

Le vibrazioni delle onde di diffusione è fatta di altre espressioni creative germogliate dall’ammirazione che, continuando a trarre linfa vitale dal lievito madre, non continua a vivere. Magari qualcuna otterrà persino successo ed eco popolare, ma poco importa perché a questo punto le trame si saranno depositate anche in chi si limita a fruire e, lontano da velleità artistiche, racconta e si racconta l’aspetto della storia che per lui ha più contato, facendo rivivere le essenze delle vicende e dei personaggi in cui si è rispecchiato nella sua esistenza. Magari anche raccontandoli a modo suo ai figli o alle figlie, che vogliono sapere di quella regina con mille nomi strani che affascina i grandi, ma che soprattutto cavalca draghi e rende possibili cose impossibili. O di quell’altra regina, che si è sempre vista soffiare via la possibilità di essere felice, tanto da diventare cattivissima.

Ogni cognizione di tempo va in cortocircuito: Le Cronache del ghiaccio e del fuoco devono correre indietro al loro medioevo d’ispirazione per trovare il legittimo predecessore del proprio successo. Non si deve rabbrividire di fronte a simili paragoni classici: i cicli epici del passato erano estremamente popolari, andavano in pasto agli analfabeti, lo zoccolo duro del pubblico. Le gesta contavano su supporti raffinati su cui prosperare, i manoscritti, ma quanto sono sofisticate le serie tv oggi? È tutto un po’ più ineffabile, è vero, ma non so quanto fosse concreto per lo stalliere il codice miniato che narrava la storia eppure anche lo stalliere avrebbe saputo intrattenere con le avventure di Lancillotto raccontate a menadito.

La metaletterarietà poi trionfa: Arya Stark, un personaggio della contemporanea epopea, ad esempio godeva nell’ascoltare i racconti della balia sui draghi e le regine coraggiose e ora se li rivede sfilare sotto il naso. Come noi.

I confini si abbattono e, se solo ci si riflette un po’ su, si percepisce un movimento a spirale che trascina verso un nucleo, quello di un reicontro di noi stessi, come collettivo, nell’essere umanità con il relativo e inabbattibile desiderio di sentirsi raccontati. Poco importa la biforcazione dei supporti e la mutazione degli stessi.

Manca la prova dei secoli. Su questo si può solo fantasticare, come quando da piccoli si leggevano i libri di storia a scuola e si pensava se, nel proprio tempo, stesse accadendo qualcosa che i posteri avrebbero letto su pagine analoghe decenni dopo e se sì, in quale forma, che cosa sarebbe passato?

Consapevole che stile e struttura si dissolveranno, se indulgo per un momento a immaginare che cosa mi piacerebbe rimanesse di Game of Thrones non mi trovo con molti dubbi. Sono le psicologie dei personaggi, dei più importanti almeno, di quelli sfuggiti alla lama facile del burattinaio. Questi sono coloro che hanno saputo riscoprirsi diversi da quelli che la vita e la nascita aveva loro provato ad imporre di essere, quasi che questa abilità sia l’arma segreta per non morire. Mi piacerebbe che rimanesse il fatto che un nano respinto dai suoi stessi genitori sia rimasto comunque a galla, che un’ultimogenita abbia dato vita a dei draghi, che un traditore abbia cercato di salvare dei regni, che chi doveva essere solo una brava e bella moglie abbia avuto il coraggio di assecondare la sua vocazione alla guerra, che un bastardo sia il miglior candidato a diventare il re del mondo. Mi piacerebbe che in questi esempi risuonassero potenti le battaglie sociali dei nostri giorni, la lotta per le uguaglianze di genere, la voglia di riscatto di chi un tempo poteva venire definito un reietto, per chi si è sentito dire che avrebbe solo dovuto vergognarsi.

Se George R. R. Martin finisse The Winds of Winter farebbe un grande favore alla storia della letteratura per due ragioni: la prima è che alimenterebbe questo epico ragionamento, la seconda riguarda la creazione di un precedente. Con questo libro avverrebbe cioè una fusione inedita tra popolo di lettori e di spettatori con tempistiche inusuali, con lo schermo che precede la pagina e con il conferimento di un nuovo potere allo scritto, che potrebbe vendicare, affermare il diritto ai tempi lenti, alla profondità, alla contemplazione di una materia profana.

Vedremo. Quello che è certo per noi italiani è che, se anche torneremo a leggere le parole di Martin, lo faremo con mezzo sorriso: senza Sergio Altieri a tradurre non sarà mai più la stessa cosa.

 

Immagine di copertina via

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

1 Commento
  1. Lo stesso Altieri dei tanti, noti strafalcioni di traduzione che hanno fatto rabbrividire gli appassionati?

  2. Ciao Marco, sì lui, quello di cui in Mondadori volevano la testa sulla picca per avere fatto errori nella danza dei draghi, che ha dovuto tradurre in tempo record. Niente può togliere a Sergio la sua enorme passione per le storie di Martin, la sua impressionante sintonia con l’autore e la sua dedizione. Ha fatto qualche errore, è vero, ma aveva anche l’enorme cuore che ci vuole per prendersi sulle spalle una simile impresa e questo mi basta al momento. È mancato all’improvviso il 16 giugno e ha lasciato un vuoto immenso.

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email NON sarà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>