Se il maschio dev’essere sempre Tostissimo. Letteratura per l’infanzia e stereotipi di genere

Quest’immagine non vi sembra molto strana, no? In principio neanche a me.

C’è una famiglia: mamma che cucina, papà che aspetta il pranzo seduto a tavola, figlio che lo segue e figlia che apparecchia. Tutto nella norma insomma.

Una mamma indaffarata
Dettaglio di copertina di Una mamma indaffarata, Richard Scarry

A volte, però, il problema è proprio la norma e non ce ne rendiamo quasi conto, perché facciamo molta più fatica a smascherare – anche solo a sospettare – che dietro a quel che reputiamo “normale” o “consueto” si nasconda una narrazione tendenziosa (e, tutto sommato, nemmeno troppo aderente al reale).

Lo scorso giugno, il sindaco di Venezia Brugnaro, è cosa tristemente nota, si è scagliato contro la supposta teoria del gender, mettendo al bando una serie di libri per l’infanzia con lo scopo di difendere i nostri bambini da racconti destabilizzanti. Ma ha mirato all’obiettivo sbagliato, perché quello da cui i bambini andrebbero veramente difesi è altro, è proprio lo “stabilizzato”.

Chi l’ha detto che sia sempre la mamma a dover spignattare, la figlia a dover apparecchiare e papà e bambino a rimanere seduti a tavola in attesa? Dite che in effetti è quel che succede nella nostra realtà di ogni giorno? La risposta è: dipende. Al momento sto guardando il mio ragazzo che affetta asparagi con il grembiule, mentre io mi dedico, diciamo così, al lavoro intellettuale. Non credo che alcun bambino si scandalizzerebbe di fronte a una scena del genere, che anzi, verosimilmente vive spesso. Eppure è molto più facile che nei suoi libri il piccolo trovi piuttosto un’immagine come quella riportata all’inizio: questa è la norma, lo stabilizzato. Ed è questo che spesso deve essere rifiutato, laddove nella norma si annida lo stereotipo di genere, che una volta inculcato è difficile persino da riconoscere, figuriamoci da combattere.

Benissimo la mamma che cucina, benissimo il papà che legge il giornale. Benissimo la bambina che gioca con le bambole, benissimo il bambino che costruisce la fortezza dei cavalieri con i Lego. Non ho intenzione di dire che l’attribuzione di queste quattro attività sia sessista di per sé. Né che nei libri per bambini tutte le mamme debbano lavorare al Gasauto.

Ma, mi chiedo, è possibile che un personaggio-papà che fa la spesa non esista, se non vedovo o divorziato? Possibile che un personaggio-bambino non possa desiderare di imparare a fare una torta senza sentirsi dire che quantomeno è strano? E non a caso ho citato la metà maschile, perché – magari vi sembrerà buffo – è prigioniera degli stereotipi tanto quanto quella femminile, ma se ne parla molto meno.

Non ci credete? Facciamo un paio di prove, attingendo al bagaglio di ricordi dei libri che ho letto io da bambina. Vi vengono in mente esempi di protagoniste femmine di libri per l’infanzia, bambine o adulte, che si discostano dal solito modello (o, diciamola meglio, stereotipo sessista) di paurose, educate, servizievoli, dedite alla cura della casa e degli altri? Penso proprio di sì. Per fortuna, almeno dalla mia generazione in avanti abbiamo imparato a conoscere personaggi femminili che decisamente scardinano questi pregiudizi, a partire da Pippi Calzelunghe, fino al trio dei “Maschiacci” Puntoni-Maffei-Cardano (e un po’ a tutte le eroine di Bianca Pitzorno), dalla “nonnastra” di Strega come me fino alla più recente principessa di Monica e Rossana Colli, che sbuffa, rifiuta acqua e sapone e ignora le buone maniere (Storia incredibile di due principesse che sono arcistufe di essere oppresse, Lapis edizioni). Bambine, ragazze, mamme o zie coraggiose, eccentriche, disordinate, avventurose, ribelli: esempi di figure di questo tipo ce ne sono, anche se, d’accordo, rimangono magari una minoranza. Però è una minoranza non silenziosa, che lascia un segno forte e che aiuta a modellare un’immagine del femminile sfaccettata, ricca, piena di potenzialità. Almeno, a me è rimasta quest’impressione dopo aver letto e riletto da bambina i libri di cui sopra. Polissena prende e se ne parte da sola alla ricerca dei suoi veri genitori, affrontando mille peripezie. In lei ci sono le caratteristiche tipicamente associate a una ragazzina (sensibile, vanitosa, curiosa), ma anche quelle che in tanti altri libri sono appannaggio esclusivo dei maschi (coraggiosa, intraprendente, abile nello sport): ti lascia l’impressione di una figura completa (dire complessa forse è esagerato), e reale.

Ozzy
Tostissimo, illustrazione di Roberto Luciani

Possiamo dire lo stesso dei personaggi maschili? Insomma. A ben vedere padri e bambini appaiono molto più prigionieri degli stereotipi di quanto non lo siano madri e bambine, o almeno, sembra che oltre le caratteristiche stereotipate non ci sia altro. E, se c’è, non va bene e dev’essere ricondotto a una norma confortante. Facciamo qualche esempio.
Dall’“abnorme” alla “norma” è il percorso di Ozzy Loffi, l’adolescente per niente cool del libro di Domenica Luciani Tostissimo (Feltrinelli, 2001). Ozzy è timido, insicuro, si veste male e detesta le parolacce e la musica rock: insomma, un tredicenne fuori dal coro. Che riuscirà a raggiungere l’ammirazione dei compagni che prima lo deridevano e l’attenzione della bella Samantha solo quando cambierà completamente: sul palco a suonare il basso in un concerto hard rock, con i capelli tinti e un look “giusto”.

Anche Michele, il piccolo protagonista di Cuore di ciccia (Susanna Tamaro, Giunti, 1992), decisamente non rientra nei canoni, e questo proprio non va giù alla sua mamma: «È mai possibile che non ti vergogni? La ciccia ti avvolge dalla testa ai piedi […] Quante volte te l’ho detto che non si può essere grassi, eh?».

«Pensa all’inglese, al computer, e lascia perdere i sogni che non servono proprio a niente».
Bambino sensibile, ubbidiente e accomodante, che soffre la solitudine e la lontananza affettiva dei genitori, Michele si rifugia nel cibo e nelle fantasie, ma nessuna delle due cose piace alla mamma, che lo vorrebbe invece magro e smart. Nell’ultimo capitolo, intitolato Un bambino magro, Michele perde grazie alla magia i chili in più, dopo aver sconfitto un mostro marino responsabile di rubare i sogni a tutti gli abitanti del mondo. Una metamorfosi rispetto all’inizio del romanzo, a livello fisico (niente più rotoli di grasso sulla pancia) ed emotivo (da placido sognatore a “cavaliere” intraprendente e deciso), che coincide – anche se non determina – una ritrovata serenità nel rapporto di Michele con la mamma. Tutto, alla fine, rientra nella norma.

Perché il personaggio maschile deve essere ricondotto a un unico modello? Perché va bene solo se è fisicamente piacente, coraggioso, intraprendente, brillante? E perché caratteristiche come la sensibilità, la timidezza, la fantasia sono descritte quasi sempre come aspetti negativi, o limitanti, per il bambino?

Nel suo studio Sessi e sessismo nei testi scolastici. La rappresentazione dei generi nei libri di lettura delle elementari (2006), Irene Biemmi ha analizzato i volumi per l’infanzia di dieci case editrici italiane, per scoprire ad esempio che molti aggettivi hanno un “genere” (tra gli altri: affettuosa, premurosa, paziente, tenera, docile sono riferiti esclusivamente a personaggi femminili, mentre sicuro, coraggioso, avventuroso, deciso, audace valgono solo per i maschi). Ha anche messo in evidenza che i bambini timidi e deboli sono ben pochi (solo tre in tutti i testi analizzati) e che uomini che danno una mano in casa non sono rappresentati («Non sono invece riuscita a trovare neppure un caso di uomini che assumano ruoli familiari “atipici” per il proprio sesso: non esistono casi di papà che accompagnano a scuola i propri figli, che cucinano, che vanno a fare la spesa)». Questo, oltre a restituire un’immagine irreale del maschio, ne impoverisce drasticamente la figura. Nonostante tutte le battaglie prendano in considerazione per lo più il femminile, mi pare che gli stereotipi di genere agiscano altrettanto negativamente per quel che riguarda il maschile, la cui complessità viene del tutto appiattita.

Teo
La bambola dell’alchimista, illustrazione di Laura Crema

Qualche raro esempio illuminato di antistereotipo si trova però anche per i maschietti, e non solo negli ultimi anni. Già nel 1988 la solita Bianca Pitzorno con La bambola dell’alchimista ci ha proposto come protagonista Teo, quieto, sensibile, che ama giocare con l’amica Valentina e i suoi bambolotti fingendo di essere una famiglia, e per questo viene così apostrofato dalla madre: “Vergogna! Giochi con le bambole come una femminuccia” (pare che le madri facciano una pessima figura in questi libri). E nel corso della storia Teo non cambia, semmai evolve: il suo desiderio di “famiglia” e di prendersi cura di un bambino (sentimenti attribuiti tipicamente al femminile) lo spinge a comprarsi una bambola speciale che lui possa accudire come una sorellina, con cui addirittura si trasferisce a vivere in albergo, indipendentemente dai genitori.

A me pare che i sentimenti e i comportamenti “femminili” che caratterizzano questo personaggio rendano meritoriamente giustizia al lato spesso occultato, ma esistente, del maschile. Non sono infatti forse attribuibili anche a un buon papà reale? Di quelli come ne conosciamo a migliaia ma che, come scrivevo prima, faticano a farsi strada tra le pagine dei libri.

In terre ancora più estreme si spinge il libro di Harvey Fierstein Il bell’anatroccolo (Lo Stampatello, 2012), che si ispira alla storia classica dando uno scossone agli stereotipi di genere. Elmer, l’anatroccolo, è un maschio, ma le sue passioni sono la cucina, la pittura e i vestiti rosa… e tutti lo chiamano femminuccia, compreso il suo papà, che lo vorrebbe invece forte e più mascolino. Ma arriverà un momento in cui anche lui dovrà ricredersi, perché accanto ai lati “femminili” Elmer saprà sfoderare coraggio e intraprendenza. A ben pensarci non è nulla di eclatante (nella realtà del mondo esisteranno milioni di uomini coraggiosi e amanti della cucina), ma è significativo che venga rappresentato in un libro per bambini, dove, come dicevamo, normalmente a dominare sono modelli univoci di “mascolinità”.

Ma forse non sarà sempre così: a combattere questa tendenza, e gli stereotipi in generale, negli ultimi anni si sono impegnati diversi editori, con volumi dedicati all’educazione alle differenze e alla prevenzione delle violenze di genere. Per quanto riguarda la realtà italiana, possiamo ricordare tra gli altri, Lo Stampatello, Lapis, Giralangolo, Fatatrac, Junior, Sinnos, Settenove e Mammeonline (questi ultimi due promotori proprio recentissimamente alla Bologna Children’s Book Fair di un incontro sull’importanza di guidare i bambini a leggere senza stereotipi)… la maggior parte di loro naturalmente vanta almeno un titolo nell’Indice dei libri proibiti di Brugnaro.

Stereotipo ha in sé l’aggettivo greco στερεος, che significa “fermo”, “solido”. Una norma fissa e sempre valida dà sicurezza (femmina = debole, maschio = coraggioso); là dove invece qualcosa sfugge ecco che ci troviamo sperduti, spaventati, e pure infastiditi perché ci tocca rimettere le cose in discussione. Peccato però che la vita vera sia fatta così e che i modelli fissi spesso siano insufficienti o proprio dannosi; forse saremmo più propensi a capirlo e accettarlo se ne avessimo letto sin da bambini.

Silvia Banterle

Al contrario di tutto il resto del genere femminile, non vede l’ora di invecchiare, per poter finalmente essere acida come Emma Thompson in Saving Mr. Banks. A proposito, un attimo fa avete sbagliato a pronunciare, il suo cognome è sdrucciolo.

4 Commenti
  1. Sono un maschio e sono assolutamente d’accordo. Non aggiungo altro. Bell’articolo. Complimenti.

  2. Grazie e complimenti per aver scritto un pezzo analitico, documentato e attuale, senza retorica e con tanta onestà intellettuale. Ammirevole.

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