“Strong and unstable” con Ali Smith

L’immagine di copertina è di Rob Bye

Notte 23-24 giugno 2016. Il volo Londra-Pisa delle 22:30 con cui avrei raggiunto il matrimonio di una coppia d’amici atterra in ritardo a causa del maltempo e trascorro la notte da un affittacamere. Prima di coricarmi controllo gli exit polls di Brexit: 52% Leave. Sono solo le prime proiezioni, tutto può ancora cambiare. Spengo e mi addormento.

Lasciamo momentaneamente il me di allora sospeso tra sogno e realtà, incubo e finzione, e facciamo un passo indietro.

***

Fine 2014. Dopo aver consegnato il manoscritto di How to be both in ritardo e aver assistito alle magie di una macchina editoriale impeccabilmente organizzata che in poco più di qualche settimana l’ha messo sul mercato, Ali Smith decide (in realtà ci pensava da vent’anni) di tentare un esperimento: scrivere, da un lato avvalendosi della professionalità di Hamish Hamilton e dall’altro rifacendosi alla tradizione vittoriana della pubblicazione a puntate, un quartetto di romanzi sul contemporaneo, senza avere un piano iniziale riguardo all’evoluzione della storia, ma seguendo il naturale evolvere delle stagioni (si sa, Dickens lasciava che le sue storie fossero influenzate dalla reazione dei lettori). I quattro romanzi si intitoleranno Autumn, Winter, Spring e Summer, cercheranno di rispecchiare il naturale adattarsi delle emozioni umane alle stagioni, ma anche di riflettere sulla situazione socio-politica inglese contemporanea in una prospettiva storica, esplorare le inesauribili sorprese di una lingua che è il risultato di stratificazioni storico-sociali, rivelare la permanenza dell’arte nella vita e della vita nell’arte, lanciare un grido d’allarme sulla perdita di coscienza storica e ambientale e, se possibile, riflettere sull’identità ai tempi della rivoluzione digitale.

“We’ll see what happens. I have no idea how the reality will meet the conception. I’m looking forward to finding out.”

Autunno 2015. Ali Smith inizia a scrivere il primo romanzo, da poco più di un anno c’è stato l’estenuante referendum per l’indipendenza della Scozia, quello per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea si delinea all’orizzonte, l’armata di untori pro-Brexit si muove rapida a bordo di sgargianti autobus rossi e viola sulle strade britanniche e invisibile sulle reti digitali. Il dibattito si fa furioso, la crisi dei migranti si intensifica, barriere si alzano in ogni dove.

23 giugno 2016. I cittadini inglesi aventi diritto vanno a votare. La pioggia cerca di ostacolarli. Ali Smith scrive senza sosta. I media trattengono il fiato. Io rimango in coda a un gate di Stanstead senza informazioni per tre ore.

24 giugno 2016 ore 8:00. Appaiono i risultati ufficiali: il 51.89% dei votanti ha scelto di abbandonare l’Unione Europea.  Il matrimonio dei miei amici è programmato per le 16:00. Il cellulare continua ad illuminarsi con messaggi di rabbia impotente. I media riportano che gli europei in Inghilterra parlano già di fare le valigie. Come fossi un vaso di terracotta, una crepa inizia ad aprirsi nel cuore e in un attimo si allarga fino alla testa.

Narrazione, storia e Storia collidono.

***

Ottobre 2016. Autumn, primo dei quattro romanzi, viene dato alle stampe.
I lettori (aventi diritto di voto e non) aprono la prima pagina:

“It was the worst of times, it was the worst of times. Again. That’s the thing about things. They fall apart, always have, always will, it’s in their nature”.

Arrivano alla cinquantanovesima:

“All across the country, people felt it was the wrong thing. All across the country, people felt it was the right thing. All across the country, people felt they’d really lost. All across the country, people felt they’d really won. All across the country people felt they’d done the right thing and other people had done the wrong thing. All across the country, people looked up Google: what is EU? All across the country people looked up Google move to Scotland. All across the country, people looked up Google Irish passport applications. All across the country, people called each other cunts. All across the country, people felt unsafe. All across the country, people were laughing their heads off. All across the country, people felt legitimized. All across the country, people felt bereaved and sick.”

La stampa parla di capolavoro e lo definisce il primo romanzo post-Brexit.
Ali Smith rimane fedele alla sua intenzione: il debito a Dickens è dichiarato immediatamente da un incipit che rievoca manifestamente quello di A Tale of Two Cities (“It was the best of times, it was the worst of times”), così come, nelle pagine successive si trova il tributo all’immaginario di Keats (To Autumn), alle meditazioni di Donne, a The Tempest, a Brave New World, alle Metamorfosi di Ovidio. Non solo, come da protocollo, la storia principale del romanzo — l’amicizia e le conversazioni tra il centenario ed enigmatico Daniel Pluck ed Elisabeth Demand, precaria ricercatrice universitaria interessata al lavoro di Pauline Boty, quasi dimenticata icona della Swinging London misteriosamente coinvolta nello scandalo Profumo — ha assorbito gli eventi che hanno popolato le pagine della stampa inglese durante la stesura: l’accoltellamento dell’MP Jo Cox, corpi di bambini siriani in fuga depositati sulla spiaggia dalle onde, i paradossi di una burocrazia kafkiana, il terremoto della campagna referendaria e, ovviamente, “il Referendum”.

Ma c’è di più. Il romanzo ha una struttura episodica e frammentata, attraverso la quale si mette in moto un meccanismo dove il presente extradiegetico e quello intradiegetico si alternano in un canto e controcanto che rispecchia quello tra storia e Storia. Non solo. Nelle frequenti descrizioni di Elisabeth Demand nell’atto di leggere un testo letterario si instaura anche un rapporto di rispecchiamento metafinzionale che riporta continuamente il lettore (noi) all’interno della finzione in quello che, a guardarlo bene, sembrerebbe essere un sforzo di superamento dei limiti che, volendolo applicare programmaticamente come un esercizio di empatia e solidarietà, potrebbe rappresentare proprio la risposta politica ad un status quo caratterizzato, al contrario, dall’immobilità e il proliferare dei confini.

All across the country, the country was divided, a fence here, a wall there, a line drawn here, a line crossed there,
a line you don’t cross here,
a line you better not cross there,
a line of beauty here,
a line dance there,
a line you don’t even know exists here,
a line you can’t afford there,
a whole new line of fire,
line of battle,
end of the line,
here/there.

“Here/there”, sembra voler qui dire Ali Smith, è il sunto estremo di un presente dove identità e alterità da strumenti di negoziazione e scoperta si trasformano in armi di segregazione. Eppure, come nell’atto della lettura infrangiamo barriere diegetiche, così con l’esercizio dell’immaginazione possiamo trasformare una “line of battle” in “a line of beauty” e quindi superare il binarismo “either/or” a favore di un più salubre “and/and/and”.

Autumn arriva alla cinquina del Booker Prize 2017, dove cede il passo a Lincoln in the Bardo, ma la critica decreta all’unanimità l’esperimento di Ali Smith, per ora, riuscito.

Ottobre 2016 – novembre 2017. Le negoziazioni tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea sono impantanate. Donald Trump viene eletto presidente degli Stati Uniti. Oxford Dictionaries decide che la parola dell’anno 2016 è post-truth — “aggettivo relativo a o che denuncia circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno rilevanti delle emozioni e credenze personali nel forgiare l’opinione pubblica”. Il 14 giugno un condominio popolare nel ricco quartiere londinese di Kensington prende fuoco e muoiono quasi ottanta persone, la maggior parte di queste europei, immigrati o richiedenti asilo. Emergono studi sull’influenza dei cyber trolls e dei Big Data sulla campagna Brexit. Le statistiche nazionali riportano un aumento dei crimini d’odio di oltre il 40%.  Alcuni giornali parlano di un probabile aumento del costo del Prosecco.

Ali Smith scrive furiosamente. Noi europei assistiamo impotenti a una partita di pocker dove al posto delle fiches ci sono i nostri diritti e passaporti.

***

Novembre 2017. Winter è dato alle stampe.
I lettori (aventi diritto di voto e non) aprono la prima pagina:

God was dead: to begin with.

And romance was dead. Chivalry was dead. Poetry, the novel, painting, they were all dead, and art was dead. Theatre and cinema were both dead. Literature was dead. The book was dead. Modernism, postmodernism, realism and surrealism were all dead. Jazz was dead, pop music, disco, rap, classical music, dead. Culture was dead. Decency, society, family values were dead. The past was dead. History was dead. The welfare state was dead. Politics was dead. Democracy was dead. Communism, fascism, neoliberalism, capitalism, all dead, and marxism, dead, feminism, also dead. Political correctness, dead. Racism was dead. Religion was dead. Thought was dead. Hope was dead. Truth and fiction were both dead. The media was dead. The internet was dead. Twitter, Instagram, Facebook, Google, dead.

Love was dead.
Death was dead.
A great many things were dead.
Some, though, weren’t, or weren’t dead yet.
Life wasn’t yet dead. Revolution wasn’t dead. Racial equality wasn’t dead. Hatred wasn’t dead.

Winter, come da intenzione originale, non è il seguito di Autumn, ma ne è la naturale evoluzione. La politica inglese contemporanea e la rabbia per le conseguenze di quel referendum che si è fatto ormai simbolo del populismo più bieco e di una coscienza soffocata tra amnesia storica e post-truth uniscono i due romanzi come un fil rouge.

La rabbia, l’incredulità e l’insicurezza per quel che si sarebbe profilato all’orizzonte che serpeggiavano nelle pagine di Autumn lasciano spazio in Winter al farsesco borbottio di ministri e presidenti che come un coro di ologrammi deformati mettono in scena la tragedia greca del contemporaneo a colpi di vuota retorica.
Al posto di Elisabeth e Daniel compaiono Sophia, Iris, Art e Lux. Ritorna Dickens, ma questa volta attraverso A Christmas Carol.

Siamo alla vigilia di Natale, in Cornovaglia, in una villa che ricorda Satis House (Dickens di nuovo). Sophia attende l’arrivo del figlio Art e della compagna Charlotte. Art, lasciato dalla compagnia Charlotte, decide di ingaggiare a pagamento Lux perché lo accompagni dalla madre fingendosi Charlotte. Lux-Charlotte, dopo i primi scontri tra madre e figlio e i ripetuti scambi d’identità, convince Art ad invitare a casa come ospite la zia Iris, da lungo tempo ai ferri corti con la sorella Sophia a causa delle loro visioni opposte del mondo.

Il romanzo a questo punto diventa una pirotecnica messa in scena delle disfunzionalità familiari, così universalmente riconoscibili da costituirne quasi l’essenza: una cena che sembra l’incontro tra i protagonisti di Carnage, Sophia che come una versione femminile di Scrooge rivive continuamente la mezzanotte visitata dai fantasmi del passato, incontri in cucina per spuntini notturni e confidenze. I quattro personaggi si sfidano come abili fiorettisti a colpi di tirate politiche, citazioni letterarie, giochi di parole.

Con un’impostazione simile ad Autumn anche qui si ritrova una narrazione centrale piena di parole e racconti sospesi che accoglie in sé storie che emergono dal passato e dal presente dei due mondi della finzione e della realtà (la protesta femminista contro le armi nucleari a Greenham Common del 1981, i centri di accoglienza per i migranti, l’incendio della Greenfell Tower, i cyber trolls). Tornano i numerosi giochi linguistici che espongono duplicità di senso nelle parole, tornano i riferimenti alla tradizione letteraria e artistica inglese: Dickens ovviamente, ma anche Cymbeline e le sculture di Barbara Hepworth.

Per certi versi Winter sembra essere una ripetizione di Autumn, anche se vi si percepisce in maniera più distinta quella corrispondenza tra spirito e stagione, quell’oscillazione tra caos e calma, tra rumore e silenzio, furia e stasi, che spesso si associano all’inverno, quando nel turbinio del quotidiano si ferma tutto e si ammutolisce per guardare estasiati la neve che cade.

Il tentativo di rappresentare il contemporaneo quasi nel suo accadere è, come in Autumn, troppo utopico per potersi realizzare in maniera convincente nella forma di un libro (online è possibile), e i riferimenti o gli ammiccamenti a certi discorsi politici finiscono per entrare in maniera arraffata in uno spazio, quello della narrazione, che già li contiene, seppure nella forma dello spirito del tempo e non quello esplicito delle nomenclatura. La stessa cosa vale per i continui riferimenti al blog di Art, Art in Nature (sic!), un forzato tentativo di creare uno spazio per giocare con il concetto di post-truth, viralità e identità virtuali che scade a tratti nel didascalico.

Eppure, nonostante queste debolezze e l’apparente ripetizione, vi è una variazione fondamentale rispetto ad Autumn, della quale è responsabile proprio Lux, vero agente politico di questo romanzo.

Lux è una ragazza di origine croato-canadese che vive senza dimora nel tentativo di riuscire a pagare la rata per concludere gli studi universitari. Rappresenta lo straniero, il migrante, quell’Altro contro cui tutte le barriere si sono alzate, l’alieno che può essere utilizzato all’occasione per mantenere inalterato lo status quo o come moneta di scambio. Lux entra lo spazio privato di Art e Sophia e con la semplice forza del dialogo genera una forzatura minima dell’equilibrio precario della famiglia che provoca una messa in discussione individuale destinata a portare a un nuovo ordine. Non a un happy end, sia chiaro, ma ad un nuovo equilibrio instabile, più consapevole e dunque migliore.

Se Autumn invitava il lettore a entrare nel mondo della finzione attraverso un gioco di specchi, e lo accompagnava per mano in una marcia di protesta, in Winter si parte già dalla premessa che il lettore è lo straniero che entra nella storia alla stregua di Lux che entra nello spazio intimo della famiglia di Art. Ed è proprio in questo contesto che la semplice azione di Lux di superare la divisione tra le sorelle diventa un atto estremamente politico: è il recupero di un’agency che il panorama socio-politico contemporaneo sembra mettere in costante discussione.

Si crea qui un corto-circuito: se da un lato Winter si nutre del presente storico che avvolge la sua genesi, un presente stagnante dominato dai limiti, dall’altro lo rifiuta. Evocando e capovolgendo A Christmas Carol, attraverso il semplice racconto delle vicende di Lux, Sophia, Iris e Art, Ali Smith dipinge una manifestazione del Natale Futuro che lungi dall’essere evitato, si pone piuttosto come una traccia da seguire.

Se Autumn poneva le basi della negoziazione tra Identità e Alterità invitando a un esercizio d’empatia, Winter si fa a tutti gli effetti il luogo dell’incontro, di quello tra le due sorelle, ma anche quello del nostro presente e del possibile futuro. Diventa uno spazio di resistenza, un invito a mettere in discussione lo status quo, a decostruirlo, a cercare il dialogo oltre le barriere.

Revolution wasn’t dead.

La Storia e le stagioni sono cicliche, attraversano mesi e anni oscillando tra alti e bassi; alla disfatta segue la rinascita, alla sconfitta la vittoria, all’impotenza la speranza. È un processo dialettico, in costante movimento.

A volte l’inverno della Storia dura molti anni, altre appena qualche mese.

***

Gennaio 2018. Le negoziazioni per Brexit sono ancora impantanate. Io vivo ancora a Londra, ma a ottobre 2017 ho contribuito e partecipato all’organizzazione della prima edizione del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL), un evento in cui attraverso la letteratura si è creato un dialogo che superasse le barriere. Il mio gatto da qualche mese ha un passaporto britannico.

Ali Smith sta scrivendo furiosamente. Il prossimo romanzo si chiamerà Spring.

 

Giorgia Tolfo

Vive tra Londra e i libri. Promuove un uso consapevole e rivoluzionario della letteratura. O almeno ci prova.

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