Reservoir 13, Jon McGregor

La foto di copertina è di Stephen Arnold

Qualche settimana fa ho notato una cosa curiosa (non più curiosa di una normale campagna pubblicitaria, ma tant’è): molti degli spazi pubblicitari nella metropolitana di Londra parlavano di un libro uscito nel 2017, ora disponibile in brossura, che è “un capolavoro”. Certo si potrà dire che poster del genere appaiono ogni settimana e che a dargli credito il mercato editoriale produrrebbe capolavori alla velocità della luce, ma la cosa curiosa sta proprio qui: Reservoir 13 di Jon McGregor è veramente un capolavoro. E la notizia ancor più interessante è che che da qualche giorno è disponibile anche in italiano per i tipi di Guanda (Bacino 13, trad. A. Arduino)

La storia è ambientata in un villaggio del Peak District e si apre con la scomparsa di Rebecca (“Rebecca, or Becky, or Bex”) durante una passeggiata con i genitori tra le colline e le brughiere (i moors) circostanti il villaggio. Sebbene l’evento apra la narrazione e ne costituisca la forza propulsiva, i veri protagonisti sono il villaggio e la natura. Quello che si dipana lungo le pagine di Reservoir 13 è un racconto corale saturo di sentimento pànico, dove si sovrappongono e si alternano le azioni quotidiane dei vari abitanti del villaggio, i passaggi degli animali, i cicli della natura, la manutenzione della limitata infrastruttura del villaggio. Con frasi brevi e asciutte McGregor racconta i tredici anni seguenti la scomparsa di Becky ma soprattutto delinea la lenta e progressiva sedimentazione della sua presenza (o assenza) nella coscienza collettiva degli abitanti del paese. Attraversando i cicli naturali delle stagioni e della vita, la narrazione e l’esperienza della scomparsa di Becky assumono progressivamente sempre più i tratti di un processo di mitizzazione: alla scomparsa di Rebecca seguono la sua ricerca, le indagini, gli sforzi collettivi per raccogliere informazioni; i genitori dapprima si stabiliscono al paese per seguire le ricerche poi pian piano lo abbandonano; voci su presunte apparizioni della ragazza iniziano a spargersi per il paese; le fotografie che appaiono sui giornali sostituiscono quelle della memoria; una ragazzina si veste da Becky Sharp ad una festa di Halloween sancendo così la sua trasfigurazione in mito. La scomparsa di Rebecca si trasforma pian piano sempre più in una folktale al cuore della comunità nei confronti della quale prima o poi tutti si devono confrontare.

Che fine ha fatto Becky Sharp? Non lo anticipiamo. Anche se il lettore di crime fiction potrà rimanere deluso, l’aspetto più interessante è infatti proprio la deviazione che questo romanzo effettua nei confronti di questo genere, pur sfruttandone alcuni meccanismi. È infatti grazie al mistero della scomparsa di Becky che ci troviamo a leggere lunghe sequenze di eventi piuttosto ripetitivi che avvengono nel villaggio ogni anno come se stessimo analizzando un verbale alla ricerca di dettagli fuori posto in grado di svelare piste non battute. Curiosamente, mentre siamo occupati dalla ricerca di una risposta, spinti dal naturale bisogno di chiudere ogni cerchio, ci troviamo pian piano coinvolti in una storia completamente diversa, in una meditazione sul tempo, sulla memoria, sulla forza taumaturgica della natura e sul rapporto tra individuo e collettività. Becky è un’estranea rispetto alla comunità del villaggio, eppure la sua scomparsa muove equilibri solidificati nel tempo causando una breve scossa che andrà a infilarsi tra questi allo stesso modo in cui le catastrofi climatiche marcano gli strati geologici.

Potrebbe concludersi tutto qui, con l’ultima frase del romanzo e un caso irrisolto, se non fossero apparsi nel frattempo su BBC Radio 4 (e successivamente pubblicati in un volume cartaceo) The Reservoir Tapes, 15 perspectives on a disappearance, quindici podcasts, ognuno la storia di un personaggio più o meno direttamente toccato dalla scomparsa di Becky. Mentre Reservoir 13 è un romanzo corale raccontato da un narratore che si muove al di sopra del villaggio come i falchi sui moors, i Reservoir Tapes offrono le confessioni intime dei genitori di Becky e di alcuni degli abitanti del villaggio. Allo sguardo orizzontale del romanzo si oppone quello verticale dei singoli personaggi, il tempo si espande oltre i tredici anni coperti dal romanzo così come si articolano le modalità di esperienza della storia.

Poggiando sull’infrastruttura creata da Reservoir 13 e sfruttando la diffusione radiofonica, i Tapes dilatano l’universo della storia e invitano il lettore al suo interno per un’esperienza narrativa transmediale (quasi) immersiva. Ad ogni racconto ci troviamo un po’ più vicini ai personaggi che popolano le pagine del libro: come loro guardano il notiziario alla TV alla ricerca di una risposta al mistero, così noi ascoltiamo la radio alla ricerca di nuovi frammenti da cucire nelle nostre narrazioni di comodo.

Con Reservoir 13 e The Reservoir Tapes Jon Mcgregor riesce in qualcosa di straordinario, fonde crime fiction e nature writing, coralità e confessione intimista, realismo e folktale e crea un universo narrativo sospeso tra tradizione e sperimentazione in perfetto equilibrio tra spinte centrifughe e centripete.

È difficile non rimanere impressionati da questo lavoro: i moors e le dense nebbie delle midlands diventano personaggi al pari di Becky e delle volpi che popolano i boschi circostanti il villaggio o i nibbi che sorvolano i pascoli. Non vi sono chiusure o soluzioni nella storia eppure vi serpeggia silenziosa una speranza che è ineluttabile come il ritorno costante delle stagioni.
Alla fine la disperazione cede il passo a una difficile ma progressiva catarsi.

Giorgia Tolfo

Vive tra Londra e i libri. Promuove un uso consapevole e rivoluzionario della letteratura. O almeno ci prova.

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