Scoprirsi e tornare a casa. Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti

L’immagine di copertina è di Daniil Silantev

“È un modo che ho io di cacciare la malinconia e regolare la circolazione. […] Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare” (Moby Dick)

“La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.” (Bruce Chatwin)

 

La maggior parte dei libri che parlano di montagna (o di natura, o di mare!) in qualche modo raccontano un rapporto radicale e profondo tra l’uomo e il mondo. Dove il mondo naturale semplicemente allevia le pene della condizione umana. Il mondo è ciò che è, per dirla con Franzen, è “resistenza”. E l’uomo si misura con lui. Grazie al confronto con il mondo naturale l’essere umano diventa consapevole della finitezza della propria esistenza e dell’entità delle proprie forze. Trova sé stesso.

Cognetti non fa difetto a questo schema classico. Eppure, nel suo Senza mai arrivare in cima (Einaudi), valorizza qualcosa che ad altri è sfuggito, secondo un punto di vista profondamente legato al modo di vivere della sua (nostra) generazione. Qualcosa che emerge anche nel romanzo Le otto montagne e che qui prende una piega quasi spirituale.

La montagna di Cognetti, quella di Bonatti, di Krakauer e perfino quella partigiana di Giorgio Bocca, è una montagna che ispira riflessioni profonde. Non mero sfondo, non mero espediente narrativo, ma origine dinamica e implacabile di un rimestare dell’animo umano che dell’individuo definisce i contorni e plasma la sostanza. Un innesco per l’elevazione dello spirito, per l’esperienza concreta di se stessi e in certi casi per la riflessione a tema sociale. Il luogo del sollevamento di un velo.

Ognuno con i suoi modi, la sua storia e le sue peculiarità, questi autori dipingono una montagna che mantiene i propri tratti fondamentali e universali.
La montagna è un luogo di assoluti. Un luogo dello spirito dove si è soli con se stessi eppure non si è mai soli veramente. È il luogo della libertà per antonomasia, intesa in senso concreto, dove ogni azione non solo è possibile, ma ha la sua contropartita immediata ed evidente. Non c’è spazio per la mistificazione. Ogni cosa è autentica, diviene cristallina.

Troviamo Bonatti che perde fiducia nell’umanità ma trova una forte fiducia in sé e nella propria forza di volontà. Troviamo Bocca che riflette sulla montagna come luogo dell’utopia per un attimo possibile e visibile, come luogo di una società nuova, di cambiamento e libertà: il luogo dell’evoluzione/rivoluzione di un paese. Fino agli estremi di un McCandless, narrato da Krakauer, a contatto non solo con la montagna ma con la natura incontaminata in senso allargato. Una rottura con le regole della società, un tentativo di colmare quel vuoto in realtà incolmabile tra cultura e natura dove tutto ha inizio.
Dove l’uomo e il logos hanno preso avvio. L’uscita dal giardino dell’Eden (omeostasi animale) e l’ingresso nell’ingarbugliato mondo della consapevolezza.

Cognetti appartiene però a una generazione diversa da quella di Bocca e Bonatti. A una categoria diversa di persone. Se Bonatti ha lo sguardo dell’atleta, dell’alpinista professionista e Bocca quello del giornalista vecchio stampo, Cognetti è invece per la montagna quello che Roland Barthes era per la fotografia. Un amatore, che non ha velleità. Non vuole competere o trasmettere una memoria storica, quanto piuttosto sperimentare su di sé. Rivedere se stesso alla luce delle proprie passioni in un gioco profondo di rapporti e reciprocità che finiscono per tratteggiare agli occhi del lettore il profilo limpido di una persona con cui chiunque può immedesimarsi almeno un momento.

La montagna che ci racconta Cognetti è dunque un luogo personale e universale insieme. È vicina, autoctona (il Piemonte di Le otto montagne) ma anche lontana e esotica (il Nepal e l’Himalaya di Senza mai arrivare in cima), sempre antica e misteriosa. Attraverso le parole di un autore che cammina e ci racconta i suoi pensieri, così come letteralmente i rimestamenti delle sue interiora, possiamo identificarci in un percorso psicologico e spirituale più alto. Non c’è bisogno di aggiungere un’aura di mistero o riflessioni filosofeggianti. È tutto lì, davanti ai nostri occhi.

Così scopriamo qual è la “nostra quota”, l’altitudine a cui apparteniamo. E scopriamo il valore di un viaggio fatto a piedi, senza desiderio di conquista, meglio se in senso orario attorno a una montagna, come nella tradizione Nepalese. Un viaggio in cui il mondo si apre e ci viene data la possibilità di “anche solo poter intravedere la nostra vera natura” per avere la possibilità, infine, di “tornare a casa”.
Così Cognetti entra sempre più sotto pelle. Risveglia il viaggiatore che è in ognuno di noi, e come Kapuściński e Chatwin, si avventura alla scoperta del mondo e del senso del proprio esistere in compagnia di un libro e di un bagaglio culturale che serve a gettare ponti, piuttosto che a costruire muri.

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