Un inferno diverso

Le parole di Emilio Lussu, italiano che combatté e raccontò la Grande Guerra, descrivono al meglio la condizione del soldato lanciato all’assalto durante una battaglia: «In guerra, chi è un metro avanti considera gli altri al sicuro». Essere davanti, essere i primi, comporta notevoli rischi: esporre i corpi alle pallottole e alle granate, entrare nel mirino di innumerevoli nemici e cadere ancor prima di poter sparare un colpo. I primi minuti, intensi e crudi, di Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg – film che, insieme a La sottile linea rossa di Terrence Malick, chiude la carrellata di rappresentazioni belliche del “secolo breve” – mostrano ciò che accade alle prime ondate di soldati. Giovani colpiti, affogati, dilaniati, mutilati, morti e morenti circondano un Tom Hanks disorientato e sconvolto dall’inferno costiero in cui è stato catapultato da un mezzo da sbarco sobbalzante. Meno spaventoso, e sicuramente più agevole, fu l’arrivo sulle spiagge della Normandia dei contingenti successivi, quando le difese tedesche, rese silenti dalle prime ondate alleate, permisero alle truppe attaccanti di penetrare nell’entroterra francese. Oggi il racconto della Seconda Guerra Mondiale si trova proprio in questa situazione. I grandi narratori che combatterono per davvero, che calcarono le steppe russe (Vasilij Grossman, Mario Rigoni Stern, Giulio Bedeschi), che conobbero le spiagge del Pacifico e l’Europa Occidentale (Norman Mailer e JD Salinger) e che presero parte a guerre civili e di resistenza (da Ernest Hemingway a Beppe Fenoglio), hanno da qualche tempo esaurito il loro inchiostro denso di ricordi. Chi sono allora coloro che continuano, nei primi decenni del XXI secolo, a raccontare l’inferno che bruciò il mondo dal ’39 al ’45? Quali trame e quali personaggi animano i libri dei nuovi contingenti di romanzieri?

A settantun anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale la memoria del conflitto è ancora viva e bruciante in tutto il mondo; ne è una dimostrazione la pubblicazione, ogni anno, di nuove storie ambientate in quegli anni scritte da autori nati molti anni dopo il cessate il fuoco. Gli esempi sono disseminati in ogni scaffale delle librerie: sia quelli occupati da autori che sono soliti concorrere a premi letterari di alto livello, sia quelli ingombri di bestseller mondiali da milioni di copie ciascuno.

In tempi recenti sui podi letterari di numerosi paesi sono saliti autori che hanno esplorato la Seconda Guerra Mondiale con occhi nuovi, più moderni dei loro predecessori. Alcuni esempi? Europe Central di William T. Vollmann (National Book Award 2005, premio che negli anni ’70 andò all’Arcobaleno della gravità di Pynchon – masterpiece postmoderno sul tema), Le Benevole di Jonathan Littell (Goncourt in Francia nel 2006), Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (Premio Strega nel 2010), La strada stretta verso il profondo nord di Richard Flanagan (Booker Prize 2014) e Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr (Pulitzer nel 2015). Accanto a questi titoli, che forse non avrebbero avuto così ampia risonanza senza la spinta dell’alloro, è stato pubblicato un gran numero di libri di successo, spesso firmati da autori affermati in grado di far registrare vendite da capogiro. A capo di questa schiera c’è senza dubbio Ken Follett, maestro del bestseller internazionale a sfondo storico, che di recente ha ripreso alcuni temi a lui cari nella sua “Century Trilogy”, il cui secondo volume – L’inverno del Mondo – è totalmente dedicato agli anni del secondo conflitto mondiale. Il romanziere gallese si era già confrontato con l’argomento in passato, scrivendo diversi romanzi di successo: La cruna dell’ago, Il Codice Rebecca, Le gazze ladre e Il volo del calabrone. Il cinema, grazie all’amplificazione che regala ai testi da cui nascono sceneggiature vincenti, ha portato altre opere, come Il mandolino del Capitano Corelli (dal bel romanzo omonimo di Louis de Bernières) e Storia di una ladra di libri (dall’opera di Mark Zusak), a vivere nuove primavere. Più recentemente, negli Stati Uniti ha spopolato L’usignolo di Kristin Hannah, titolo in grado di occupare la top-ten dei libri più venduti del New York Times per oltre trenta settimane filate.

Ma che caratteristiche presentano questi libri e in che cosa differiscono rispetto a quelli scritti dai romanzieri-combattenti delle prime ondate? Trattano di un inferno diverso, ossia sono storie che rompono vecchie tradizioni, che generano nuovi filoni e che, soprattutto, esplorano sentieri in precedenza inesplorati. Uno dei primi aspetti che li accomuna è l’epica. Si tratta, infatti, di romanzi meno lirici dei precedenti, in cui è palese (e ovvio per ragioni anagrafiche) la tendenza a smarcarsi dalla corrente delle testimonianze che contraddistingue le prime produzioni post-belliche. Le nuove storie assumono tinte epiche, multi-piano, prevedono narratori esterni e presentano un distacco maggiore rispetto ai fatti che descrivono. Non c’è più posto per vere esperienze di guerra, portate sulla carta da scrittori che prima della penna avevano imbracciato il fucile, perché dietro al computer siedono bestie d’archivio che la guerra la studiano, la guardano in televisione e se la fanno raccontare. Questa caratteristica si riflette nella scelta dei protagonisti: i soldati stanno scomparendo. Negli anni in cui la narrazione di testimonianza è premiata con un Nobel – a Svetlana Alexievich, giornalista bielorussa che ha raccontato in uno dei suoi “romanzi di voci” l’epopea tragica delle donne sovietiche durante la “Grande Guerra Patriottica” contro il nazi-fascismo – e in cui gli scaffali delle librerie sono affollati di libri scritti da soldati che combattono le guerre contemporanee – Chris Kyle & company – i romanzi ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale cercano nuove voci in quel panorama di genti pressoché infinito che fu travolto dal conflitto.

Le nuove storie assumono tinte epiche, multi-piano, prevedono narratori esterni e presentano un distacco maggiore rispetto ai fatti che descrivono.

Ecco dunque i giovani (e giovanissimi) alle prese con gli orrori della guerra: Liesel Meminger in Storia di una ladra di libri, la piccola e cieca Marie-Laure e il prodigio della tecnologia Werner in Tutta la luce che non vediamo, la giovane partigiana Isabelle in L’usignolo. Lontani anni luce dalle allegorie di Günter Grass, questi romanzi sembrano voler unire la percezione adolescenziale degli orrori della guerra (vedi Anna Frank) all’epica dei romanzi del dopoguerra, di resistenza e non, presentando personaggi affini a Hans Schwarz, protagonista dei libri di Fred Uhlman. Ma non mancano esperimenti più audaci, come Le Benevole di Jonathan Littell – vero e proprio memoir dell’SS Maximilien Aue, responsabile di azioni criminali in Unione Sovietica durante l’Operazione Barbarossa e durante l’Olocausto, o l’esperienza degli adolescenti tedeschi Walter e Fiete raccontata in Morire in primavera di Ralf Rothmann, grande successo di pubblico e critica in Germania. A prescindere dai singoli esempi, il risultato resta il medesimo: trovare nuove voci e nuovi protagonisti capaci di offrire punti di vista originali su quella che prima, nella maggior parte dei casi, era una guerra di soli militari, partigiani e deportati.

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Lo scenario in cui si intrecciano le trame di questi libri sembra essere cambiato. La guerra nella sua essenza più devastante, il campo di battaglia, è passata in secondo piano. Spesso è simile a un’eco lontana, che accompagna una narrazione distante anni luce dal fronte.

Anche lo scenario in cui si intrecciano le trame di questi libri sembra essere cambiato. La guerra nella sua essenza più devastante, il campo di battaglia, è passata in secondo piano. Spesso è simile a un’eco lontana, che accompagna una narrazione distante anni luce dal fronte. Più che della battaglia, leggiamo dei suoi effetti, di ciò che provocano i combattimenti senza fine, i bombardamenti a tappeto sulle città, i rastrellamenti di minoranze e partigiani e le deportazioni. Alla luce di questa variazione di scenario, appare chiaro perché i protagonisti siano sempre più soldati lontani dalla battaglia o veri e propri civili che tentano di sopravvivere nelle zone occupate dalle forze militari in movimento. La guerra diventa così un grande affresco, una vera e propria scenografia adatta a fare da sfondo alle singole storie degli individui coinvolti. Soffrono tutti: questo è il messaggio; una verità che accompagnò la Seconda Guerra Mondiale per tutta la sua durata. Dal paesino occupato della Francia in cui vivono Vianne e Isabelle, protagoniste de L’usignolo, al campo di lavoro giapponese nel sud-est asiatico in cui sono rinchiusi i militari alleati di cui narra Richard Flanagan in La strada stretta verso il profondo nord, questi nuovi romanzi mostrano un panorama complessivo che lascia senza fiato. Senza sminuire per nulla la drammaticità reale dell’evento storico, permettono al lettore di contemplarne la complessità e la vastità: le giungle della Birmania, le gelide pianure russe, la sanguinante campagna francese, l’Europa bombardata in lungo e in largo, le città distrutte dalla furia dei combattimenti; pare non esista posto in cui la guerra non si sia infiltrata causando morte e devastazione. Se i campi di battaglia si somigliano tutti, a prescindere da dove le pallottole volino e quale bandiera battano le formazioni che le sparano, le aree del mondo in cui la guerra ha messo piede sono tutte diverse e in ciascuna di esse i popoli che ne sono stati contagiati e feriti hanno risposto a modo loro. Allontanare la macchina da presa dalle battaglie principali per riprendere fatti marginali ma non meno importanti non può che contribuire ad ampliare e a diversificare le testimonianze che denunciano l’uniformità dell’orrore bellico.

Ci si potrà chiedere se l’onnipresenza della Seconda Guerra Mondiale nei libri abbia a che fare con questioni di moda o, addirittura, con la sua esaltazione. C’è ancora chi, davanti a un premio letterario assegnato a un libro che tratta di guerra è roso dal dubbio: immagina che il successo di un libro derivi da uno strambo amore per la guerra più che dalla bellezza e dalla potenza della storia che contiene; per cui è necessario fare premesse, prendere le distanze, criticare e storcere il naso. È successo per Le Benevole di Littell, succede ogni volta che un premio letterario va a coronare l’ennesimo lavoro di narrativa bellica. Dove sta la linea che divide un romanzo che esalta la guerra da uno che la racconta? Probabilmente non esiste. Purtroppo permane la tendenza a etichettare moralmente i libri, dimenticando ogni volta che questi non sono altro che storie, capaci di farci uscire per un momento da noi stessi al fine di calarci in situazioni che non potremo mai vivere ma che possono insegnarci qualcosa su noi stessi e sul mondo. A proposito di altre battaglie e altri massacri, Remarque scrisse che «solo l’ospedale mostra che cosa è davvero la guerra» (uno slogan che pare uscito dalla bocca di Gino Strada!). Remarque aveva ragione, ma sono le storie l’altro ingrediente principale per far sì che nascano sempre nuove domande e che il dubbio s’insinui in profondità, dove può vivere, fecondo e vigile. Prendete come esempio L’usignolo, il libro di Kristin Hannah che ha venduto moltissimo negli Stati Uniti e che da qualche mese è sbarcato in Italia per Mondadori. L’incipit del romanzo («Se c’è una cosa che ho imparato nella mia lunga vita, è questa: in amore scopriamo chi vogliamo essere, in guerra scopriamo chi siamo») propone ancora una volta la guerra come evento rivelatore dell’essenza della vita, suggerendo che solo attraversando il suo orrore possiamo arrivare a capire noi stessi. Le avventure di Vianne e Isabelle, le giovani donne protagoniste della vicenda, hanno luogo nella Francia occupata dai nazisti, nelle vie di Parigi rese deserte dal coprifuoco e nei paesini di campagna dove si nascondono i maquisards, i partigiani d’oltralpe. Alle prime sofferenze, si aggiungeranno i rastrellamenti, la repressione e le deportazioni di massa. Non è possibile nascondere il sapore melò dell’intera vicenda, né un finale che sa di “carrambata” o quella patina da romanzo sentimentale in cui è tutto orribile, ma i sentimenti sono veri e l’amore è più forte delle pallottole e delle torture. Dovremmo forse bollare il testo come furbetto, perché sfrutta lo scenario bellico e la sua carica di emozioni forti come sfondo per raccontare una vicenda dalle vaghe sfumature rosa? No, perché il libro della Hannah, pur non toccando le vette intense di alcuni romanzi dei decenni passati, in alcune parti emoziona sul serio, regala un intreccio ben architettato e offre personaggi da compagnia ai quali affezionarsi dopo poche pagine. Regala, come il mandolino di Bernières e i tanti romanzi di Ken Follett, ore di piacevole lettura, istruttiva ed emozionante.

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Perché leggere ancora di quegli eventi lontani settant’anni? Perché oltre al piacere della lettura,  gli attuali scrittori possono permetterci di ricordare e comprendere meglio un conflitto che ha lasciato tracce indelebili nelle genti e nel mondo odierno.

Le nuove generazioni dell’Europa, territorio che uscì dalla Seconda Guerra Mondiale in rovina, sono cresciute nella pace, ma il loro immaginario è pieno di notizie e storie di guerra da sempre, perché la guerra è, purtroppo, una “costante antropologica”. Perché allora leggere ancora di quegli eventi lontani settant’anni? Perché oltre al piacere della lettura, qualità inscindibile da temi e argomenti, le novità che gli attuali scrittori possono apportare – nuovi punti di vista, nuovi personaggi, nuove ambientazioni – scrivendo storie ambientate in un inferno diverso, ci permettono di ricordare e comprendere meglio un conflitto che ha lasciato tracce indelebili nelle genti e nel mondo odierno. Martha Gellhorn – intramontabile reporter di guerra che visse e raccontò tutte le “piccole scaramucce” avvenute fra la guerra civile di Spagna e gli anni ’80 e che fu, en passant, la terza moglie di Ernest Hemingway, uno che di armi e di battaglie ne sapeva qualcosa – scrisse nell’introduzione a una raccolta di suoi articoli del 1959 che contro i conflitti «i grandi deterrenti sono la memoria e l’immaginazione». Quando la memoria diretta di quelli passati comincia a vacillare, non ci resta che continuare a immaginare la guerra per poterla, in qualche modo, prevenire.

Danilo Zagaria

Biologo torinese non praticante, accumula libri e qualche volta li legge. Ogni tanto corre, meno spesso scrive.

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