Storie dal mondo nuovo, un rimedio contro la post-verità

Saranno i reportage il rimedio all’emorragia di credibilità che stanno vivendo i mass media in tutto questo dibattito sulla post-verità? Se raccontare storie vere è il modo migliore per mettere a tacere le panzane o peggio il pressapochismo e la faciloneria del giornalismo, resta da capire una cosa: quid est veritas? Per usare le parole di Ponzio Pilato: cos’è la verità?

In questo clima natalizio è giusto ricordare la figura del procuratore romano che, davanti a uno che si proclamava contemporaneamente Dio e figlio di Dio, ha deciso che non era in grado di capire cosa fosse vero e, lavandosene le proverbiali mani, ha lasciato che fosse il popolo poco o nulla informato a decidere le sorti del Cristo. Insomma, la gente deve sapere. Si, ma cosa? E soprattutto, quand’è che una storia è vera?

In un’intervista, Daniele Rielli, l’autore di Storie dal mondo nuovo (Adelphi, 2016), dice:

Non esistono più i monopoli informativi di un tempo e miliardi di persone possono contribuire, come giganteschi sciami misurabili, alla creazione dell’opinione pubblica (…) mentre la forma più “efficiente” di verità (quella cioè che si discosta meno dall’oggetto che prova a descrivere) ovvero quella scientifica, è più in forma che mai, e produce quotidianamente studi che contraddicono la maggior parte delle convinzioni presenti in questa nuova opinione pubblica balcanizzata.

È interessante questo inciso, credo, perché ci lascia capire che secondo l’autore tutto sommato una verità esiste e si può capire, a patto di diventare scienziati. Estendiamo un poco il ragionamento: possiamo conoscere il mondo applicando una sorta di metodo scientifico alla narrazione della realtà. Dubitare, informarsi, provare, riprovare e trovare una strada e che funziona per spiegare un fenomeno.

Daniele Rielli si spoglia di volta in volta di quello che è nella sua vita privata, questo anche grazie all’abitudine passata di farsi chiamare Quit the doner, indossa un camice da scienziato e analizza la realtà con gli abiti di chi la vive immergendosi di volta in volta in qualcosa che noi non conosciamo.

In bilico tra trama e straniamento, Rielli vive di volta in volta le sue avventure. E noi, grazie al volume da poco uscito per Adelphi, ne siamo compartecipi. Vediamo come.

Trama

La caratteristica principale dei suoi reportage è quella di essere veramente veri. Non è un gioco di parole. In un momento storico in cui si è convinti che si può fare dell’ottimo giornalismo stando seduti nel proprio ufficio, beh, non è una cosa da poco. Sia chiaro che, almeno per chi vi scrive, si può fare dell’ottimo giornalismo seduti dietro un monitor, ma non si può prescindere dal lavoro sul campo quando si ha l’ambizione di illustrare la complessità. Qualcosa come “le elezioni americane” o “la guerra in Siria”, raccontante o spiegate bene da dietro un monitor forse mancano di qualcosa, no?

Ripenso ad alcune delle frasi di Čechov riportate nel libretto (minimum fax, 2002) Senza Trama e senza fine (pag. 82):

Non facciamo i ciarlatani e dichiariamo francamente che a questo mondo non si capisce nulla. Soltanto gli imbecilli e i ciarlatani sanno e comprendono tutto.

Questo è il presupposto di Rielli, a mio modesto avviso. Ma anche quello di quel giornalismo che per confrontarsi con il nostro quotidiano deve riconoscere costantemente i propri limiti. Apro una parentesi.

Anche solo pensare il concetto di post-verità lascia intendere che esista un periodo della verità e un periodo della pre-verità. Domanda retorica: è mai esistita un’età dell’oro dell’informazione? Ecco, anche quando parliamo di periodi come quello della tradizione orale parliamo di idealtipi che ci servono per spiegare “le cose” ma che non sono mai state “cose” in sé.

Su internet chiunque può scrivere quello che vuole, compreso delle sciocchezze astronomiche, per dirlo elegantemente. Ma, che io sappia, esistono anche libri-film-documentari-convegni-partiti che ogni giorno raccontano che i vaccini fanno diventare autistici, che non siamo mai stati sulla Luna, che la Terra è piatta, che il governo ci controlla con dei cip sottocutanei, che i rettiliani esistono o che la Terra è cava (ma i massoni non vogliono che lo sappiamo!). Ripeto: libri, film, documentari e persone che scrivono, girano, montano, raccontano queste storie ogni giorno, da anni. E questo solo per fermarci alle sciocchezze più frequenti.

Per arrivare al punto: che senso ha prendersela con internet come propagatore di false verità quando il problema, evidentemente, risiede nei cervelli della gente? Chiudo la parentesi

Nei reportage che leggiamo, Rielli cammina, indaga, cerca, si perde. Da lettore smaliziato posso immaginare l’autore utilizzi le azioni della sua controparte narrativa come modo per farci empatizzare con lui, e per portarci avanti con la lettura (ci domandiamo “che cosa succederà?”) ma è anche evidente come Rielli si sia, letteralmente, consumato le scarpe.

In La fine della linea, uno dei reportage inediti, Rielli va a New York per raccontare la scena letteraria del luogo e incontrare degli scrittori (Gary Shteyngart, ad esempio, o Boris Fishman). Ora, non voglio raccontarvi nulla, ma ci sono stati momenti in cui ho sentito davvero il vento che soffia dall’oceano sulla faccia, oppure mi sono posto delle domande sulle strade da evitare quando si va Coney Island… questo perché Rielli ci immerge nella realtà di cui ci parla e le pagine scorrono che è una meraviglia.

Abbiamo forse trovato un un rimedio alla post-verità? Che sia quello di camminare camminare e camminare fino a che non si trova quello che si sta cercando?

Straniamento

Leggendo Storie dal mondo nuovo ho ripensato a un libro di Paolo Nori: Scuola elementare di scrittura emiliana per non frequentanti (Corraini Edizioni, 2014). Per spiegare cosa intende per straniamento utilizza prima un passaggio del monologo teatrale La Fondazione di Raffaello Baldini in cui, ad un certo punto, vediamo l’azione del pescare dal punto di vista di un pesce che prima abbocca, poi gli viene trafitto l’interno della bocca da un amo e dopo viene tirato su di peso da quello stesso amo.

Quando raccontiamo qualcosa di quotidiano, se troviamo le parole giuste, ecco che anche il banale acquisisce un nuovo significato. Più avanti nel testo, Paolo Nori spiega di come Dostoevskij non si limiti a dire che il protagonista de L’Idiota ha visto delle frustate, ma che ha visto “una sferzata stracciare le vesti e la carne di un uomo, ripetutamente, con sangue che inzuppava la corda” e così via. Ora, “frustate” significa proprio quella roba lì, ma è una parola, e da sola non ha tutto il potere di una descrizione adeguatamente straniante.

Rielli, a modo suo ovviamente, lo sa e fa lo stesso. Quando racconta del mondo degli startupper a caccia di fondi a Londra, non si lascia abbindolare facilmente dal sentimento “make the world a better place”, che commistiona fatalismo e fanatismo tecnologico. Ad esempio, esiste una startup che si propone di “utilizzare l’intelligenza artificiale per analizzare le sceneggiature cinematografiche e pronosticare la loro profittabilità” lui invece che ridere e proseguire, chiede in che modo questa profittabilità verrebbe calcolata.

Avevo già parlato un paio di anni fa del suo umorismo, recensendo Quitalty, quindi autocitandomi ribadisco il concetto: è un umorismo fecondo. Non semplici giri di parole fatti per incantare il lettore, ma salti logici e paradossi che obbligano a mettere in discussione innanzitutto le proprie convinzioni, poi quello che si legge e per chiudere anche la realtà stessa.

Prendiamo un esempio che illustri straniamento e ironia: quando racconta della sua visita alla Camera dei Deputati durante l’elezione di Mattarella. Non ci racconta cosa succede durante l’elezione, ma come si creano le notizie (verrebbe da dire) o più prosaicamente come si riempiono le pagine dei quotidiani. Quando passa la Presidente della Camera…:

Il convoglio è preceduto da uno spostacristiani che si assicura le si faccia largo. Quando incrocio la processione e mi ritraggo, la Presidente mi ringrazia pure, gesto che accolgo con il deferente cenno del capo tipico del popolano che sa di non avere alcuna alternativa reale. Mentre mi rimetto il cappello di paglia e mi auguro che dio la protegga e le messi quest’anno siano abbondanti, mi dicono che Grasso si muove con un seguito simile più scorta armata. (Storie dal mondo nuovo, pag. 15)

Daniele Rielli dunque scrive un libro in cui raccoglie alcuni dei suoi migliori reportage che ha pubblicato negli ultimi anni su giornali di diversa natura (mensili, settimanali, online) e un paio di inediti uno dei quali vi farà cogliere fino in fondo qual è il suo stile, in caso non l’aveste ancora capito.

A chi chiedereste di parlarvi della situazione attuale in Albania? E a chi chiedereste di raccontarvi cosa vuol dire crescere “da italiani” a Bolzano, mentre in giro per la provincia scoppiano le bombe dei separatisti? Quest’ultimo capitolo inedito, uno dei più personali, è diverso dagli altri, forse per il torno più intimo che assume.

Dal Texas (Hold’em) all’India (che si sposa a Fasano, puglia) passando per la scena writer emiliana, Rielli indaga, scopre, illustra, ordina. E ci racconta un mondo nuovo, o forse quello che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi ma non ci siamo mai presi la briga di fermarci a guardare per bene.

Andrea Sesta

Vi parlo del mio mondo perfetto: una biblioteca grande come una casa, una donna adorabile al mio fianco, del cibo delizioso e storie di pirati fino a morire. Mi piace leggere, e quando ho tempo faccio anche il resto.

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